Il governo di AMLO in Messico: cambiamento o continuità?

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Nell’attuale panorama politico latinoamericano, sempre più virato a destra, l’elezione in Messico di Andrés Manuel López Obrador, detto AMLO, e l’insediamento del suo governo lo scorso 1 dicembre è apparsa a molti come una boccata di ossigeno. Oltretutto in un paese dove il monopolio del PRI (Partido Revolucionario Institucional) di centro-destra, è stato quasi assoluto (il PRI è stato al governo ininterrottamente dal 1929 al 2000, per tornarvi poi nel 2012 con il governo di Peña Nieto). Nelle elezioni dello scorso luglio il PRI ha però registrato il peggior risultato della sua storia, classificandosi solo come terzo partito a livello nazionale, mentre AMLO ha ottenuto più del 50 percento dei consensi.  

Se da un lato vi è stato e vi è entusiasmo per l’elezione presidenziale di AMLO, leader di MORENA, partito di centro sinistra da lui stesso fondato, dall’altro vi è chi chiama alla cautela. È senza dubbio positivo che si venga a creare una rottura rispetto allo stradominio del PRI e alla grave situazione caratterizzata da violenza e narcotraffico, favorita da connivenze con lo Stato. Questo è uno dei fattori che ha senz’altro avuto un ruolo nel determinare l’ondata di entusiasmo seguita alle elezioni di luglio e tale entusiasmo pare aumentato anche dalla constatazione che la traiettoria del PRI mostra ormai chiari segnali di estrema debolezza. C’è anche però chi, come Gustavo Esteva, attivista e fondatore dell’Universidad de la Tierra di Oaxaca, all’indomani delle elezioni avvisava sui possibili rischi di smobilitazione dei movimenti sociali, con la delega delle istanze di cambiamento che passerebbero dalle piazze alle sedi istituzionali. 

Le prime contraddizioni sono venute al pettine soprattutto per quanto riguarda questioni territoriali e ambientali. Se è vero che ancora prima di essere eletto, AMLO si è distinto per la celebrazione di consultazioni cittadine su grandi questioni che avrebbero avuto ricadute sui territori di vari stati, è anche vero che alcune istanze da lui portate avanti sono apparse in continuità con le politiche neoliberiste dei suoi predecessori. Varie organizzazioni ed esperti in temi ambientali hanno dato l’allerta soprattutto in merito a tre questioni: il cosiddetto tren maya, una grande opera ferroviaria che dovrebbe facilitare il transito di turisti in cinque stati, la ferrovia dell’istmo di Tehuantepec e la costruzione di una raffineria di petrolio nello stato di Tabasco, che ha dato i natali proprio all’attuale presidente. Un’altra misura controversa prevede la piantagione di un milione di ettari di alberi da frutto e forestali, in particolare nel sud est del paese (Oaxaca, Chiapas, Tabasco e Yucatan) che avrebbero conseguenze devastanti sull’ambiente e le coltivazioni autoctone.

Sebbene AMLO abbia avvertito che “non si distruggerà l’ambiente, non si inquineranno i terreni, l’acqua, l’aria: si perseguirá lo sviluppo sostenibile”, legittime perplessità sono sorte in merito a queste grandi opereIl tren maya unirebbe cinque stati, Tabasco, Campeche, Chiapas, Yucatán e Quintana Roo, per un totale di 1.500 km di rete ferroviaria dedicata esplicitamente a dare impulso al turismo. La costruzione della rete inizierebbe nel 2020. È pur vero che è stata realizzata una consultazione nazionale che ha registrato un consenso schiacciante a favore alla realizzazione dell’opera, ma allo stesso tempo non si è provveduto a realizzare consultazioni con le comunità indigene sui cui territori passerebbe la ferrovia. Si tratta di una grave violazione del diritto alla consultazione previa, libera e informata sancito dalla Convenzione dell’ILO 169 sui diritti dei popoli indigeni e tribali. Va detto che alcune fonti governative hanno annunciato che la consultazione verrà presto realizzata, sebbene non vi siano evidenze definitive al riguardo. Il costo dell’opera sarebbe tra i 6,2 e i 7,8 miliardi di dollari, da finanziare grazie alle imposte sul turismo e all’iniziativa privata. 

In Messico vi solo già almeno 200 conflitti comunitari contro megaprogetti, in difesa del territorio e delle risorse naturali, secondo quanto rilevato da María Fernanda Paz, studiosa della UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México). Il 75% dei casi sono legati alla mercificazione dell’ambiente (acqua, vento, minerali, foreste) con fini estrattivi o di infrastruttura urbana, con conseguenti lotte delle comunità a causa dell’inquinamento dell’acqua, dell’aria e del suolo, della distruzione di ecosistemi, riserve naturali, coltivazioni o siti naturali sacri per le popolazioni

La disputa è insomma sempre la stessa: quella tra politiche rispettose dei popoli originari e dell’ambiente e quelle neoliberiste basate sull’estrattivismo e sulla mercificazione di ogni aspetto della vita. Si tratta di un modello di sviluppo come appropriazione (indebita) di risorse naturali destinate a generare profitti che vanno a beneficio di pochi.  Le comunità zapatiste del Chiapas, interessate direttamente dal passaggio del treno, si sono espresse a sfavore delle mosse del neopresidente, considerando le sue politiche in netta continuità con quelle dei suoi predecessori. La loro opinione è che non vi sia poi differenza tra il PRI, il PAN e MORENA, sempre di neoliberismo sulle spalle dei più deboli si tratta. 

In occasione del venticinquesimo anniversario della sollevazione zapatista lo scorso 1 gennaio, il subcomandante Moisés ha affermato che “oggi, così come 25 anni fa, siamo soli”, sottolineando le divergenze rispetto al governo entrante. Moisés ha inoltre puntato il dito contro le previste mega-opere del neopresidente, scagliandosi in particolare contro il famigerato tren mayaHa stigmatizzato anche un controverso rituale indigeno promosso dal governo e realizzato a Palenque, sede di un importante sito archeologico, dove, secondo Moisés, il presidente «È venuto a chiedere alla Madre Terra il permesso di distruggerla».

Le donne zapatiste hanno poi sottolineato il loro rifiuto verso le grandi opere in una lettera “alle donne che lottano nel mondo”. In un lungo scritto hanno allertato in merito all’impatto che l’aumentato flusso turistico avrebbe sulle loro comunità e hanno ribadito il loro secco rifiuto ad essere impiegate nel settore o, per dirla con le loro stesse parole, a “servire estranei per alcuni pesos. Non importa se i pesos sono molti o pochi, quello che conta è che la nostra dignità non ha prezzo”.

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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