Al Baobab di Roma si grida all’apartheid

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Foto: Romatoday.it

La sicurezza senza diritti non è libertà, è apartheid”. Così le associazioni di volontari ribattono, con argomentazioni e una mobilitazione della stampa, ai lavori in corso da una settimana a Piazzale Maslax a Roma, sul lato est della stazione Tiburtina, dove si trova la “Baobab Experience”. Di cosa si tratta? Di una distesa di tende o rifugi di fortuna posti all’interno di un parcheggio di cemento, senza servizi sanitari e senza acqua corrente, occupati da richiedenti asilo in attesa. Da una settimana circa una barriera di cemento armato con sopra una rete di oltre 3 metri si sta stringendo attorno all’area che accoglie circa 200 migranti, transitanti e non solo, e che, lamentano gli operatori, “impedisce di entrare con le auto, di portare agevolmente acqua e pasti, di effettuare assistenza sanitaria lontano dalla strada, di far entrare mezzi di soccorso, se necessario”

Alla preoccupazione che l’operazione sia un preambolo per un nuovo sgombero senza la previsione di alcuna soluzione alternativa, come già accaduto negli ultimi 3 anni, si aggiunge l’esasperazione per la mancanza di una accoglienza dignitosa per persone, richiedenti asilo, che non dovrebbero vivere in strada ma essere accolti in strutture specifiche. Su tutto pesa un generale assordante disinteresse, interrotto da qualche intervento-slogan ma senza una effettiva concretezza sul futuro di quelle persone e dell’esperienza Baobab. È RFI, gruppo Ferrovie dello Stato, proprietaria dell’area, a dare spiegazioni dopo giorni di silenzio sulle finalità della recinzione e ad assumersi la responsabilità della decisione: i lavori riguarderebbero la realizzazione di un parco pubblico, parte di un più ampio progetto di riqualificazione dell’intera zona della stazione Tiburtina. Tuttavia si continua a non parlare espressamente del futuro del Baobab Experience, né con gli operatori delle associazioni che danno loro assistenza né con gli stessi migranti che lì hanno trovato rifugio. E se il Comune di Roma parla di un generico piano per accogliere nel circuito dell’accoglienza poco più della metà delle persone più fragili e assicura la presenza di un presidio permanente di operatori sociali e mediatori culturali-linguistici, quelli che il Baobab lo vivono dall’interno parlano di se stessi come di un “info-point” per migranti e stampa, e lamentano inoltre l’assenza di soluzioni di più lungo termine e maggiore dignità per “gli ospiti” che superino la costante minaccia dello sgombero

È in questo contesto di muro contro muro che la mobilitazione si è fatta attiva: già il 24 ottobre un centinaio di attivisti, di volontari e di cittadini hanno presidiato la zona della Baobab esprimendo solidarietà ai migranti e predisponendosi a offrire una (pacifica) resistenza a un’eventuale operazione di polizia. Dinanzi si ha la prospettiva della manifestazione nazionale del 10 novembre prossimo “Uniti e solidali contro il governo, il razzismo e il decreto Salvini”, a cui anche la Baobab Experience ha dato la propria adesione, ma occorrerà capire l’evoluzione della situazione nell’area in considerazione della tensione palpabile. La “chiusura in gabbia” del Baobab denunciata dai volontari è ai margini di una comunicazione a mezzo stampa campeggiata dalla tragica morte della giovane Desirée Mariottini al quartiere San Lorenzo probabilmente per mano “di clandestini”. La macchina del fango contro gli stranieri è già in atto, in un clima nazionale sempre più dicotomico tra un’azione di promozione di esclusione-odio-paura del migrante in nome della sicurezza e dell’ordine pubblico, e un’altra di accoglienza-inclusione-rispetto dei diritti umani derubricata da tempo con disprezzo come “buonismo”. Gli episodi di discriminazione razziale (dagli insulti alle aggressioni vere e proprie) si stanno moltiplicando in tutto il Paese, talvolta sbandierati con becero orgoglio, altre volte malcelati dietro accuse di falsità e smentite poi a loro volta rettificate quando ormai la popolazione ha preso posizione inserendolo ciascuna parte, in questo scontro culturale e politico manicheo, tra gli episodi che avvalorano la propria posizione. E la verità? Il suo ruolo è superato per lasciare il passo agli slogan senza sostanza, a politiche di esacerbazione delle tensioni e, perché no, alle chiacchiere di facebook, il cui algoritmo di sistema prevede di sostenere l’utente nelle sue convinzioni mostrando in primo luogo sempre i contenuti da lui condivisi o ricercati. 

È in questa Italia che la Baobab Experience tenta di sopravvivere, pur nella convinzione che non è affatto una soluzione rispettosa della dignità umana. 

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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