Argentina: aperto il processo sulla sparizione dei neonati dei desaparecidos

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Desaparecidos - Foto: E. Corona

“Sottrazione, occultamento, appropriazione e sostituzione di identità di minore di dieci anni”. Queste le gravissime accuse per le quali sono chiamati a rispondere otto responsabili dell'ultima dittatura argentina, tra loro Jorge Rafael Videla e Reynaldo Benito Bignone. Lo scorso 28 febbraio è iniziato a Buenos Aires il processo tanto atteso dalle Abuelas di Plaza de Mayo e da Hijos, le associazione che riuniscono rispettivamente madri e figli di persone scomparse tra il 1976 e il 1983. Ragazzi che oggi hanno tra i 27e i 35 anni e che grazie all'impegno dell'associazione di nonne sono riusciti a ritrovare la loro identità. Il Tribunale Federale n.6 stabilirà se nell'ultima dittatura militare ci sia stato un piano sistematico per la sottrazione e appropriazione di bambini.

Il processo riguarda 34 casi minori sottratti alle madri che hanno partorito i loro figli durante la prigionia nei centri di detenzione e tortura clandestini, tra il 1976 e il 1980, ma in totale si contano circa 500 casi di cui finora, solo poco più di un centinaio sono stati identificati. Entro la fine del 2011 passeranno dal tribunale 370 testimoni che aiuteranno a fare luce su una delle pagine più buie della storia del paese.

Secondo il procuratore federale Federico Delgado il piano di sottrazione e appropriazione di neonati era parte integrante del Processo di Riorganizzazione Nazionale, e per questo esistevano delle sale parto appositamente allestite in alcuni dei Centri, in particolare ESMA (dove transitarono circa 5000 persone), Campo de Mayo, Pozo de Banfield, Orletti, Olimpo, Commissariato n.5 de La Plata, La Cacha, e Vesubio. Secondo la ricostruzione di Delgado le detenute venivano trasferite in questi spazi poco prima del parto e poi riportate nei rispettivi Centri di detenzione. La Cuestion de los niños, come viene definita in gergo, è stata denunciata davanti al tribunale per la prima volta nel 1996 dall'associazione Abuelas de Plaza de Mayo, in particolare da Estela de Carlotto e María Isabel “Chicha” Chorobik de Mariani che è stata anche la prima a testimoniare la sua storia. Tra i 34 casi sotto processo ci sono anche quelli dei nipoti Estela Barnes de Carlotto e del poeta uruguaiano Juan Gelman.

A mostrare che le atrocità commesse durante la dittatura 1976-83 riguardano trasversalmente tutta la società argentina, il fatto che anche uno dei pubblici ministeri María Saavedra è figlia di genitori desaperecidos di Tucumán, e la questione dell'identità di questi giovani è forse uno degli aspetti più delicati. Una dimensione del trauma psicologico che vivono i ragazzi che poi decidono di ritrovare la loro identità la dà il messaggio pubblicato da Hijos alla vigilia del processo: “Niente ci restituirà l'irrecuperabile perché molte nonne sono ormai morte senza conoscere i loro nipoti, perché non c'è modo di recuperare gli anni che non abbiamo potuto vivere con i nostri fratelli, però la giustizia è riparatrice perché riordina le cose, perché fa giustizia all'ingiusto, perché ci consente di pensare che anche se con molto ritardo Giustizia e Castigo è possibile e questo è quello che consentirà che non vengano commessi mai più delitti contro l'umanità”. Ma alcuni ragazzi preferiscono continuare la propria vita senza sapere niente di più, anche se esistono forti sospetti che facciano parte di quei bimbi ai quali è stata rubata l'identità.

Una definizione di identità è stata data all'apertura della seconda giornata del processo: “l'identità personale è tutto quello che fa si che ognuno di noi non sia uguale a qualcun altro, è quello che costituisce la nostra essenza. Ci rende quello che siamo e soggetti morali. Ma ci permette anche di avere una dignità, che ci consente di autodeterminarci, vivere secondo le nostre idee e le nostre convinzioni, poter scegliere chi vogliamo essere o per lo meno avere la libertà di dare un senso a quello che ci succede, motivo per il quale abbiamo bisogno di scoprire chi siamo”. Durante la stessa giornata è stato presentato - tra gli altri - il caso di Victoria Donda Perez, nata negli edifici della Escuela de Mecánica de la Armada e subito dopo affidata a repressori che parteciparono attivamente alle violazioni dei diritti umani commesse nello stesso Centro clandestino di detenzione. Oggi Victoria è deputata al Congresso nazionale, perché - come ci aveva dichiarato qualche giorno prima dell'inizio del processo - “non è sufficiente che venga fatta giustizia per i crimini della dittatura, ora dobbiamo lavorare per quel cambiamento sociale per cui i nostri genitori sono stati uccisi”.

Elvira Corona
(inviata di Unimondo)

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