MSF: rapporto-denuncia sui CIE, centri senza diritti per i migranti

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La copertina del rapporto - Foto: ©MSF

Assistenza sanitaria, legale e psicologica insufficiente, scarsa tutela dei diritti fondamentali, servizi scadenti, mancanza di beni di prima necessità, strutture fatiscenti e spazi ridotti per i "trattenuti": lo denuncia il nuovo rapporto di Medici Senza Frontiere sui Centri per migranti senza permesso di soggiorno. L'associazione a cui è stato negato l’ingresso ai centri Lampedusa e Bari, chiede la chiusura immediata dei CIE di Trapani e Lamezia Terme "perché totalmente inadeguati a trattenere persone in termini di vivibilità".

Il rapporto Al di là del muro è frutto di un’indagine svolta da MSF-Italia all’interno dei CIE (Centri di identificazione ed espulsione), CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) e CDA (Centri di accoglienza) in Italia. Il rapporto indaga le condizioni socio-sanitarie, lo stato delle strutture, le modalità di gestione, gli standard dei servizi erogati e il rispetto dei diritti umani nei suddetti centri. L’indagine è basata su due diverse visite condotte da MSF a distanza di otto mesi tra il 2008 e il 2009, quando sono stati visitati 21 centri tra CIE, CARA e CDA disseminati sul territorio nazionale.

"In alcuni centri, gli operatori di MSF si sono trovati di fronte a un atteggiamento ostile da parte dei gestori, incontrando difficoltà nel condurre liberamente l’indagine, subendo limitazioni e dinieghi nell’accedere in determinate aree: emblematici i casi dei centri di Lampedusa e del CIE di Bari dove è stata negata dalla Prefettura l’autorizzazione a entrare nelle aree alloggiative, nonostante la visita di MSF fosse stata comunicata con diverse settimane di preavviso" - afferma l'associazione.

A più di dieci anni dall’istituzione dei centri per migranti in Italia, "la gestione generale sembra ispirata a un approccio ancora emergenziale" - sottolinea MSF. "I servizi erogati, in generale, sembrano essere concepiti nell’ottica di soddisfare a malapena i bisogni primari, tralasciando le molteplici istanze che possono contribuire a determinare una condizione accettabile di benessere psicofisico. Al momento dell’entrata in vigore del "pacchetto sicurezza" e con il conseguente allungamento dei tempi di detenzione nei CIE da 2 a 6 mesi, non erano previsti adeguamenti nell’erogazione dei servizi"

MSF aveva già condotto nel 2003 un’indagine sui centri per migranti in Italia, visitando 16 tra Centri di Permanenza Temporanea e Accoglienza (CPTA) e Centri "ibridi" (destinati all'identificazione dei richiedenti asilo), pubblicata nel 2004 nel rapporto: Centri di permanenza temporanea e Assistenza: anatomia di un fallimento”. La decisione di MSF di visitare questi luoghi nasceva dall’esigenza di seguire il destino di questa popolazione invisibile ed emarginata e di aprire così una breccia in luoghi spesso celati a sguardi esterni.

Rispetto alle visite condotte nel 2003 poco è cambiato” - dichiara Alessandra Tramontano, coordinatrice medica di MSF in Italia. “Molti sono i dubbi che persistono, su tutti la scarsa assistenza sanitaria, strutturata per fornire solo cure minime, sintomatiche e a breve termine. Stupisce inoltre l’assenza di protocolli sanitari per la diagnosi e il trattamento di patologie infettive e croniche. Mancano soprattutto nei CIE, come ad esempio in quello di Torino, i mediatori culturali senza i quali si crea spesso incomunicabilità tra il medico e il paziente. Sconcerta in generale l’assenza delle autorità sanitarie locali e nazionali”-

“Tra i CIE, quell di Trapani e Lamezia Terme andrebbero chiusi subito perché totalmente inadeguati a trattenere persone in termini di vivibilità” - afferma l'operatrice di MSF. Ma anche in altri CIE abbiamo riscontrato problemi gravi: a Roma mancavano persino beni di prima necessità come coperte, vestiti, carta igienica, o impianti di riscaldamento consoni”, continua Tramontano.

“Nei CARA abbiamo rilevato invece servizi di accoglienza inadeguati. Il caso dei centri di Foggia e Crotone ne è un esempio: 12 persone costrette a vivere in container fatiscenti di 25 o 30 metri quadrati, distanti diverse centinaia di metri dai servizi e dalle altre strutture del centro. Negli stessi centri l’assenza di una mensa obbligava centinaia di persone a consumare i pasti giornalieri sui letti o a terra” - conclude Tramontano.

La gestione complessiva dei centri per migranti, sia dei CIE che dei CARA e dei CDA, appare dunque in larga parte inefficiente. I servizi erogati sono spesso scarsi e scadenti e non si riesce di fatto a garantire una effettiva identificazione, protezione e assistenza dei soggetti vulnerabili che rappresentano una parte consistente (se non prevalente) della popolazione ospitata.

"Emerge inoltre - sottolinea l'associazione nella prefazione del Rapporto - l’inattuabilità di una adeguata gestione dei diversi bisogni dei trattenuti in strutture in cui sono internate persone con storie e percorsi estremamente dissimili per un periodo non definibile a priori, per via delle espulsioni che possono avvenire in tempi differenti. In tale contesto pare inverosimile articolare un’idonea pianificazione e realizzazione di interventi di assistenza, sostegno e protezione in qualsiasi ambito (del resto, nessun ente gestore ipotizza di modificare le modalità di erogazione dei servizi in vista dell’allungamento del periodo massimo di detenzione da 2 a 6 mesi)".

Questo "limite strutturale" - afferma MSF - "può essere anche alle origini dell’elevato livello di tensione e malessere all’interno dai centri". L'associazione ricorda le testimonianze dei trattenuti e le numerose lesioni che si procurano, il frequente ricorso che fanno alle strutture sanitarie e ai sedativi, i numerosi segni di rivolte, incendi dolosi e vandalismi e le notizie di cronaca di suicidi, tentati suicidi e continue sommosse. "Una tensione - afferma MSF - che non appare semplicemente legata alla condizione di detenzione ai fini del rimpatrio, ma, anche, al senso di ingiustizia vissuto dai trattenuti nel subire una limitazione della libertà personale pur non avendo commesso reati, e di essere detenuti in luoghi, inoltre, incapaci per loro natura di trattare adeguatamente bisogni fondamentali come salute, orientamento legale, assistenza sociale e psicologica". [GB]

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