LasciateCIEntrare, in difesa dei diritti costituzionali

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Il CIE di Roma Ponte Galeria – Foto: Gabriele Del Grande

Ali, rifugiato di origine curda, parla con orgoglio. “Il 25 aprile per me è una giornata speciale, e lo è ancora di più vista la storia recente dell’Italia. Grazie ai partigiani abbiamo tantissimi diritti, per le donne e per tutti noi. Si, questa libertà è costata migliaia di vite, ma mi impressiona sapere come in un breve periodo siano riusciti a far partecipare tanta gente”. Ali sottolinea le parole con enfasi, con lo spirito combattivo dei montanari curdi. Militante politico di ideali comunisti, prima di essere riconosciuto rifugiato ha percorso l’Europa come migrante irregolare, alla ricerca di diritti negati a causa della sua nazionalità. Ricorda con dolore la permanenza in un carcere in Germania, fermato durante una manifestazione: “mi hanno picchiato e mi ci sono voluti tre mesi per riprendermi dal trauma. Quello che più mi é rimasto però é un senso di impotenza di fronte all’ingiustizia che ho vissuto, al silenzio dei poliziotti che assistevano al mio pestaggio”. Oggi Ali ricorda il valore della sicurezza personale, delle libertà e dei diritti messi su carta dalla Costituzione repubblicana.

Fra questi l’inviolabilità della libertà personale, intaccabile secondo l’articolo 13 solo “in casi eccezionali di necessità ed urgenza” e sotto dettagliate garanzie giurisdizionali. Disposizioni con le quali i padri costituenti hanno voluto assicurarsi che non ci fosse più spazio per le carcerazioni arbitrarie, per “ogni violenza fisica e morale” (art. 13 c. 4), per le limitazioni della libertà di movimento e di parola che molti di loro avevano vissuto.

La storia della detenzione arbitraria e di altri diritti violati, a conferma dell’attualità del testo costituzionale, non è però finita con il 1948. Il 26 giugno 2008, sulla scia di richieste e pressioni nazionali e internazionali, il Senato istituisce una commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. La commissione si occupa di vari temi, ma un’attenzione particolare è rivolta alle carceri e ai così detti “centri di accoglienza e trattenimento per migranti” (CIE), a cui è dedicato un rapporto presentato nel marzo 2012. A proposito di questi centri il rapporto evidenzia come in essi si verifichi “una detenzione amministrativa cui manca un adeguato sistema di garanzie di rispetto dei diritti dei soggetti trattenuti e adeguate condizioni di trattenimento per quanto riguarda strutture e servizi”.

Il rapporto non ha una grande diffusione, ma di “trattenimento” dei migranti si occupano in contemporanea diversi attori sociali, che danno vita alla campagna LasciateCIEntrare. Avviata nel maggio 2011, a ridosso della circolare 1305 del ministro Maroni che impediva l’accesso dei giornalisti alle strutture detentive, la campagna ha concentrato simbolicamente la mobilitazione fra il 25 aprile e il primo maggio appena passati, diffondendo informazioni e contribuendo a un dibattito serio. “Punto di forza – racconta la coordinatrice Gabriella Guido – è il coinvolgimento di realtà della società civile come sindacati, avvocati e associazioni, accanto a giornalisti, parlamentari e amministratori locali. Un modello di mobilitazione che sta facendo scuola in Europa”. Nelle ultime settimane delegazioni miste hanno visitato quasi tutti i 13 CIE sparsi per l’Italia “uscendone sempre sotto shock, pur non potendo frequentemente parlare con i detenuti”. “Certo – continua Guido - l’accesso ai centri dei giornalisti [ripristinato dal ministro Cancellieri nel dicembre 2011, ndr] risulta ancora fortemente limitato da decisioni discrezionali delle prefetture, ma la campagna è riuscita a raccontare questi luoghi chiusi, di sospensione dei diritti, per chiedere un cambiamento”.

Qualche informazione in più è utile per districarsi nella complessità di normative e prassi. Si parla innanzitutto di detenzione amministrativa degli stranieri per tutti i provvedimenti di residenza coatta in strutture chiuse motivati con la violazione di norme per il soggiorno e con la necessità di identificazione ai fini della definizione dello status giuridico o del rimpatrio forzato. In Italia sono introdotti per la prima volta nel 1995 ma è con il Testo Unico sull’immigrazione, la legge Turco-Napolitano del 1998, che la detenzione diventa un’opzione diffusa. La legge “crea” i centri di permanenza temporanea e assistenza (CPTA), denominati centri di identificazione e espulsione (CIE) con le modifiche introdotte nel 2002 dalla legge Bossi-Fini. Obiettivo centrale dei centri, dall’impianto chiaramente carcerario, è evitare la “fuga” di stranieri che devono essere identificati e rimpatriati in quanto privi di documenti di soggiorno.

Come evidenziato dalla commissione del Senato, si tratta di un’istituzione fortemente criticabile. Sul piano delle garanzie giurisdizionali gli avvocati di ASGI, Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, sottolineano il sistematico svuotamento delle tutele per il detenuto. I ritardi delle udienze per la convalida del trattenimento, l’assenza di interpreti, l’impossibilità di comunicare con l’esterno e di accedere a un ricorso contro i provvedimenti di detenzione e espulsione sono la norma. Secondo Fulvio Vassallo Paleologo, fra i primi avvocati a occuparsi della questione, con la recente estensione a 18 mesi (dagli iniziali 60 giorni) della permanenza massima nei CIE “si è affidata alle autorità di polizia una discrezionalità praticamente illimitata nella valutazione dei presupposti per la proroga dei trattenimenti”, andando di fatto a contraddire la direttiva europea sui rimpatri, che prevede la detenzione come opzione residuale e “ultima istanza” e infrangendo garanzie costituzionali e trattati internazionali.

L’aspetto della detenzione dei migranti che più preoccupa riguarda poi le condizioni di vita nei centri. Medici Senza Frontiere, in un rapporto del 2010, evidenzia come si tratti in gran parte di “persone appartenenti a categorie vulnerabili, tossicodipendenti, richiedenti asilo, vittime di tratta e di tortura, ex detenuti obbligati a convivere in luoghi a volte angusti e privi di servizi essenziali”. Una situazione che porta a frequenti episodi di autolesionismo e a “una tensione non semplicemente legata alla condizione di detenzione ai fini del rimpatrio, ma, anche, al senso di ingiustizia vissuto nel subire una limitazione della libertà personale pur non avendo commesso reati”. Conclusioni simili di altre indagini (fra tutti il rapporto “De Mistura” del 2007 e la relazione di Medici per i Diritti Umani del 2010). Non ultimo, il resoconto del gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria della Commissione ONU per i diritti umani, che nel 2008 raccomandava al governo di tenere in seria considerazione le misure alternative alla detenzione.

Di alternative parla Anna Lodeserto di European Alternatives (EA), organizzazione che promuove le libertà civili in Europa. “A fronte dei costi enormi, dell’inefficienza e della disumanità di questi luoghi, in Italia come altrove, dobbiamo coinvolgere la società civile per immaginare programmi partecipati [per la regolarizzazione e l’eventuale allontanamento dei migranti, ndr] capaci di considerare pratiche sostenibili legate ai territori”. Il tema, al centro di un forum promosso da EA a Bologna per il 10 maggio, è quanto mai urgente. Lo stato ha stanziato per i CIE 120 milioni di euro nel triennio 2012-2014, stimando di riaprire due centri chiusi e di abbassare significativamente le spese per detenuto, con probabili effetti negativi sulla già difficilissima vita dei reclusi. Un apparato, e una spesa, enormi, per una politica dagli effetti minimi: nel 2010 i rimpatri eseguiti, su una popolazione italiana di migranti non regolarizzati che si aggira sul mezzo milione, sono stati 3400, circa lo 0,6%.

“Stampa e tv raccontano più spesso le violenze e i casi limite – sottolinea Gabriella Guido – come quello di Andrea, Senad e Nadia, nati in Italia, o di Adama, ma bisogna ricordare che tutti i detenuti subiscono trattamenti disumani e degradanti, dovuti proprio al sistema dei centri”. Migranti e rifugiati ricordano quindi con forza come vigilare sulle libertà democratiche sia una pratica continua, che oggi, a quasi 70 anni dalla Liberazione, deve condurre ad una revisione profonda della visione emergenziale dell’immigrazione e della costruzione dello straniero come “nemico”.

Giacomo Zandonini

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