Privatizzare le carceri: è il turno di Monti

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L’insostenibilità delle carceri italiane – Foto: lettera43.it

Ci hanno provato un po’ tutti i governi, con tentativi maldestri che non sono mai andati a buon fine. Eppure di fronte all’emergenza carceraria è sempre una delle prime soluzioni che vengono tirate fuori dal cappello: affidare la costruzione di nuove carceri ai privati. Dopotutto gli istituti stanno esplodendo: quasi 70mila detenuti stipati nei 206 penitenziari italiani, su una capienza di 44mila posti. Un’emergenza vera, tra le più drammatiche e taciute in questo paese. Se le associazioni e gli addetti ai lavori da tempo si sgolano nel dire che il problema del sovraffollamento va affrontato soprattutto da un punto di vista legislativo, e cioè correggendo tutte quelle leggi che producono un’eccessiva carcerazione, le istituzioni paiono non sentire. “Servono nuove carceri”, dicono. “Non ci sono soldi? Rivolgiamoci ai privati”. Il governo Monti non è stato da meno, con l’introduzione, nel decreto sulle liberalizzazioni, di una norma attualmente in discussione al Senato, l’articolo 43, che introduce lo strumento del “project financing” proprio per la realizzazione delle nuove strutture carcerarie.

L’esperienza Usa. Ma che cos’è il project financing? Si tratta di un sistema con cui le società private metterebbero i soldi per la costruzione delle strutture, chiedendo però di rientrare delle spese con un canone prestabilito e non modificabile pagato dallo Stato, e con la gestione di determinati servizi (ad esempio la lavanderia, la mensa, il lavoro), ad eccezione della custodia. Il campanello d’allarme delle associazioni, Antigone in primis, non ha tardato a suonare. Infatti, se da noi questo modello è completamente inedito, per capire come funziona basta dare un’occhiata agli Stati Uniti: qui le carceri private sono ormai una consuetudine e l’amministrazione della pena, chiamata “Correctional Business”, è appunto diventata un affare da milioni di dollari. L’impulso è arrivato negli anni ‘80 con Reagan, e ha toccato il suo apice negli anni ‘90 con Clinton: più di mille le nuove prigioni costruite negli ultimi 30 anni, per un numero di detenuti che in questo lasso di tempo è più che raddoppiato, arrivando agli oltre 2 milioni e 200mila ristretti. E dire che, secondo il Bureau of Prisons, il tasso di criminalità in Usa sarebbe addirittura in discesa. Il fatto è che le imprese (in particolare la Correctional Corporation of America e la Wackenhut Corrections Corporation che da sole gestiscono il 73% delle prigioni private) formano una lobby potentissima, che esercita forti pressioni su politici e magistrati. Lo scopo è impedire che nuove leggi e norme sulla libertà provvisoria interferiscano con i loro interessi. Incrementando, in questo modo, il ricorso alla carcerazione.

Il perchè è facile scoprirlo: queste società private, infatti, non guadagnano solo dalle costruzioni e dagli appalti, ma anche dai detenuti stessi, per i quali lo Stato paga un canone a testa: dunque più ce ne sono, più soldi entrano. Così alcune industrie sono arrivate perfino a corrompere i giudici affinché mandassero in carcere più persone possibile. Com’è successo a Philadelphia, in cui l’11 agosto scorso il giudice Mark Chavarella è stato condannato a 28 anni di carcere perchè prendeva tangenti da imprese costruttrici e proprietarie di carceri private al fine di mandare in galera bambini in quantità industriali. Non bisogna dimenticare, poi, che i detenuti sono una forza lavoro a bassissimo costo. Secondo uno studio del Left Business Observer l’industria federale carceraria produce il 100% di molti materiali militari, e il 98% dell’intero mercato per i servizi di assemblaggio di apparecchiature. Se i carcerati dei penitenziari di Stato ricevono lo stipendio minimo per il loro lavoro (ma a volte anche meno), nelle prigioni private ricevono solo 17 centesimi l’ora per un massimo di sei ore al giorno. Il guadagno per le imprese è assicurato. Per lo Stato non è sempre così: l’Ufficio statistico del Ministero della Giustizia ha infatti sottolineato come negli ultimi anni non ci sia stato quel grande risparmio economico che si pensava. Ancora, l’associazione Antigone, che da 20 anni si occupa di diritti e garanzie del sistema penale italiano, ricorda come la violenza delle guardie in Usa sia del 49% superiore nelle carceri private rispetto a quanto avviene in quelle pubbliche, così come quella dei detenuti tra loro.

Timori italiani. E in Italia? I pericoli della privatizzazione sarebbero più o meno gli stessi: sempre secondo Antigone, infatti, il trattamento penitenziario “non può essere affidato a chi ha scopo di lucro”. Lo stesso per quanto riguarda le concessioni della libertà per buona condotta, che sono uno dei capisaldi del nostro sistema penale. “La delicata attività del magistrato di sorveglianza – afferma il presidente dell’associazione Patrizio Gonnella – non può rifarsi alle osservazioni di un manager alla ricerca del profitto”. Si teme poi un ulteriore aumento della carcerazione, e una discriminazione dei detenuti a seconda di chi gestisce il carcere privato. Senza contare i rilievi di incostituzionalità nell’affidare il trattamento e soprattutto la gestione della salute dei detenuti a un imprenditore privato. Cosa che appare ancora più paradossale dopo tutta la fatica che si è fatta e si continua a fare per far entrare in modo definitivo le Asl nel sistema penitenziario.

E poi ci sono le mafie, o le cricche del malaffare, sempre pronte a mettere le mani sugli appalti pubblici, a maggior ragione su quelli privati. L’esperienza del nuovo carcere di Sassari insegna: affidato nel 2005 dal Siit (Servizi Integrati Infrastrutture) allora guidato da Angelo Balducci, alla ditta di Diego Anemone con procedura d’urgenza, ad oggi nel 2012 non è stato ancora aperto. Da segnalare che sia Balducci sia Anemone sono saliti agli onori delle cronache giudiziarie per corruzione nella gestione e affidamento degli appalti del G8 a La Maddalena.

Se poi guardiamo al passato, i tentativi di privatizzare le carceri italiane sono finiti o con un nulla di fatto (perchè per le aziende non è mai stato economicamente conveniente), o, al peggio, nel mirino della magistratura. Come la Dike Aedifica della Patrimonio Spa, le cui vicende diedero l’avvio nel 2005 alla “seconda tangentopoli carceraria”, dopo quella delle “Carceri d’oro” negli anni ‘80. Poi ogni tanto spunta fuori il politico di turno che suggerisce la costruzione di navi-prigioni da affidare sempre ai privati, proposta colta al volo da Fincantieri nel 2010, la quale presentò a un convegno un suo progetto. Anche di questa idea non se ne fece mai nulla.

Anna Toro

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