Catalogna, il richiamo dell’identità

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Tutti per l’indipendenza catalana? – Foto: lindipendenza.com

Come in una partita a scacchi per l'indipendenza, la Catalogna da due settimane a questa parte tiene sotto scacco il governo di Madrid. È il risultato di una mossa spettacolare per tempistica e portata, i quasi due milioni di persone che hanno sfilato per le strade di Barcellona invocando con una forza senza precedenti la secessione dalla Spagna. Il rinato indipendentismo catalano stravolge una sfida che i debiti del governo locale sembravano aver indirizzato verso un lungo periodo di predominio di Madrid.

Della vicenda abbiamo già parlato numerose volte su queste pagine web, inquadrando il fenomeno del nazionalismo catalano in un contesto più ampio e contestualizzando la portata della crisi del debito di Barcellona, che aveva il potenziale per rappresentare un colpo durissimo per l'indipendentismo catalano. Quella vicenda si presentava quasi come un successo per Mariano Rajoy, da sempre piuttosto critico verso l’eccessiva autonomia delle comunità spagnole, e soprattutto di quella catalana. La Catalogna, intanto, chiede liquidità alla Spagna subito dopo che quest’ultima ha dovuto chiedere liquidità all’Unione Europea. È forse proprio questa la carta migliore che il governo catalano può giocarsi. Barcellona, invece, ha deciso di capovolgere i giochi, passando all’attacco.

Il richiamo dell’identità. Che qualcosa stesse cambiando lo si poteva intuire da quando, a inizio settembre, i tifosi del Barça hanno rilanciato vecchi slogan per l’indipendenza, cori che molti pensavano sepolti nel passato. La svolta pero è stata determinata dalla marea umana che si è riversata nelle strade l’11 settembre, giorno tradizionalmente destinato a celebrare l’anniversario dell’autonomia catalana. Tale manifestazione, che mai prima di ora aveva superato le migliaia di persone, quest’anno ha raggiunto quasi due milioni di presenze. Quasi un catalano su quattro ha quindi sfilato nelle strade chiedendo che, in assenza di un nuovo patto fiscale con Madrid, la Catalogna diventasse indipendente.

Gli eventi hanno chiaramente sopraffatto perfino il governo catalano, guidato da Artur Mas. Perfino la sua coalizione, Convergència i Unió, pur se storicamente autonomista, non si poteva aspettare una tanto ampia partecipazione alla manifestazione dell’11 settembre. La strategia che ne è seguita è stata quella di cavalcare il sentimento secessionista, spiegando che “non lo si può ignorare”. Dopo il suo recente incontro con il premier spagnolo, Mas ha dichiarato che Rajoy aveva appena perso una “occasione storica” per salvaguardare la relazione tra la Catalogna e il resto della Spagna. Mas adesso punta ad anticipare le elezioni locali entro la fine del 2012 e includere un quesito che alluda alla possibilità di creare uno “Stato proprio”. Tali elezioni si configurerebbero come un referendum di fatto, che darebbe un fortissimo peso alle rivendicazioni secessioniste. Per Mas le elezioni anticipate, che dovrebbero tenersi il prossimo 25 novembre, sarebbero il preludio ideale al referendum secessionista che la base gli chiede con forza e che il governatore potrebbe utilizzare per mettere Rajoy con le spalle al muro.

Catalogna: da “nazione” a Stato? È complicato capire se la Catalogna può realisticamente diventare una nazione indipendente. Se lo è chiesto in questi giorni anche l’Economist, parlando di quell’ “once-exotic idea has suddenly come to life”, quella che una volta era solo un’idea esotica che ora si è improvvisamente materializzata. L’autorevole giornale britannico spiega che è chiaro che Artur Mas e la maggior parte delle élite catalane credono seriamente nell’indipendenza della Catalogna sul lungo periodo. Tuttavia, il problema culturale di Barcellona è che la sua classe media farebbe di tutto pur di evitare un confronto diretto con Madrid. “È come provare ad andarsene da casa senza far arrabbiare papà” spiega al giornale Pilar Rahola, un ex deputato separatista. Una manovra simile a quella odierna fu in effetti tentata nel 2009, quando il parlamento catalano approvò un nuovo statuto che definiva la Catalogna “una nazione”. Lo statuto fu poi bocciato nelle Corti di giustizia e non se ne fece nulla.

Nonostante tutte queste condizioni rendano irrealistica la possibilità che la maggior parte dei catalani sia disposta a spingere fino in fondo per l’indipendenza, quella della secessione resta comunque una minaccia molto sensibile per il governo di Madrid. In Spagna, dove le ferite della Guerra civile, sono ancora aperte, il separatismo rimane un problema molto serio. In un Paese che odia l’instabilità, il nazionalismo catalano rischia di rievocare altre sanguinose memorie – quelle dell’ETA nei Paesi Baschi – oltre ad aprire il campo a nuove rivendicazioni.

Di certo sono in tanti a guardare con interesse a questa partita. Non solo i giornali internazionali, che stanno coprendo in maniera inusualmente completa lo svolgersi degli eventi, ma anche gli indipendentisti scozzesi, in trepida attesa del referendum del 2014; e non da ultime tutte le altre autonomie europee - Alto Adige, Fiandre, Paesi Baschi - di cui abbiamo spesso parlato su queste pagine web. Il caso della Catalogna dimostra infatti che le ristrettezze economiche non sono un ostacolo, anzi, sono forse il catalizzatore più potente per ravvivare vivaci sentimenti nazionalistici e rendere le minacce di secessione più credibili e pericolose. L'Italia, che da qualche mese sta tagliando sensibilmente i fondi per le autonomie speciali, è avvisata. Il rischio non è una semplice protesta di natura economica, ma il riaccendersi con inaudita violenza di identità e rivendicazioni storiche che si pensava definitivamente sconfitte. A Bolzano la miccia è già accesa.

Lorenzo Piccoli

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