Tornano le frontiere in Europa

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Foto: : Iltempo.it

Era la fine dell’estate del 2015 quando la Cancelliera Merkel annunciava di aprire le porte della Germania ai rifugiati siriani facendo appello a un dovere morale dell’Europa nei confronti degli uomini, delle donne e dei bambini in fuga da una sanguinosa guerra. Era stata anche la morte del piccolo Aylan, il cui corpo era stato immortalato dai media sulla battigia della spiaggia turca di Bodrum, a scuotere l’opinione pubblica europea e i loro rappresentanti politici. Ma non solo la sua morte. Erano mordenti le immagini delle lunghe colonne umane di individui che sceglievano di percorrere la rotta dei Balcani, ossia dell’ex configurazione politica jugoslava passando dalla Turchia, per giungere in Europa, così come quelle degli accampamenti improvvisati sugli scogli di Ventimiglia o dei bivacchi sul piazzale dinanzi alla stazione ferroviaria Keleti di Budapest. Quest’estate l’Europa appariva sotto assedio e la necessità di assumere decisioni era senz’altro cocente. Adozione di quote di accoglienza per ciascun Paese UE, creazione di corridoi umanitari sicuri, eliminazione della norma del Trattato di Dublino che impone al migrante la presentazione della domanda di accoglienza nel primo Stato dell’Unione Europea nel quale si viene a trovare, avvio di un giro di vite sui trafficanti di esseri umani nelle rotte via terra e via mare: queste le principali proposte.

A distanza di mesi e in coincidenza con l’abbassamento delle temperature, si sono affievolite le colonne di persone e sono diminuiti (ma non scomparsi) i morti in mare e i tanti approdati sulle coste meridionali dell’Europa. Dal punto di vista politico però il bilancio è davvero magro. L’Unione Europea continua a dar prova di una estrema debolezza non avendo ancora adottato un piano di intervento complessivo che faccia fronte all’ampia questione “migranti”. Anzi proprio la pressione dei profughi sui confini regionali ha indotto alcuni Stati a ripristinare i controlli di frontiera, disattendendo al Trattato di Schengen che in effettivo dal 1996 ha sancito un’area di libera circolazione interna in UE, ossia di libertà di movimento per i cittadini europei e per quelli di Paesi terzi che possono spostarsi senza essere sottoposti a controlli alle frontiere. In ben sei Paesi la normativa Schengen è attualmente sospesa: dopo Norvegia (che non fa parte dell’UE), Austria, Germania (che vi ha fatto ricorso da settembre) e Francia (dopo gli attentati terroristici del 13 novembre), il 4 gennaio anche Svezia e Danimarca hanno annunciato il ripristino dei controlli ai confini per frenare i flussi di migranti e per rafforzare la sicurezza anti-terrorismo. Di fatto, è stata la decisione del governo svedese a provocare la reazione immediata e analoga di Copenaghen sulla frontiera con la Germania per impedire di divenire a sua volta la destinazione finale di migliaia di migranti diretti verso l’Europa settentrionale. Un atto inaspettato, da uno dei Paesi più noti per le sue politiche di accoglienza. Convocati con urgenza dalla Commissione UE già lo scorso 6 gennaio, i rappresentanti di Svezia e Danimarca, insieme a quelli della Germania, “hanno concordato che Schengen e la libertà di movimento devono essere preservati sia per i cittadini che per l’economia”; tuttavia nell’incontro non è stato messo un tetto temporale a quel “quanto necessario” del ripristino delle frontiere nel nord Europa. Di una soluzione europea dinanzi alla pressione migratoria ha parlato il ministro della Giustizia e dell’Immigrazione svedese, Morgan Johansson, auspicando il rispetto delle regole e l’applicazione del Trattato di Dublino, nonché il rafforzamento delle frontiere esterne dell’UE, specie tra Grecia e Turchia. La posizione svedese è giustificata dai numeri che può vantare: 160mila rifugiati accolti nel 2015, “solo gli ultimi 4 mesi 115mila richiedenti asilo di cui 26mila bambini e minori non accompagnati che corrispondono a 100 classi scolastiche”. Quello della Svezia appare quasi lo sfogo di un Paese che intende denunciare, a fronte del proprio attivismo, le inefficienze, le volute dimenticanze e le mascherate forme di intervento sul tema migranti di molti altri Paesi dell’UE. In questi mesi, di fatto, ogni Stato europeo ha agito di propria iniziativa: ai 175 Km di muro costruito da Viktor Orban al confine con la Serbia si sono sommate analoghe recinzioni e fossati messi a punto da Bulgaria e Grecia, le continue frecciate antisemite della Polonia sono state condivise da altri Paesi, e la proposta di ridistribuzione dei migranti è stata affossata dal rifiuto di troppi Stati dell’Unione. Gli attentati terroristici francesi hanno sollevato la questione della sicurezza in Europa, connessa pregiudizialmente all’accoglienza migranti: nuove misure sono state allora adottate, tutte nel senso di una chiusura dello Stato in se stesso, ritenendo dunque che il sistema integrato fornito dall’UE non possa fornire risposte efficaci.

Negli ultimi giorni un nuovo fatto di cronaca ha suscitato tanta apprensione per l’accadimento quanto un nuovo giro di vite sulla questione migranti. Nella notte di Capodanno a Colonia circa 100 donne sono state derubate, minacciate o molestate sessualmente in pieno centro da gruppi di uomini giovani dall’apparenza “arabi o nordafricani”, in gran parte ubriachi. Una situazione che nella stessa notte si è verificata anche in altre città tedesche e che ha fatto pensato a un piano concordato e attuato di “caccia di gruppo”. Ma da parte di chi, è la domanda? E badate bene, la risposta è quella che indica il nostro grado di pregiudizio. Perché se individuare che in quel gruppo di uomini ci siano stati anche dei migranti di recente ingresso nel Paese o stranieri di altre nazionalità ben integrati o sbandati del tutto “made in Germany” nulla cambia al fine di registrare purtroppo ancora una violenza di genere compiuta da uomini. È dunque in gioco la difesa delle “nostre donne” o delle donne?

Da giorni si moltiplicano invece gli interventi di chi intende versare benzina sul fuoco illustrando la condizione di inferiorità della donna nel mondo arabo o le indicazioni del Corano al riguardo, e mettendo in un unico calderone accoglienza, rispetto delle leggi, scontro di culture. Come se già un processo sia stato fatto, nel suo blog Lucia Annunciata conduce una “levata di scudi” contro gli uomini musulmani accolti generosamente in Europa che però ora incontreranno barricate sulle loro strade poste dalle donne europee al loro modo di fare e pensare. Stessi toni da scontro culturale insanabile con l’Islam anche dalla prestigiosa firma di Pierluigi Battisti sulle pagine online del Corriere della Sera, che parla di gesto diretto a colpire lo stile di vita occidentale. Il 7 gennaio la Slovacchia, già nota per aver dichiarato alcuni mesi fa di voler accogliere nel Paese solo cristiani, è intervenuta in coda ai fatti tedeschi annunciando il proprio rifiuto nell’accogliere profughi musulmani. Tutto ciò sembra quasi far dimenticare che in Europa non mancano problemi nel rapporto tra i due generi, che il femminicidio è una realtà così come che la maggior parte delle violenze sessuali avviene all’interno della famiglia o nella cerchia di amicizie della donna.

Il vero problema non è allora la fede religiosa, né l’accoglienza dei migranti ma l’uso strumentale che si continua a fare di singoli episodi, per quanto gravi. La convivenza civile e il rispetto reciproco vanno costruiti con politiche di istruzione, di welfare, di intervento nel mondo del lavoro che i Paesi dell’UE mancano di mettere a punto, disattendendo alle aspettative tanto di chi ha la fortuna di crescere in questa parte del mondo, tanto di chi guarda con speranza alla vita in Europa.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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