Petrini: «Sì alla tecnologia se non danneggia i deboli e la Terra»

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Carlo Petrini - Foto: Slowfood.it

Lo sviluppo tecnologico è sempre stato motore di cambiamento ed evoluzione nella storia. Oggi siamo di fronte a quella che chiamano Rivoluzione 4.0, qualcosa che attraversa e trasforma ogni sfera dello scibile umano, agricoltura compresa. Per poterla capire e per non subirla, in un mondo che ha bisogno di ragionare in maniera sistemica, guardando alle interconnessioni esistenti e alla complessità delle cose, diventa necessario associare i saperi umanistici a quelli scientifici, rompendo la dicotomia tra sfera tecnologica e scienze umane. Occorre, specie in campo agricolo, sperimentare un nuovo modo di agire che faccia dialogare la scienza e il mondo dei saperi tradizionali, troppo spesso accantonati in nome di un super produttivismo.

Proprio perché la tecnologia è dell’uomo, è l’uomo a doverla governare, non solo con razionalità e competenza, ma anche e soprattutto con saggezza e intelligenza del cuore. Difatti, per quanto le rivoluzioni tecnologiche degli ultimi cinquant’anni possano spaventare, proprio per il loro essere travolgenti e inarrestabili, esistono due elementi indispensabili affinché si tratti di trasformazioni sostenibili e migliorative sul lungo termine: il rispetto delle risorse naturali da un lato, e la lotta alla diseguaglianza dall’altro. Se ci si dimentica di queste due caratteristiche, il mondo del tech diventa un nuovo pericoloso strumento per alimentare un capitalismo che ricerca la crescita infinita a scapito dei più deboli e della nostra Terra Madre. Anche e soprattutto in ambito alimentare.

In agricoltura, infatti, il rispetto per la biodiversità e l’inclusione sono due requisiti fondamentali affinché la tecnologia sia utile per salvaguardare gli ecosistemi e sconfiggere la fame. I nuovi strumenti che l’agricoltura 4.0 mette a disposizione non devono essere utilizzati solo per ottimizzare i profitti di grandi aziende, aumentandone la produttività. Così facendo infatti non si fa altro che perpetuare gli errori e peggiorare le drammatiche esternalità negative del sistema agro-industriale vigente. La tecnologia dev’essere a servizio della moltitudine, e non di pochi giganti.

Ed è qui che il discorso si fa più complesso: spesso infatti sono proprio le grandi aziende le uniche ad avere accesso ai saperi e al capitale necessari per implementare queste nuove tecnologie. In poche parole: chi ha le risorse riesce a investire in innovazione, chi non ne ha ne rimane fuori. Considerando però quanto tutto questo sarà importante nei prossimi anni (guardando anche alle sfide demografiche e climatiche che stiamo affrontando) e di conseguenza la necessità anche da parte dei piccoli di averne accesso, si rischia di creare – come per le sementi – l’ennesimo monopolio che minaccia la libertà dei contadini, la loro indipendenza e la sovranità alimentare. Questo sarebbe il trionfo di una tecnocrazia a beneficio di pochi.

Per questo motivo confido in politiche agro-alimentari che colgano questa sfida tecnologica e che, nell’ottica di salvaguardare biodiversità e libertà di ognuno, facciano sì che l’innovazione sia umanità anche in campo, diventando strumento per rendere più attrattiva e meno faticosa la vita in campagna, per alimentare uno sviluppo rurale che aiuti nella lotta allo spopolamento dei borghi, per diminuire il rischio dato dagli agenti atmosferici, per aiutare davvero il raggiungimento di un cibo più buono, pulito e giusto per tutti.

Carlo Petrini da Slowfood.it

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