Diritti economici, sociali e culturali

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“La piena realizzazione dei diritti civili e politici senza il godimento dei diritti economici, sociali e culturali è impossibile. Il conseguimento di un duraturo progresso nell'implementazione dei diritti umani dipende da sane ed efficaci politiche, nazionali e internazionali, di sviluppo economico e sociale”. (Punto 1 comma 2 della risoluzione 32/130 approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 16 dicembre 1977)

 

Introduzione

Con i due Patti internazionali emanati dalle Nazioni Unite nel 1966, rispettivamente sui Diritti Civili e Politici e sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, si “obbligano” gli Stati che li abbiano ratificati a riconoscere e progettare un'ampia gamma di diritti umani.

I Diritti civili e politici o “diritti di prima generazione”, sono contenuti negli articoli 1-21 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (DUDU), ed altresì previsti dal Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici (PDCP). Realizzano l'autonomia dell'individuo nella società e la partecipazione alla vita politica. Alcuni di questi diritti sono anche definiti tradizionalmente “libertà”. In particolare, si distinguono libertà positive (di fare qualcosa), e libertà negative (di essere esenti da qualcosa). Sono “positive”, ad esempio, le libertà di: pensiero, coscienza, religione, associazione, riunione, movimento, stampa. Sono libertà cosiddette “negative” quelle che consistono nel non dover subire tortura, schiavitù, arresto arbitrario, discriminazione. I diritti di prima generazione sono quelli che più facilmente possono tradursi in forme di tutela giudiziaria.

I Diritti economici, sociali e culturali o “diritti di seconda generazione”, sono contenuti negli articoli 22-27 della DUDU. A questo gruppo appartengono diritti che richiedono un intervento attivo dello stato a sostegno di forme di eguaglianza sostanziale: ad esempio il diritto al lavoro, alla sicurezza sociale, alla tutela sindacale, alle cure mediche, all'educazione (o più in generale alla formazione), a un livello di vita decente, alla partecipazione alla vita culturale. A differenza di quelli di prima generazione sono rimasti per lo più allo stato di principi politici. Questo Patto prevede come ulteriore opzione un Protocollo facoltativo, che rende possibile anche ad una singola persona la denuncia di violazioni dei diritti previsti da tale Patto.

Accanto alle dichiarazioni di principi e agli strumenti normativi a carattere generale, una serie di trattati e convenzioni ha regolato singoli aspetti della materia, in molti casi prendendo in considerazione non solo l'individuo astratto della tradizione liberale, ma anche le specifiche necessità di gruppi maggiormente bisognosi di tutela: rifugiati, donne, bambini. In specifico, quindi, la Convenzione relativa allo status dei rifugiati del 1950, la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, del 1979, la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia del 1989.

 

L'Europa ed altre Organizzazioni Regionali

Su scala “regionale”, il Consiglio d'Europa aveva già adottato nel 1950 una Convenzione per la salvaguardia dei diritti umani (entrata in vigore nel '53), che impegnava tra l'altro gli stati aderenti a riconoscere la giurisdizione della Corte europea dei diritti umani, cui possono rivolgersi anche cittadini privati e organizzazioni non governative. Ancora per iniziativa del Consiglio d'Europa, era entrata in vigore nel 1965 la Carta sociale europea che riconosce i seguenti diritti fondamentali:

- diritto al lavoro;

- diritto ad eque condizioni di lavoro;

- diritto alla sicurezza e all'igiene del lavoro;

- diritto a un'equa retribuzione;

- diritto dei lavoratori e dei datori di lavoro di costituire organizzazioni sindacali locali, nazionali e internazionali e di aderirvi;

- diritto dei fanciulli e degli adolescenti alla protezione;

- diritto delle lavoratrici alla protezione;

- diritto all'orientamento professionale;

- diritto alla formazione professionale;

- diritto alla protezione della salute;

- diritto alla sicurezza sociale;

- diritto all'assistenza sociale e medica;

- diritto a beneficiare dei servizi sociali;

- diritto delle persone fisicamente o mentalmente minorate alla formazione professionale e riadattamento sociale;

- diritto della famiglia a una posizione sociale e economica;

- diritto della madre e de1 fanciullo ad una protezione sociale ed economica;

Sul modello europeo, l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) dava vita alle Convenzioni interamericane sui diritti umani (1969-78). Nel 1981, sulla base di principi parzialmente divergenti dalla DUDU, l’OUA (Organizzazione per l’Unità Africana) emanava una Carta africana dei diritti umani e dei popoli che, ad oggi, è il documento più inclusivo esistente a livello internazionale. Nel 1975 i paesi dell’OSCE partecipanti alla Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa hanno riconosciuto la necessità di tutelare i diritti umani per sviluppare rapporti internazionali pacifici, giusti ed economicamente produttivi (principio VII).

 

L'Italia

Un anno prima della DUDU fu promulgata la Costituzione italiana che pone a fondamento del patto sociale l’impegno alla tutela dei diritti umani. Infatti all’art. 2 recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. L’esigenza del rispetto dei diritti umani viene di fatto rafforzata dall’art.10 della Costituzione, che prevede l’adeguamento automatico del nostro ordinamento ai principi fondamentali del diritto internazionale. A causa dei contrasti tra le maggiori potenze, e della diffusa resistenza ad accettare limiti concreti alla propria sovranità a vantaggio di istituzioni sovranazionali, si deve attendere il 16 dicembre 1966 perché i principi etico-politici della Dichiarazione si possano tradurre nei due accordi giuridicamente vincolanti sovradescritti (Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali ed il Patto internazionale sui diritti civili e politici).

 

I diritti economici sociali e culturali

I diritti economici sociali e culturali riconosciuti nel Patto internazionale del 1966 sono i seguenti:

- diritto al lavoro, a un salario equo, a un’esistenza decorosa per sé e la famiglia, a condizioni di sicurezza e di igiene nel lavoro, all’avanzamento di carriera, al riposo, agli svaghi, alle ferie;·

- diritto di costituire sindacati, a far parte di sindacati, diritto delle organizzazioni sindacali di formare confederazioni e organizzazioni sindacali internazionali;

- diritto di sciopero;

- diritto alla sicurezza sociale;

- diritto della famiglia alla protezione e all’assistenza;

- diritto a un livello di vita sufficiente per quanto concerne alimentazione, vestiario,alloggio;

- diritto alla salute;

- diritto all’istruzione;

- diritto di partecipare alla vita culturale e di godere dei benefici del progresso scientifico e delle sue applicazioni;

- diritto a godere della tutela degli interessi morali e materiali scaturenti dalla produzione scientifica, letteraria, artistica, ecc.

- diritto all’esercizio di una attività lucrativa nei territorio delle altre parti contraenti;

- diritto dei lavoratori migranti e delle loro famiglie alla protezione e all’assistenza.·

Il diritto alla proprietà privata non figura in nessuno dei due Patti internazionali del 1966 e neppure nella Convenzione europea del 1950; è riconosciuto invece nel suo primo Protocollo aggiuntivo

Nel Patto internazionale non figurano né il diritto all’ambiente né il diritto allo sviluppo. Il loro riconoscimento figura invece nella succitata Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli.

 

Le violazioni da parte della comunità internazionale e dei governi

Per quanto riguarda specificamente i diritti economici, sociali e culturali, la garanzia internazionale opera al livello minimale della rendicontazione periodica: «Gli stati “parti” si impegnano a presentare, in conformità alle disposizioni di questa parte del Patto, rapporti sulle misure che essi avranno dei diritti riconosciuti nel Patto», Articolo 16,1 del pertinente Patto delle Nazioni Unite. L’organo destinatario dei rapporti è il Segretario generale delle Nazioni Unite, “che ne trasmette copia al Consiglio economico e sociale per l’esame», art. 16,2.

Si può parlare di violazione dei diritti economici, sociali e culturali quando lo Stato:

- non rispetta o non tutela un diritto né rimuove gli ostacoli alla sua immediata realizzazione

- adotta politiche o comportamenti discriminatori o aventi l’effetto di escludere gruppi o singoli per motivi inammissibili

- non dà priorità nella realizzazione degli aspetti essenziali di ciascun diritto alle persone emarginate, escluse o più vulnerabili

- pone eccezioni non previste dal diritto internazionale al godimento di un diritto

- ostacola o permette a terzi di ostacolare la realizzazione di un diritto

- non sanziona un abuso

- non istituisce o non garantisce l’effettivo funzionamento di un organo che controlli l’attuazione del Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e intervenga a difesa delle sue violazioni

Per garantire la piena attuazione dei diritti economici, sociali e culturali è certamente necessario l’impiego di notevoli risorse economiche ed umane. Tuttavia la scarsità di tali risorse non è una delle principali cause delle diffuse e continue violazioni di questi diritti. Principalmente si compie una violazione o la limitazione di un diritto quando c’è una scelta politica negligente o discriminatoria.

Lo Stato è, altresì, responsabile se non ha predisposto idonee forme d' indennizzo per le possibili vittime e per le azioni lesive poste in essere da attori non statali che hanno agito in assenza di precise norme legislative.

Nel corso di un conflitto armato o in una situazione d’emergenza che “minacci la vita della nazione”, lo Stato può sospendere temporaneamente solo alcune garanzie riconosciute dal diritto internazionale e per un motivo legittimo, quale la tutela della salute o dell’ordine pubblico.

Le misure che possono limitare i diritti umani devono essere adottate tenendo conto dei criteri di ragionevolezza, di proporzionalità rispetto alla minaccia e della distinzione fra civili e combattenti.

 

La difesa dei diritti economici, sociali e culturali

Nel periodo seguente la guerra fredda si è assistito alla rivendicazione dei diritti economici, sociali e culturali grazie alla mobilitazione dei movimenti sociali, alle denunce delle vittime, alla previsione di meccanismi procedurali per far valere la responsabilità degli autori delle violazioni e al rinnovato impegno della comunità internazionale.

Le organizzazioni non governative (ONG) internazionali attive in questo campo si sono affermate a partire dalla fine degli anni Ottanta: la FIAN (Food First Information and Action Network), il CESR (Center on Economic and Social Rights) e il COHRE (Centre on Housing Rights and Eviction).

Oggi esiste una rete internazionale, un network attivo in quest’ambito: l’ESCR-Net (Economic, Social and Cultural Rights Network). Si tratta, appunto, di una rete internazionale, di un’iniziativa di collaborazione fra gruppi e singoli provenienti da tutto il mondo del lavoro per assicurare la giustizia economica e sociale attraverso i diritti umani. La rete ESCR-Net cerca di rafforzare il campo di tutti i diritti umani, ma con particolare attenzione ai diritti economici, sociali e culturali e sviluppare ulteriormente gli strumenti per realizzare la loro promozione, protezione e rispetto.

Molto importante è stato anche il lavoro svolto dal CEJIL (Center for Justice in International Law) e dall’INTERIGHTS (International Centre for the Legal Protection of Human Rights) che hanno curato la rappresentanza legale delle vittime di queste violazioni.

 

Meccanismi di controllo

Diversamente dal Patto sui diritti civili e politici, il Patto sui diritti economici, sociali e culturali non prevedeva in origine nessuno specifico comitato di controllo. Solo nel 1985 il Consiglio Economico e Sociale delle NU (ECOSOC) decise di istituire il Comitato sui diritti economici, sociali e culturali (CESCR), composto da 18 esperti indipendenti incaricati di monitorare l’implementazione del Patto da parte degli Stati, analizzando i rapporti periodici che questi ultimi sono tenuti a preparare ai sensi della parte IV, artt. 16-25 del Patto.

Il 10 dicembre 2008, al termine delle celebrazioni per il 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, l’Assemblea Generale ha adottato all’unanimità, con Risoluzione A/RES/63/117, il Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, che istituisce un meccanismo di comunicazioni individuali per gravi violazioni dei diritti sanciti nel Patto. Il Protocollo impegna gli Stati a riconoscere la competenza del Comitato a ricevere e considerare comunicazioni provenienti da individui, o gruppi di individui, che si reputano vittime di violazioni di uno o più diritti sanciti nel Patto.

Il Protocollo, inoltre, attribuisce altre competenze al Comitato, tra cui:

- ricevere e considerare comunicazioni inter-statali;
- richiedere ad uno Stato di adottare misure urgenti, in circostanze di eccezionale gravità, per impedire danni irreparabili per le vittime di presunte violazioni;
- in caso di violazioni grave e sistematiche, predisporre una missione di inchiesta sul campo.

Il testo del Protocollo è stato elaborato all’interno di un gruppo di lavoro (WG) ad hoc istituito nel 2002 all’interno del Consiglio diritti umani, a cui hanno partecipato rappresentanti di Stati, ONG, agenzie specializzate, nonché numerosi esperti indipendenti. Il WG ha terminato i suoi lavori nel giugno 2008, presentando la propria bozza al Consiglio diritti umani, che ha adottato il Protocollo nel corso della sua VIII Sessione ordinaria (giugno 2008) con Risoluzione 8/2. Il testo è stato poi nuovamente discusso e approvato, sempre all’unanimità, dal Terzo Comitato (Sociale, Umanitario e Culturale) dell’Assemblea Generale nel novembre 2008 (Risoluzione A/63/435).

Il Protocollo sarà aperto alla firma e ratifica da parte degli Stati il 24 settembre 2009, ed entrerà in vigore il terzo mese successivo alla data del deposito presso il Segretario Generale delle Nazioni Unite del decimo strumento di ratifica o di adesione.

Resta il fatto, al di là della ratifica o meno, che la trasgressione dei diritti succitati da parte delle Organizzazioni Governative (Stati) non sia perseguibile in modo coercitivo dalle Organizzazioni Internazionali (OIG) ma solo denunciabile dalle campagne od appelli della società civile (ONG ed Istituti di Ricerca). Ciò fa intravedere che siamo agli albori della storia di tutela del diritto e che solo se le OIG e le ONG riusciranno a “far sistema” si potrà fare un lavoro di advocacy presso gli Stati più irrispettosi.

 

Patti e Convenzioni

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo

Patto sui diritti civili e politici del 1966

Patto sui diritti economici, sociali e culturali del 1966

Protocollo opzionale al Patto sui diritti economici, sociali e culturali (adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 2008; aperto alla firma dal 2009)

Convenzione sul lavoro forzato (1930) che esige la soppressione del lavoro forzato

Convenzione sulla libertà sindacale e la protezione del diritto sindacale (1948) che sancisce il diritto dei lavoratori e dei datori di lavoro di costituire delle associazioni e di associarvi.

Convenzione sul diritto di organizzazione e contrattazione collettiva (1949) che protegge le organizzazioni sindacali e promuove la contrattazione collettiva

Convenzione sull’eguaglianza di retribuzione (1951) che richiede l’applicazione del principio dell’eguaglianza di remunerazione per uomini e donne per un lavoro di eguale valore

Convenzione sull’abolizione del lavoro forzato (1957)

Convenzione sulla discriminazione (1958). Richiede una politica nazionale per eliminare ogni forma di discriminazione in materia di accesso al lavoro, formazione e condizioni di lavoro basata sulla razza, il colore, il sesso, la religione, le opinioni politiche e promuove l’uguaglianza di opportunità e trattamento

Convenzione sull’età minima lavorativa (1973)

Convenzione sulla proibizione e immediata eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile (1999)

Convenzione sulle lavoratrici e i lavoratori domestici (2011)

 

Bibliografia

Amnesty International, Introduzione ai diritti economici sociali e culturali, EGA Editore, 2008.

Amnesty International, La forza della solidarietà - Diritti economici e sociali in un mondo che cambia; 2001.

A.Cassese, I diritti umani oggi, Laterza, 2009

Video:

Io pretendo dignità

Lavoro dignitoso

 

(Scheda realizzata con il contributo di Antonella Vinciguerra e Fabio Pipinato)

 

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