Danzare – e vivere – in 3D

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Foto di Angela Onorati ®  scattate presso il CID durante la residenza artistica di Sindri Runudde

Oriente Occidente è il festival di danza contemporanea di Rovereto (qui il programma); quest'anno si svolgerà dal 29 agosto all'8 settembre. Nel 2014 ha iniziato ad esplorare un nuovo filone di ricerca, collegato alla disabilità – che ha dato il via a una serie di progetti europei, grazie ai quali è possibile invitare ogni anno artisti di portata internazionale sul territorio, organizzando workshop ed incontri. In questo quadro abbiamo intervistato Sindri Runudde, artista trentatreenne di origini svedesi che ha lavorato con numerose compagnie internazionali di danza, da Candoco a Skånes, e che attualmente sta sviluppando una sua ricerca personale sul tatto come percezione estetica. 

Confesso di averti cercato su Google ma di non aver trovato molto sulla tua biografia.

Di rilevante ti direi che sono cresciuto nel nord della Svezia e che grazie a mia sorella ho iniziato ad entrare nell'ambiente circense. Credo di aver iniziato abbastanza presto con l'arte, giocando con il corpo ed i suoi movimenti, anche se su a nord per un ragazzo era abbastanza difficile ballare. Facevo comunque un sacco di sport, e questo è rimasto molto nella mia pratica artistica.

Come funziona il tuo processo creativo?

La sera vado a dormire ed ho come i fuochi d'artificio in testa. Quando ho delle idee credo che queste vengano soprattutto dal mio petto, dentro. Penso sia molto difficile essere un artista oggi. Anche in Svezia, c'è un tipo di danza molto concettuale; quando scrivi i progetti per chiedere dei fondi ci sono così tante domande a cui rispondere: ti chiedono di lavorare sul femminismo, sull'ambiente, ecc. ed ovviamente è un qualcosa di positivo. Per me poi è inevitabile perché io guardo tutto con una prospettiva queer e, suppongo, di persona disabile. Per cui quando ci sono queste schede riesco a barrare tante caselle anche per il solo fatto di esistere (ride, ndr). Sono sempre stato un attivista.

Su cosa stai riflettendo in questi giorni?

A come trasformare la sensazione di quando si ascolta musica: ogni tanto per me è come bere qualcosa, ogni tanto vedo dei colori nello spazio, delle forme, degli elementi di architettura...li vedo anche solo ascoltando una canzone e allora mi domando: come posso lavorarci sopra con la danza? E cerco di applicare tutto questo a un concetto, un argomento. 

Qual è secondo te la difficoltà più grande nell'essere artisti oggi?

La situazione dei freelance non è facile. Ogni tanto noto che sono al 95% un imprenditore e al 5% un ballerino; poi vado sul palco e penso “oddio, è così tanto tempo che non utilizzo il mio corpo”, sono stato solo nella mia testa pianificando, scrivendo... Ho iniziato come ballerino ma nessuno si aspetta che io utilizzi così tanto il mio corpo anche oggi. Credo che viviamo in una società ottimista e piena di opportunità che ci rende molto aperti e flessibili a tutto; può essere difficile scegliere, c'è tutto e niente da un certo punto di vista. Per me però questo non è mai stato un problema perché penso che la sensazione all'interno del mio petto sia più grande. Per cui se non trovo lavoro me lo creo - e le cose mi escono, anche se naturalmente c'è della paura.

Cos'è la paura quando pensi a te, al tuo lavoro, al tuo futuro?

Forse la paura è rimanere intrappolato nel ruolo di imprenditore e perdermi il resto. Anche quando lavoro con il mio corpo, in alcune condizioni, con alcune parti del mio corpo che non funzionano... penso che possiamo trovare la paura e tracciarla nel sistema nervoso. L'aspetto neurologico del nostro corpo ci dice così tante cose che non sempre si possono mettere in parole. Perché forse la paura è anche quando diventiamo troppo bidimensionali e restiamo bloccati in un loop di pensiero, per esempio, o guardiamo solo in una direzione - io la chiamo frontalità. Per me c'è tanta paura che si può creare in questa frontalità; ma attraverso un approccio umoristico posso cambiare l'atmosfera, creare qualcosa di nuovo.

Quindi non un pensiero a 2D, ma a 3D?

Credo di aver creato un piccolo modo di dire: la bidimensionalità crea buona eduzione e gentilezza; per me è una frase forte che si applica anche alla paura. Se sei troppo educato, troppo gentile; allora non esplori il mondo al pieno delle tue capacità, con tutti i tuoi sensi. Per esempio se voglio sapere cosa c'è sotto il tavolo rompo questo pensiero bidimensionale toccando con le mani sotto il tavolo; uso il tatto per sapere. Utilizzare quest'idea del rompere con la bidimensionalità, andare contro le convenzioni sociali - da un certo punto di vista - per me è anche uno strumento importante: ti fa vedere che se hai delle restrizioni da qualche parte puoi sentire qualcosa di nuovo da un'altra - invece di cercare di tornare a chi eri prima o a quello che altre persone vogliono che tu sia. Per cui penso alla tridimensionalità. 

Cosa è successo ai tuoi occhi, se posso chiedere?

È quasi divertente (sorride, ndr), si tratta di una malattia neurologica. Quest'anno è il mio decimo anniversario, 10 anni fa ho iniziato a sviluppare questa malattia che influenza il nervo visivo. A quanto pare è una malattia davvero rara. Cambia da persona a persona, ma per me è arrivata al punto in cui ho perso tutta la vista nella parte centrale degli occhi. Ci vedo dai lati ma è un po' come essere in un bagno turco, con tutto il vapore. Purtroppo ogni tanto il focus diventa solo la mia disabilità, non il lavoro che svolgo. Poco fa dicevo che mi esprimo da un punto di vista queer e da una prospettiva di persona disabile; e devo dire che non mi piace neanche questa parola perché connota il non essere qualcosa, dis-abile.

Hai fatto una ricerca artistica su questo?

Ho realizzato un pezzo, “Blind boy diaries”; è autobiografico e lì sono davvero pragmatico. Dico proprio: “ciao, sono Sindri e questo è quello che mi è successo”. Parlo della mia storia, del voler diventare un ballerino nello stesso momento in cui mi succedeva. L'abbiamo resa un'arte concettuale coreografica; non voglio che le persone mi compatiscano, sono solo diventato un messaggero di questo fenomeno. È un tipo di lavoro che ho già fatto, e non sono più interessato a parlarne ma allo stesso tempo ho notato nelle prove qui a Rovereto che ci sono tanti momenti basati sul fatto che non vedo. E non sono interessato neanche a fare quelle performance al buio perché io non ci vedo, trovo che spesso siano un clichè: spegnamo la luce, togliamo la vista e lavoriamo sugli altri sensi. Ci sono un sacco di sfumature per me, prima di arrivare al buio.

In conclusione?

Credo che dal punto di vista artistico ci sia un voler aggiungere la mia prospettiva, personalità, senso dell'umorismo o di un linguaggio queer e di cultura disabile – ogni tanto la chiamo cultura creep, è un modo per reclamare la mia disabilità (sorride, ndr). Ognuno di noi vive una realtà diversa, credo che possiamo guardare agli altri corpi senza essere così veloci nel giudicarli; e non vedere tanto il binomio io e te ma che tutti condividiamo lo stesso sistema nervoso, quindi non importa la diversità di come viviamo le nostre vite. Se io riesco ad entrare in quella frequenza posso notare l'animale di fronte a me perché io sono un animale, e credo che possiamo creare molta comprensione per la vita se diventiamo più abili nella percezione.

Novella Benedetti

Classe 1980 - in Italia ha vissuto tra Trento e Trieste, all'estero si è divisa tra Americhe (Stati Uniti, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica) ed Europa (Scozia, Irlanda, Paesi Baschi, Kosovo, Germania). La sua passione sono le lingue come strumento per entrare in contatto con l'altro; di mestiere è coach e formatrice, lavora a vario titolo nel terzo settore e dal 2014 è giornalista pubblicista. Ha realizzato anche vari lavori video, tra cui "Non si può vivere senza una giacchetta lilla", proiettato al Trento Film Festival.

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