Spagna: verso uno scenario politico inedito?

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Domenica 20 dicembre in Spagna si terranno le elezioni per il rinnovo dei 350 membri della Camera dei Deputati e di 208 dei 266 membri del Senato. Il Parlamento eletto avrà il compito di nominare il governo destinato a succedere a quello attuale. I sondaggi suggeriscono che probabilmente Mariano Rajoy, che con il suo Partito Popolare aveva vinto le elezioni del 2011, sarà confermato come primo ministro. Certo, sarebbe forse saggio sospendere ogni previsione dopo che nel corso del 2015 i sondaggi hanno sbagliato completamente a predire l’esito di altre importanti elezioni politiche (quelle in Israele e nel Regno Unito, ad esempio). E tuttavia i dati delle ultime settimane mostrano un cambiamento molto profondo nella politica spagnola: senza aspettare i risultati finali, gli analisti concordano già che queste elezioni sembrano destinate a sancire la fine del sistema bipartitico che ha caratterizzato la Spagna dalla fine del regime di Franco.

E’ dal 1979, infatti, che il Partito Popolare e il Partito Socialista si sono alternati alla guida di esecutivi monocolore. Alle ultime elezioni nazionali, quelle del 2011, socialisti e conservatori raccolsero quasi il 75% del totale dei voti. Da allora, però, i due principali partiti sono stati colpiti da numerosi casi di corruzione: il malcontento ha dato vita a grandi movimenti di piazza e a nuove formazioni politiche. All’epoca ci fu chi scrisse che erano fenomeni passeggeri, destinati a essere rilegati nel dimenticatoio della storia; ma che qualcosa stesse effettivamente cambiando lo si iniziò a capire alle elezioni locali del 2014, quando i candidati dei partiti tradizionali persero le elezioni in molte città del Paese, incluse Madrid e Barcellona. Alle elezioni regionali del maggio 2015 i partiti emergenti riuscirono a eleggere rappresentati in quasi tutte le assemblee delle sedici regioni spagnole, portando i partiti tradizionali a un minimo storico. Di tutti i nuovi partiti emersi in questi mesi, due in particolare hanno intaccato l’egemonia di conservatori e socialisti: Podemos e Ciudadanos.

Podemos nacque da un piccolo gruppo di accademici all’interno dell’Universidad Complutense di Madrid nel 2014, trasformando la protesta degli indignados in qualcosa di più strutturato politicamente. Oltre a proporsi come il partito contro i privilegi della classe dirigente e la corruzione, Podemos include nel suo programma elettorale l’inasprimento delle pene per i reati fiscali, la creazione di un tetto massimo alle rate dei mutui, il rafforzamento dei meccanismi di democrazia partecipativa, e l’introduzione del reddito minimo di cittadinanza. Il suo leader, Pablo Iglesias Turrión ha due lauree (in Giurisprudenza e in Scienze Politiche), oltre ad un dottorato con una tesi sulla disobbedienza civile e le proteste contro la globalizzazione. Il partito si è presentato per la prima volta alle elezioni europee del 2014, ottenendo a sorpresa l'8% dei voti e risultando il quarto partito spagnolo. Alle elezioni regionali del marzo 2015 Podemos è diventato il terzo partito in Andalucia, con il 15% dei voti. In quel periodo El País pubblicò alcuni sondaggi nei quali Podemos risultava essere il primo partito del paese al 22% per cento, davanti al Partito Socialista e al Partito Popolare del primo ministro Mariano Rajoy. Da allora, tuttavia, Podemos ha perso parte del suo slancio. Ci sono varie ragioni per spiegare questa flessione: gli alterni destini degli alleati all’estero, su tutti Syriza in Grecia e il movimento di Evo Morales in Venezuela; la posizione ambigua in merito al processo di indipendenza della Catalogna; la controverse proposta di alzare le tasse sui ricchi; la presenza di un solo uomo – Pablo Iglesias, appunto – sul quale è incentrato tutto il partito. Questi limiti sono tutti parte del più ampio problema con cui Podemos lotta ormai da mesi: la sua identificazione, nella percezione della maggioranza degli elettori, con quella di un partito radicale.

A cavalcare questo tema è soprattutto Ciudadanos, l’altro partito che potrebbe cambiare gli equilibri del bipartitismo spagnolo. “Podemos ha risposto alla domanda, 'Che cosa è andato storto?', Ma noi siamo qui per rispondere alla domanda 'Cosa fare ora?'” ha dichiarato in una recente intervista il presidente del partito Albert Rivera, avvocato ed ex nuotatore professionista. Anche se Ciudadanos è emerso come una forza politica rilevante solo nel 2015, la sua storia inizia dieci anni fa, nel 2005, quando un gruppo di quindici esponenti della società civile catalana composta da intellettuali, accademici e professionisti di diversi settori fondò la piattaforma civica Ciudadans de Catalunya come una risposta “all'imposizione del nazionalismo catalano”. Dopo essere rapidamente cresciuto come forza politica rilevante in Catalogna, nel 2013 il partito cominciò ad organizzarsi nel resto della Spagna, affermandosi come uno schieramento “liberale in economia, liberale sui diritti civili ma su posizioni molto di destra quando si tratta di difendere l'identità spagnola”. Alle elezioni europee del 2014 Ciudadanos ottenne il 3% dei voti su base nazionale, riuscendo ad eleggere 2 europarlamentari. Alle elezioni per il Parlamento andaluso del 2015 il partito ottenne il 9% dei voti e nei sondaggi delle ultime settimane Ciudadanos è ormai il terzo partito, appaiato ai socialisti con poco meno del 20% dei voti. In un sondaggio pubblicato su El País e svolto fra il 23 e il 25 novembre, il partito ha praticamente le stesse percentuali di socialisti e popolari. Anche se questi sondaggi dovessero dimostrarsi esagerati, Ciudadanos è, fino ad ora, una delle storie principali al centro di questa campagna elettorale. Si tratta, già di per sé, di un dato interessante in un momento in cui i mutamenti del panorama politico nel resto d’Europa hanno generalmente favorito gli estremi: il Front National in Francia, Legge e Giustizia in Polonia, Alternative für Deutschland in Germania; perfino nel Regno Unito, il nuovo segretario del Partito Laburista viene dalla frangia di estrema sinistra. In Spagna, invece, a sfidare tradizionali partiti di destra e di sinistra è un partito di centro.

E’ probabile che né il Partito Popolare né quello Socialista riusciranno a ottenere una maggioranza assoluta necessaria a formare un governo: di conseguenza entrambi dovranno cercare il sostegno di uno dei due nuovi partiti, che finirebbero così per essere kingmaker in uno scenario politico inedito. E tuttavia guardare solo alla percentuale dei voti è fuorviante. Ancora una volta, come già avevamo scritto per Regno Unito e Israele, il numero di voti non si traduce automaticamente in seggi in Parlamento.

Il sistema elettorale spagnolo, infatti, tende a favorire i grandi partiti su base regionale. Podemos e Ciudadanos hanno una base elettorale relativamente limitata: sono partiti giovani (i leader, Iglesias e Rivera, hanno 37 e 36 anni), molto forti su internet (Podemos, ad esempio, ha una pagina Facebook con più di 1 milione di “mi piace”: più delle pagine di tutti gli altri partiti spagnoli messi insieme), nati e cresciuti nelle città. Nella Spagna rurale, quindi, l’egemonia di socialisti e conservatori non sembra minacciata da questi partiti. Inoltre, l’esperienza dei movimenti politici fondati su una base di giovani, multimediali e fortemente urbanizzati si è dimostrata molto fragile: questi partiti implodono molto velocemente. Anche se il fenomeno di Podemos e Ciudadanos dovesse sgonfiarsi, tuttavia, le loro istanze non se ne andranno facilmente. “La vera sorpresa” ha spiegato Thomas Bernd Stehling, direttore per la Spagna e il Portogallo della Fondazione Konrad Adenauer “è il fatto che in Spagna ci sia voluto così tanto perché un partito riuscisse a sfruttare la delusione e la frustrazione di un’intera generazione per i fallimenti dei due principali partiti nel fornire un qualche tipo di risposta”.

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