Boats4People: un ponte tra le due sponde del mare nostrum

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“In cielo c’erano aerei e bombe. Sulla terra kalashnikov dovunque, in mano a uomini, donne, bambini. Ventiquattro ore su ventiquattro. Il mare era l’unica via”. Amadou è partito così da Tripoli nel maggio 2011, direzione “Lampa Lampa [l’isola di Lampedusa, ndr] dove – dice – non avevo mai pensato di andare. Solo a guardarlo il mare mi faceva paura”. Tornare in Niger non era praticabile, troppo pericoloso il viaggio, troppo pericoloso ritornare nelle zone da cui era fuggito due anni prima, attaversate da continue violenze. Dopo essere stato chiuso in casa per giorni, ha trovato il coraggio di partire.

Hassan ha un’altra storia. “Ho lasciato Mogadiscio nel 2008. Non volevo combattere per il governo e nemmeno per Al Shabaab, la milizia fondamentalista. Ho resistito fin quando non hanno lanciato una bomba in casa mia. Sono morti tre miei fratelli. Io sono partito subito”. “Sono stato nel grande Sahara per 13 giorni – continua - e grazie a Dio sono sopravvissuto. Non posso dimenticarlo. Sono stato in prigione in Libia, come tutti i somali. Ho provato il mare, ma a largo una barca della polizia ci ha rimandati indietro. Appena è scoppiata la guerra ci ho riprovato. Ho rischiato la morte un’altra volta, ma dopo 3 giorni ero a Lampedusa”.

A ridosso delle elezioni libiche, in cui non è difficile leggere l’ipocrisia dell’Europa e della NATO, promotori di una democrazia di facciata, il tema dell’accesso dei migranti all’Europa ritorna con forza. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati oltre 1500 persone sono morte nel Mediterraneo nell’anno delle “primavere arabe”, il 2011. Gabriele del Grande, giornalista, ha raccolto le prove di 18 mila “morti di viaggio” negli ultimi 24 anni. Solo questa settimana, ha comunicato l'UNHCR, 54 persone sarebbero decedute nel tentativo di giungere via mare in Italia dalla Libia. Un conto da cui mancano i morti del Sahara e delle rotte via terra alla frontiere nord-orientali della “fortezza Europa”.

L’organizzazione tedesca Informationsstelle Militarisierung sostiene che i morti in mare rientrano perfettamente nell’immagine di “invasione di piccole barche cariche di migranti e rifugiati“ diffusa in Spagna nei primi anni ’90 e da allora dominante in tutto il sud dell‘Europa. Immagine secondo cui la morte è esito possibile e accettabile del viaggio di persone disperate. Un’idea che Nicanor Madeno Haon cerca di smontare da anni, per sostituirvi una realtà fatta di diritti negati, obblighi disattesi e storie personali vitali e sofferenti. Haon è il coordinatore del progetto Boats4People, nato più di un anno fa con l’obiettivo di creare ponti fra la società civile delle due sponde del mare nostrum, facendo pressione affinché si riducano le morti in mare e dunque le condizioni politiche che le consentono, quali accordi bilaterali fra stati e respingimenti verso paesi non sicuri. Strumento di questa azione è oggi la Oloferne, goletta acquistata grazie a una lunga raccolta fondi. “Idealmente – spiega Nicanor – è la prima barca di una piccola flotta che vorremmo solcasse il Mediterraneo nei prossimi mesi e anni, dal Marocco alla Grecia, per ricordare a tutti, istituzioni, guardie costiere, mercantili, pescherecci e cittadini, i doveri dell‘assistenza in mare verso chi è in difficoltà“. Il progetto è supportato da diverse organizzazioni, fra cui l’italiana ARCI. Proprio durante il Meeting Antirazzista di Cecina, concluso di recente nel centro toscano, la Oloferne ha preso il largo per la prima volta, raggiungendo Palermo, da cui è ripartita l‘8 luglio. “La Sicilia – spiega Haon – è un territorio importante per parlare di criminalizzazione dei marinai che hanno soccorso migranti e di omissioni di soccorso in mare“. A Palermo la Oloferne ha ospitato una affollata conferenza stampa, a cui ha partecipato il sindaco Orlando e ha guidato una flotta che ha illuminato le acque del porto con 1500 candele galleggianti. “Nonostante i pronunciamenti della giustizia italiana, come il caso della Cap Anamur, gli obblighi internazionali e il divieto di respingimento di potenziali richiedenti asilo, ricordato con forza dalla sentenza Hirsi contro Italia dello scorso gennaio - dice Haon - i marinai subiscono ancora pressioni per ignorare le richieste di salvataggio. Invece di renderle sostenibili, pensando per esempio a delle forme di compensazione di introiti non goduti per via di queste operazioni, le istituzioni agiscono in modo ambiguo“.

L’obbligo di salvataggio è una norma consuetudinaria del diritto del mare, resa vincolante dalla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, all’art. 98. Un obbligo che la convenzione stessa, sotto particolari condizioni, estende a navi militari e forze dell’ordine in pattugliamento. Nel maggio 2011 un’inchiesta di The Guardian raccontava della deriva di un’imbarcazione di migranti, lasciati per 16 giorni in mare nonostante segnalazioni via telefono al comando NATO, impegnato nella guerra in Libia e nonostante i migranti confermassero di aver incontrato un elicottero e una portaerei militari. Delle 72 persone a bordo, fra cui donne e bambini, 63 morirono. I superstiti si arenarono sulle coste libiche e furono quindi incarcerati. “Il “caso Guardian“ – racconta Lorenzo Pezzani del network transnazionale Migreurop – ci ha fatto pensare che altri episodi simili si fossero verificati e che la NATO potesse essere responsabile di altre omissioni di soccorso“. Pezzani è fra gli autori di un rapporto di Migreurop alla base della denuncia per mancato soccorso che quattro migranti hanno presentato nell’aprile 2012 contro l’esercito francese. Coinvolto nel progetto Boats4People, di cui Migreurop è partner, sottolinea come “accanto alla sensibilizzazione e alla pressione, vogliamo che il nostro lavoro serva per ottenere giustizia, perchè i responsabili delle morti siano identificati e le famiglie risarcite“. La denuncia francese, come una simile presentata nel Regno Unito, mette sotto accusa non solo la NATO e i governi membri, ma anche in generale la politica europea della così detta esternalizzazione dei controlli delle frontiere, altrimenti detta dimensione esterna del “Processo Euro-Mediterraneo“. Una politica che prevede che l’immigrazione irregolare verso l’Unione sia fermata in Libia, in Marocco, in Tunisia o tutt’al più in mare, tramite operazioni coordinate dall’agenzia europea Frontex. Per questo motivo Pezzani si trova in Tunisia, dove, in attesa dell’arrivo della Oloferne, previsto per il 12 luglio, incontra attivisti, famiglie di migranti scomparsi in mare, pescatori, per far parlare degli 800 tunisini morti nel 2011 e negli anni precedenti, in virtù dell’accordo fra l’Italia e il regime di Ben Ali, oggi rinnovato con il nuovo governo.

“Arrivare in Libia oggi è troppo pericoloso – dice Nicanor Haon – ma dopo la Tunisia ci fermeremo a Lampedusa, altro luogo simbolo delle morti di questi anni. Qui parleremo dei respingimenti in mare dei migranti e dell’accordo fra Italia e Libia, recentemente riformulato ma probabilmente simile a quello con Gheddafi“. A giugno 2012 una missione della Federazione Internazionale dei Diritti Umani ha riportato come la Libia non possa garantire minimamente i diritti di migranti e rifugiati, mentre Amnesty International ha lanciato una sottoscrizione per far pressione sul governo italiano affinché metta al primo posto la tutela di chi transita dal paese nordafricano. Un’altra voce autorevole è quella di Tineke Strik, delegata dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, il cui lavoro ha portato alla risoluzione 1872, indirizzata alla NATO e agli stati membri con l’obiettivo di far chiarezza sulle responsabilità dei morti nel canale di Sicilia.

Nonostante le pressioni sul governo italiano, lo “spettro“ dei respingimenti verso la Libia rimane vivo. Padre Mussie Zerai, sacerdote di origine eritrea da anni impegnato nella salvaguardia dei migranti, ha riportato del respingimento ad opera di un’imbarcazione con bandiera italo-libica, di oltre 70 migranti, etiopici, eritrei, sudanesi, ivoriani detenuti attualmente nel centro di Sebhata, carcere libico ancora in costruzione, molto probabilmente con fondi italiani. “Mi chiedo – dice Zerai con preoccupazione – se questo significa che sono ripresi i respingimenti“. A chiederselo sono anche migranti incarcerati ingiustamente, in fuga da dittature e paesi in guerra. Boats4People ha lanciato a inizio luglio WatchTheMed, un portale internet aperto di condivisione di informazioni basato sul “crowdsource mapping“, la mappatura dal basso del territorio, ulteriore sforzo per limitare le morti in mare. Nell’attesa che qualcuno ascolti queste richieste, le voci di Amadou, di Hassan e dei loro compagni di viaggio.

Giacomo Zandonini

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