Regionalismo, migrazioni, identità: 3 sfide per l’Europa

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L’Europa delle regioni – Foto: versounmondonuovo.wordpress.com

Fosse un calciatore, il regionalismo sarebbe uno di quei giocatori che segnano a ripetizione venendo celebrati da tutti i media, poi scompaiono completamente per qualche partita, per poi tornare mettendo a segno un’incredibile tripletta. Perdonateci il paragone azzardato; ma la metafora calcistica rende alla perfezione l’altalena di successo che ha riscosso il regionalismo europeo nel corso dell’ultimo ventennio.

Quello che seguì il 1990 fu un decennio rampante per il regionalismo. Il Trattato europeo di Maastricht riconosceva un ruolo importante alle regioni. Intanto, i poteri di molte autonomie costruite su base regionale andavano consolidandosi, mentre gli studiosi accademici discutevano con entusiasmo del nuovo modello di governance europea, parlando dell’inedito rapporto multi-livello tra regioni, Stato e Unione Europea. Poi l’ondata propulsiva andò esaurendosi e qualcosa cambiò, tanto che nel 2008 Francesco Palermo, uno dei maggiori esperti giuridici in materia di autonomie speciali in Italia, scriveva: “Sono tempi difficili per le autonomie speciali. Solo qualche anno fa il nuovo regionalismo, specie quello su base etnica, appariva in irrefrenabile avanzata, e il declino degli Stati nazionali ormai inevitabile. […] Oggi il panorama è molto cambiato: l’11 settembre, i nuovi equilibri internazionali, lo stallo del processo di integrazione europea e molti altri fattori – da ultimo la crisi finanziaria mondiale – hanno riportato gli Stati al centro della scena”.

Tre anni più tardi la situazione è nuovamente capovolta. Proprio quelle piccole patrie regionali che Palermo descriveva come “in prudente attesa”, se non addirittura “in difficoltà” sono oggi più forti che mai. Alcuni esempi concreti: la Scozia, che nel 2014 terrà un referendum per l’indipendenza; la Catalogna, che aspira realisticamente a imitare i cugini scozzesi, o addirittura a batterli sul tempo; le Fiandre, che vedono una fortissima avanzata dei partiti indipendentisti; e l’Alto Adige, che sta seguendo con particolare attenzione questi eventi. Ma anche i Paesi Baschi, la Transilvania, la Transnistria… per una ragione o per l’altra tutti vogliono l’autonomia. Insomma: per via di un paradosso come quelli che talvolta caratterizzano la Storia, la crisi finanziaria mondiale (e ancora più precisamente quella europea), a riportare regioni e autonomie speciali al centro del dibattito. La crisi europea, in questo senso, ha finito per offrire una grande opportunità alle autonomie locali. Un recupero di protagonismo che può riflettere anche una suggestione molto comune, l’idea cioè che le piccole dimensioni, con il corredo di identità storiche e di presunti legami ancestrali con il territorio, possano rispondere meglio alla crisi. Le questioni ambientali rendono poi necessario un ritorno al “piccolo è bello” con progetti di autosufficienza energetica, di filiera corta, di benessere a misura di cittadino contro l’omologazione del liberismo globalizzato. Ciò in parte è vero ma porta con sé possibili derive autoreferenziali, da economia di sussistenza, che nella storia non hanno mai generato nulla di buono. L’equilibrio tra connessione planetaria e rispetto delle diversità, tra regole commerciali e imposizione di dazi, tra politica regionale o globale e chiusura localistica, è molto difficile da instaurare.

In questo contesto, le regioni autonome diventano protagoniste di un processo di costruzione di una identità propria alla quale sono connessi specifici diritti e doveri. L’argomento è stato proposto nel contesto di un convegno organizzato dall’Euregio e da Cinformi che si è tenuto a Trento il 23 ottobre scorso. La questione è quella connessa ai nuovi spazi affidati a regioni e province autonome a forte vocazione identitaria. Queste piccole patrie possono fare molto nel campo della cittadinanza sostanziale, ovvero quella cittadinanza connessa all’insieme dei diritti attribuiti dalla comunità attraverso un percorso di integrazione costruito su politiche sociali, assistenziali, ed educative. Un percorso, questo, ben diverso da quello della cittadinanza formale, ancora relegata agli Stati nazionali.

Attorno al concetto sostanziale di cittadinanza regionale ruota infatti una tensione fortissima. Il dilemma si pone tra un modello aperto all’inclusione degli immigrati come nuovi cittadini delle autonomie europee; o chiuso piuttosto su una concezione attenta alla difesa della propria identità storica e delle radici etniche e territoriali. Entrambe le strade sembrano incontrare forti resistenze. Gli approcci aperti sono avversati dalla maggior parte dei cittadini che vorrebbero porre limiti chiari, in termini di numeri e di spese sociali, per gli immigrati provenienti da altri Paesi. Nella provincia di Bolzano, terra dal delicatissimo equilibrio etnico tra i gruppi tedesco, italiano e ladino, l’immigrazione è spesso descritta come un’immigrazione nel welfare pubblico (diventare residenti per poter usufruire dell’eccellente sistema sanitario e assistenziale) prima ancora che nel territorio. I cittadini extra-comunitari, più poveri di quelli locali, sono spesso accusati di rubare la gran parte delle risorse pubbliche messe a disposizione dalle politiche sociali della provincia. Gli approcci chiusi, invece, sono spesso incompatibili con le norme di protezione dei diritti umani stabiliti nel contesto istituzionale Europeo. Non è facile risolvere la schizofrenia tra questi due estremi. Alcune piccole patrie, la Scozia e il Québec su tutte, hanno provato a sperimentare forme particolarmente innovative in questo ambito, anche perché i contesti sociali, culturali, economici e persino geografici consentono di considerare i migranti come forze imprenditoriali capaci di concorrere allo sviluppo del territorio.

Lorenzo Piccoli

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