Decreto sicurezza e (dis) obbedienza civile

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Il 2019 si è aperto con la decisione del sindaco di Palermo Leoluca Orlando di sospendere, «per gli stranieri eventualmente coinvolti dalla controversa applicazione della legge (Decreto sicurezza, ndr), qualunque procedura che possa intaccare i diritti fondamentali della persona con particolare, ma non esclusivo, riferimento alle procedure di iscrizione della residenza anagrafica».

La polemica è rimbalzata sulla stampa che riporta le dichiarazioni apparentemente imperturbabili dei due vicepremier (Salvini e Di Maio) che condividono la direzione politica del governo chiamato ad applicare il contratto di governo tra Lega e M5S.

Altri sindaci, da Udine a Novara, hanno espresso consenso alla linea governativa e tacciato di deriva ideologica i colleghi che stanno valutando l’ipotesi di seguire l’esempio palermitano.

Dopo tante critiche si attendevano degli atti espliciti di opposizione alla norma sulla disciplina dell’immigrazione fortemente voluta dal ministro degli interni e approvata grazie alla compattezza dei pentastellati.

Una forte disciplina interna che ha comportato l’espulsione dal gruppo, finora, di due senatori che non hanno osservato le indicazioni di voto del loro partito. A costo da compromettere l’agevole vantaggio dei seggi della maggioranza a Palazzo Madama.

Disobbedienza e obiezione di coscienza sono parte fondante dell’ambito politico.

Il diritto di resistenza non fu inserito, come proposto ad esempio da Giuseppe Dossetti, nella Costituzione perché considerato implicito da alcuni ed estraneo ad una previsione di carattere normativo da altri.

A proposito della sua scelta, il sindaco Orlando, che è docente universitario di diritto costituzionale, ha precisato, tuttavia, ad Avvenire «non si tratta di un atto di disobbedienza civile e neppure di obiezione di coscienza, ma di un atto istituzionale. È la semplice applicazione dei diritti costituzionali che sono garantiti a tutti coloro che vivono nel nostro Paese. Il decreto sicurezza è un provvedimento disumano e criminogeno che, avendo abolito la protezione umanitaria, arriva anche a vietare la residenza anagrafica».

Sempre dal Meridione arriva la presa di posizione del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che si è detto disponibile ad accogliere in città la nave della Ong Sea Watch che da oltre 10 giorni è in attesa dell’autorizzazione di un porto dove poter far sbarcare le persone migranti raccolte da un naufragio. «Mi auguro che questa barca si avvicini al porto di Napoli perché contrariamente a quello che dice il Governo noi metteremo in campo un’azione di salvataggio e la faremo entrare in porto. Sarò il primo a guidare le azioni di salvataggio».

L’appello più diretto ed esplicito a disobbedire è partito, ormai da parecchio tempo, sempre da Napoli, dal Rione Sanità dove ha deciso di andare a vivere il padre comboniano Alex Zanotelli. La pubblicistica varia è ormai abituata agli appelli ultimativi del religioso trentino molto ascoltato al tempo dell’opposizione della guerra in Iraq nel 2003 e tra gli artefici principali del movimento per l’acqua pubblica, inaspettatamente vittorioso nel referendum finora inapplicato del 2011.

Secondo Zanotelli il decreto sicurezza e immigrazione “nega i princìpi di solidarietà e di uguaglianza che sono alla base della nostra Costituzione” ed è particolarmente grave «il diniego del diritto d’asilo per i migranti, un diritto riconosciuto in tutte le democrazie occidentali».

Un giudizio che si allarga a buona parte della legislazione della normativa italiana perché la nuova legge è «la conclusione amara di un lungo cammino xenofobo di questo Paese, iniziato con la Turco-Napolitano (i CIE!), seguito dalla Bossi-Fini, dai decreti Maroni e dalla legge Orlando-Minniti, oltre che al criminale accordo di Minniti con la Libia».

Nell’invito puntuale ad esercitare la disobbedienza civile rivolto diversi soggetti il comboniano pone come riferimento l’esempio di Martin Luther King secondo il quale chi «infrange una legge perché la sua coscienza la ritiene ingiusta ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità riguardo alla sua ingiustizia, manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge!».

Di fatto le azioni poste in essere, per il momento, da alcuni sindaci, se portate avanti con reale fermezza, hanno l’obiettivo di arrivare ad investire il giudizio competente della Corte costituzionale sulla disciplina introdotta dal Decreto sicurezza.

È citato da più fonti il pensiero di Cesare Mirabelli, già presidente della Corte Costituzionale, secondo il quale «la pubblica amministrazione non può sollevare questioni di legittimità costituzionale ed è tenuta a uniformarsi alla legge, a meno che non sia liberticida, che potrebbe essere un caso eccezionale, una rottura dell’ordinamento democratico» precisando che «se ci sono atti che la legge prevede per i Comuni il sindaco non può disapplicarla. Se la disapplica, e in ipotesi interviene il prefetto o un’altra autorità, sorge un contenzioso e allora potrebbe essere sollevata una questione di legittimità costituzionale».

Da parte loro, l’associazione dei giuristi democratici, hanno da tempo invitato a non cedere a derive ideologiche, con riferimento stavolta alle intenzioni del governo, invitando «tutte le istituzioni competenti a non consentire uno strappo così vigoroso ai principi della Costituzione italiana e ad aprire un serio dibattito sulle riforme necessarie in materia di immigrazione ed asilo in Italia ed in Europa».

Un dibattito che non si è potuto svolgere in sede di conversione del decreto legge, finendo per indurre allo stato attuale aperto ad ogni possibile esito.

L’inizio del 2019 si apre in uno scenario di forte tensione che richiede la presenza di uomini e donne in grado di prendere sul serio l’invito alla “buona politica” lanciato da papa Francesco nel messaggio del primo gennaio per la giornata della pace. Una pace che si addice a chi resta inquieto nella ricerca della giustizia e della dignità umana

Carlo Cefaloni

Fonte: cittanuova.it

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