Giovani

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“Perdonami se ti ho disobbedito, rivolgi i tuoi rimproveri alla nostra epoca, non a me”. (Mohammed Bouazizi, 2011)

 

Introduzione

Quella dei giovani è una categoria fondamentale per il mondo contemporaneo. Oggi organizzazioni internazionali, chiese, religioni, partiti politici, movimenti di opinione spesso hanno una sezione dedicata ai giovani; agenzie pubblicitarie, aziende di prodotti di consumo, televisioni, siti internet dove si condividono video e file musicali, social network concentrano cospicue risorse per catturarne il target; istituti di ricerca pubblici e privati, università, centri di analisi sociologica ed economica sfornano quotidianamente statistiche, trend, dati per cercare d'interpretare i sogni e le convinzioni delle nuove generazioni. Intorno ad esse si muovono sullo scenario globale molteplici attori che testimoniano la centralità di quel gruppo socio-identitario, appunto quello dei giovani, che sta assumendo una valenza straordinaria nel nostro pianeta sempre più globalizzato.

Fino a ieri non era così. Certamente da quando l’uomo cominciò a costruire istituzioni sociali, dalla famiglia al clan ai primi villaggi, l’infanzia era un periodo della vita ben determinato che comunque si definiva solamente in relazione alla vita adulta: non valeva in quanto tale ma come periodo di preparazione per diventare uomini completi. I riti di passaggio, che si perdono nella notte dei tempi e che segnano ogni cultura, l’educazione dei fanciulli, così significativa per esempio nel mondo greco, e persino la nascita di ciò che oggi chiameremmo scuola, vanno appunto compresi nell’ottica di favorire la trasformazione, fisica e intellettuale, necessaria per uscire dall’infanzia.

In altre parole il tempo dell’adolescenza/giovinezza non esisteva: il bambino era un piccolo adulto e dopo la pubertà saltava direttamente nella categoria “uomo”. Al di là delle numerosissime differenze tra le varie culture questo schema è durato per millenni. La brevità della vita media che imponeva la generazione di figli non appena giunta la maturità sessuale, la necessità di una forza lavoro fresca che aiutasse nella durissima economia di sussistenza legata quasi sempre all’agricoltura, una struttura sociale che esaltava la collettività a discapito dell’individuo, impedivano l’esistenza di quella “età di mezzo”, tra infanzia e vita adulta, che solo nella tarda modernità europeo-americana venne definita “adolescenza”. Il programma educativo dei bambini, quando le condizioni economiche delle società lo consentivano, era finalizzato a farli entrare sempre di più, mano a mano che l’età cresceva, nel mondo dei valori consolidati degli adulti, delle regole già scritte, delle tradizioni indiscutibili. Da questo punto di vista con l’età moderna inizia un lento ma inesorabile aumento della distanza tra la generazione nuova e quella precedente: un solco destinato ad allargarsi e a determinare quelle contraddizioni e quelle frizioni che forgeranno una civiltà diversa.

 

Giovani e rivoluzione

La storia dei giovani comincia con la Rivoluzione francese e con la nascita di una contrapposizione con il mondo degli adulti, descritto come reazionario, tradizionalista, autoritario, chiuso ad ogni innovazione, ostile allo “spirito dei tempi”. Il giovane rivoluzionario, libertario e pieno di vita, rappresentava l’avanguardia del mondo nuovo, la spada contro i parrucconi, il paladino dell’ideale. La giovinezza era la concretizzazione della rottura con il passato. “Da allora la giovinezza sarebbe stata sinonimo di rivoluzione e l’idea di giovane e quella del ribelle una endiadi indissolubile… ogni volta che in qualche luogo d’Europa sarebbero state erette delle barricate e il vento della rivoluzione avrebbe preso a soffiare lì sarebbe comparsa una nuova generazione di giovani pronta a combattere, con armi vere o simboliche poco importa, e a immolarsi per una giusta causa” (Il secolo dei giovani, cit., p. 61).

Peccato che il sogno rivoluzionario si tradusse poco dopo nelle guerre napoleoniche che falcidiarono centinaia di migliaia di giovani sui campi di battaglia. Uno schema che tragicamente si ripeté fino alla seconda guerra mondiale: grandi ideologie, soprattutto di stampo fascista, esaltatrici della potenza e della vitalità dei giovani finirono per condurre intere generazioni alla distruzione, alle trincee del 1914-1918, al sacrificio in nome di insegne criminali. Ogni regime totalitario, di destra o di sinistra, prevede infatti un rigido incasellamento dei giovani costruendo strutture e istituzioni, volte a legare direttamente le nuove generazioni al dittatore o all’ideologia di turno: dalla Hitlerjugend alle Guardie rosse i giovani sono stati utilizzati come strumenti inconsapevoli del potere.

Tuttavia il binomio giovani/rivoluzione non è svanito dopo la seconda guerra mondiale anzi si è anch’esso globalizzato, perdendo però quelle tinte oscure e violente che avevano portato alla tragedia bellica. I ventenni degli anni ’60 si percepiscono anch’essi come l’avanguardia di un mondo nuovo, secondo il modello americano: unificati dalle tendenze musicali, da Elvis Presley ai Beatles, dal cinema hollywoodiano e dal mito della società dei consumi; protagonisti della repentina trasformazione delle strutture sociali con il passaggio dalla famiglia patriarcale all’individualismo di massa; partecipi della contrapposizione ideologica tra capitalismo e comunismo; attratti da prospettive pacifiste, unico antidoto al terrore della catastrofe nucleare, i giovani sentono di avere in mano il destino del mondo.

La “rivoluzione” del 1968 è il trionfo, a livello mondiale, di una nuova generazione. Al di là di qualsiasi giudizio su quegli anni, sicuramente il ’68 ha rappresentato proprio un punto di svolta nella consapevolezza giovanile di poter cambiare il mondo con la forza della mobilitazione e con l’energia di idee che guardano al futuro. Da allora il campo d’azione dei giovani si è progressivamente spostato dall’Europa (in piena crisi demografica) ad altre zone del mondo: anche il crollo del muro di Berlino e i sovvertimenti politici del 1989 che hanno scosso il Vecchio continente sono stati vissuti in pieno dai “giovani- oramai adulti”, reduci del ’68, ma solo marginalmente dagli adolescenti. L’Europa non sarà più, per lunghi anni, una terra per i giovani.

Ma la spinta “rivoluzionaria” dell’età continua e si incarna, forse in maniera meno evidenziata dai massmedia internazionali, nel desiderio di pace, democrazia e sviluppo presente in molti attivisti per i diritti che instancabilmente operano in Africa e nei paesi più poveri del mondo, dove l’età media della popolazione è un grande fattore di speranza: sono i giovani i motori del cambiamento. In questi ultimi mesi sono accaduti eventi che dimostrano quanto la forza dirompente del rinnovamento possa in concreto modificare alla radice contesti geopolitici che sembravano destinati a rimanere per lungo tempo immobili. La primavera araba del 2011 è nata da una rivolta giovanile contro la corruzione di regimi dispotici ma soprattutto contro l’assenza di qualsiasi prospettiva di benessere, di libertà, di felicità. I giovani sono tornati protagonisti, qualunque sia l’esito finale di queste modificazioni del quadro politico arabo e medio orientale.

La crisi economica sta rimescolando le carte fungendo da propellente, anche nei paesi occidentali, di un risveglio dei giovani, che si vedono ormai tagliati fuori da una globalizzazione finanziaria che produce precarietà e disillusione. Il fenomeno degli “indignados”, seppur ancora di difficile interpretazione, potrebbe però leggersi come l’ultima trasformazione del rapporto tra giovani e rivoluzione: oggi non si sogna più un’umanità nuova e un ideale di fraternità globale; si spera soltanto di avere un futuro meno peggiore di quanto prevedono gli analisti.

 

Obiettivo giovani: disagio, associazionismo, consumi

Tornando indietro nel tempo alla seconda metà del XIX secolo, la categoria “giovani” balza alla cronaca di giornali inglesi e americani per alcuni episodi di violenza o di criminalità destinati a punteggiare tutto il secolo e oltre, e a creare quell’etichetta che ancora oggi chiamiamo “disagio giovanile”.

Gli stravolgimenti economici della rivoluzione industriale si facevano sentire pesantemente sulla struttura sociale di città e campagne: per il nostro discorso è interessante evidenziare il progressivo dilatamento di quella “età di mezzo” che possiamo chiamare adolescenza o giovinezza. “La modernità reinventò, per così dire, il giovane man mano che il tempo del passaggio dall’infanzia all’età adulta si andava dilatando e si riempiva di attività e di esperienze in grado di plasmare uno spazio esistenziale dotato di una sua crescente autonomia e di un profilo sociale sempre più marcato e nitido. Tanto più l’età del matrimonio si posticipava, la scolarizzazione si allungava, insieme con l’apprendistato, la leva diventava obbligatoria… tanto più il gruppo di anni compreso tra i 13-14 e i 25 circa assumeva i contorni di una stagione della vita significativa” (Il secolo dei giovani, cit., p.56).

A ciò si aggiunge il tumultuoso fenomeno dell’urbanizzazione di masse di contadini che si trasformavano ben presto in proletari: i giovani che trovavano un lavoro, seppur nelle condizioni degradate delle prime fabbriche, e un salario, seppur minimo, erano capaci di affrancarsi precocemente dalla famiglia di origine, costituendo un elemento di modernizzazione e di cambiamento. Ma molti, moltissimi, restavano fuori da questo processo. Costretti a rincorrere ma tagliati ormai fuori dal ritmo urbano, questi giovani disagiati, ingrossavano le fila di bande violente che compivano azioni teppistiche o criminali. L’analfabetismo, la carenza di strutture scolastiche, la povertà diffusa non facevano altro che creare sacche di emarginazione, veri e propri ghetti di disperazione e di sfruttamento.

Il mondo degli adulti doveva far qualcosa. Tra ottocento e novecento, con il moltiplicarsi di articoli di giornale, romanzi ed analisi filosofico-sociologiche sui giovani, si misero in campo i primi provvedimenti specifici per questa età che andavano dalle istituzioni caritatevoli, alle norme sull’obbligo scolastico, alle teorie educative fino ai tribunali specifici per minori. Tuttavia la gioventù veniva quasi sempre vista come un pericoloso coacervo di passioni da domare, di slanci da incanalare, di pulsioni da frenare. Per anni in Inghilterra e negli Stati Uniti (per non parlare della Germania prussiana) il conservatorismo faceva da padrone: emblematico il fortunato volume dell’americano Stanley Hall, Adolescence (1904), che pur teorizzando per la prima volta il concetto di adolescenza, propendeva per un’educazione autoritaria – con pene corporali – e per un misto di ideologia cristiano/darwiniana. I giovani comunque erano un problema: per forza disagiati e ribelli, dovevano essere controllati in maniera repressiva.

Le persone più sensibili e aperte sceglievano però un’altra strada, favorendo la creazione di gruppi e associazioni direttamente rivolte ai giovani: alle bande teppiste dai nomi evocativi (dagli Apache ai Five points), ai figli ribelli dei borghesi, alla gioventù inquieta venivano offerti per esempio i college scolastici rigidi e esclusivi, l’inquadramento e il contatto con la natura dei Boy scout o dei Wandervogel, la dimensione religiosa dei primi gruppi giovanili costituiti dalle chiese, la militanza politica nelle sezioni dei partiti, la lotta sindacale per i diritti. Si delineava così sempre di più l’identità di una categoria, quella dei giovani, destinata a segnare un’epoca. Questo tipo di associazionismo verrà recuperato dopo la tempesta bellica che, tra il 1914 e 1945, coinvolse intere generazioni: oggi quasi ogni confraternita, organizzazione, associazione, gruppo di pressione, categoria professionale, partito, sindacato, chiesa, religione, società sportiva, musicale o di intrattenimento ha una sezione dedicata ai giovani.

D’altra parte, come ha fatto notare Jon Savage nello splendido L’invenzione dei giovani”, la letteratura coglie prima di tutti questa svolta storica: curiosamente, ma non tanto, sono le fiabe come Il meraviglioso mago di Oz di Frank Baum, o Peter Pan di J.M. Barrie a disegnare per prime, in apertura del ‘900, un’adolescenza fatta di sogno e di evasione, comunque al centro delle dinamiche sociali. La nascita di una letteratura specificamente destinata ai giovani non è altro che l’inizio della società dei consumi, esplosa con somma evidenza dopo la seconda guerra mondiale: i teenagers saranno il target dello stile di vita americano, uscito trionfante dal conflitto.

Ciò si innesta nell’associazionismo precedentemente descritto creando quella miscela di impegno ma anche di propensione al consumo che segna la cifra della condizione giovanile occidentale, almeno fino alla fine del secolo. La rivoluzione dei costumi (segnata dal cinema, dalla musica, dalla minigonna, dalla motocicletta e oggi dalle innovazioni tecnologiche) e dei consumi vede protagonisti i giovani sia come decisivo target di mercato sia come reale agente di cambiamento. Come abbiamo visto, il ’68 nasce da qui.

 

I giovani del 2000: la prima generazione globalizzata

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una progressiva globalizzazione di questo modello di gioventù, unificato dalla fine delle ideologie novecentesche, dalla possibilità di spostarsi ed emigrare molto più agevolmente di un tempo, dalle nuove tecnologie che hanno decurtato tempi e spazi. Nasce la prima generazione globalizzata in cui, in maniera confusa ma evidente, i giovani del mondo sembrano viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda: ascoltano la stessa musica, guardano gli stessi video su internet, mantengono contatti e relazioni grazie ai social network, condividono alcuni valori di fondo. Il desiderio di un mondo migliore, basato su pace e giustizia (come testimoniano le manifestazioni globali del 2003 contro la guerra in Iraq oppure il successo delle Ong), la coscienza ecologica, il bisogno di relazioni autentiche, il rigetto di ideologie discriminatorie, la condivisione dei valori dell'incontro e della solidarietà sono solo alcuni aspetti della generazione del 2000.

C'è anche un rovescio della medaglia. È chiaro che la globalizzazione implica l’esportazione in tutto il mondo dei modelli occidentali (economici, politici e sociali, ma anche di costume e di immaginario): anche chi – e sono molti i giovani - si propone di trovare una via alternativa, si colloca nel solco della storia che abbiamo cercato di delineare precedentemente. I giovani globalizzati sembrano essere giovani occidentalizzati, anche se i centri di potere mondiale e le faglie dirimenti di cambiamento si stanno spostando all’Asia e all’Africa. Se i cinesi aspirano a primeggiare secondo un modello americano (ricchezza, grattacieli, consumi, PIL, divertimento, apparenza, ma non democrazia), seguiti a ruota dagli indiani, nel mondo arabo si cerca di inseguire questa traiettoria partendo però da diritti di libertà e da un protagonismo politico mai sperimentato prima.

I giovani europei e americani si sono invece risvegliati da un lungo letargo basato sull’illusione che il benessere e il luccichio degli anni ’80 e ’90 fosse scontato e infinito: ora, più poveri, precari e confusi, diventano “indignati”, seguendo – ma non guidando – i movimenti di cambiamento. Alcuni però non riescono a entrare in sintonia con il futuro e cadono nel disagio e nell'emarginazione mentale e sociale. Diventano meri consumatori, vuoti a perdere nel tritacarne iperliberista. Scrive il sociologo Henry A. Giroux: “Visti sempre di più come un ulteriore fardello sociale, i giovani hanno smesso di essere inclusi in un discorso relativo alla promessa di un futuro migliore. Essi vengono invece considerati parte di una popolazione smaltibile la cui presenza minaccia di richiamare alla mente memorie collettive rimosse della responsabilità adulta”.

Questa crisi finanziaria ed economica senza precedenti, tuttavia, potrebbe creare una scossa salutare capace di scongiurare questo pericolo generando per davvero nei giovani una nuova consapevolezza di dover agire in prima persona nel campo dei diritti umani, della tutela ambientale, della cultura della pace. Certo, ognuno alla sua maniera. Ma le rivendicazioni e i sogni potrebbero essere gli stessi: ragionando ormai secondo un orizzonte globale i giovani sanno che le sfide del futuro possono essere affrontate soltanto in una dimensione sovranazionale, giocata attraverso una innovativa sinergia dei vari attori in campo, dalle ONG ai movimenti di ispirazione religiosa, dalle Nazioni Unite al mondo del no profit, dalle associazioni umanitarie alle banche etiche fino ai singoli Stati. Moltissime azioni messe in campo proprio da giovani testimoniano che, al di là di Youtube e Facebook, la generazione di oggi si muove nella stessa direzione.

 

Contraddizioni e sfide

Guardando con attenzione però, a livello sociale i giovani nel mondo non possono essere considerati un insieme omogeneo. Basti dare un’occhiata ad alcuni dati demografici. Secondo i dati delle Nazioni Unite, gli under 15 (i giovani dei prossimi anni) sono il 26% della popolazione globale. Ma le differenze territoriali sono enormi: in Africa questi bambini e ragazzi sono il 40% delle persone, in Asia il 25%, in America Latina quasi il 28%, in Nord America il 19,7%, in Europa soltanto il 15,4%. Gli over 65 in Africa sono poco sopra il 3%, mentre in Europa oltre il 16%!

Le differenze più grandi però si possono cogliere nella percezione della stessa giovinezza. Per l'Onu viene considerato giovane chi ha un'età compresa tra i 15 e i 24 anni, mentre in Occidente, soprattutto in Europa, ad ogni lustro sale di due o tre anni il limite della gioventù: oggi stiamo per arrivare alla soglia dei 40. Questa dilatazione abnorme deriva in parte dall'aumento dell'aspettativa di vita, in parte a causa dell’incertezza e della precarietà – ma anche della noia derivata dal benessere, in parte dal trionfo di una società basata sui consumi e sul giovanilismo: l'età adulta è sempre rimandata. Per questa generazione, inoltre, il trauma della crisi economica che prosciuga financo la possibilità del futuro potrebbe segnare uno spartiacque epocale: dai diritti senza doveri si passa improvvisamente ai doveri senza diritti. Questa situazione potrebbe far uscire i giovani dal loro letargo oppure sprofondarli in un ulteriore disagio. Nella maggior parte del mondo, invece, i giovani sono abituati alle difficoltà; devono lottare fin da bambini per la sopravvivenza, per l’istruzione, per il lavoro; escono presto dalla famiglia, ne costruiscono presto un'altra, emigrano in cerca di una vita migliore.

I giovani migranti rappresentano l’avanguardia del mondo che verrà. Secondo impressionanti dati elaborati dall’ONU i migranti di età compresa tra i 15 e i 24 anni sono circa 27 milioni e rappresentano il 15% della popolazione che emigra nei paesi sviluppati (gli under 34 rappresentano più del 30% dei nuovi arrivati). Essi sono vitamine indispensabili per sostenere una società invecchiata. Sono questi i giovani globali che si muovono per trovare lavoro, per fuggire alla guerra. Ma pensare solo in termini problematici sarebbe fuorviante: questi giovani portano e cercano cultura, incontro, scambio, comunanza nella diversità. L'incontro con la gioventù dell'Occidente è una grande sfida per il futuro che potrebbe portare a una nuova visione cosmopolita e inclusiva, capace di sognare prospettive globali, partendo però da una dimensione locale.

Un terzo elemento che segna una profonda diversità tra le zone del mondo consiste nel grado di istruzione della gioventù: mentre l'Europa, forse per la prima volta, i giovani rischiano di essere meno istruiti della generazione precedente, in Asia per esempio essi sono la punta di diamante dello sviluppo e sono davvero il motore di ogni possibile cambiamento: avendo possibilità enormemente maggiore dei propri genitori, più preparati e più determinati, i giovani dell'Asia - nei loro paesi d'origine ma anche negli Stati Uniti e in Europa - rappresentano la classe dirigente del futuro.

In sintesi, i processi storici spingono inesorabilmente per la nascita di una generazione unificata che ragiona in termini globali. Abbiamo visto che in parte questo è già realtà ma esistono ancora grandi differenze tra i giovani del mondo. Una questione aperta resta quella dell'impatto della crisi economica sulla realtà giovanile: per ora vediamo soltanto gli aspetti negativi ma forse questo momento di rottura potrà essere gravido di positività.

 

Bibliografia

Jon Savage, L’invenzione dei giovani, Feltrinelli, Milano 2009.

Storia dei giovani, a cura di Giovanni Levi e Jean Claude Schmitt, Laterza, Bari 2000.

Il secolo dei giovani: le nuove generazioni e la storia del Novecento, a cura di Paolo Sorcinelli e Angelo Varni ; saggi di Roberto Balzani, Donzelli, Roma 2004.

Olivier Galland, Sociologie de la jeunesse: l'entrée dans la vie, Colin, Paris 1991.

(Scheda realizzata con il contributo di Piergiorgio Cattani)

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