Per non lasciarci le pinne!

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Foto: Bawabali.com

A sentir parlare di “zuppa di pinne di squalo” la prima reazione è l’associazione a qualche filastrocca per bambini, quelle tipo “ali di farfalle e code di lucertole”, per intenderci. Ma in questo caso non c’è niente di fantasioso, divertente, naïve. La ricetta per questo piatto diffuso nel mercato asiatico e un tempo dedicato alle elite, ma ora in voga anche e soprattutto per il ceto medio, ha origine, com’è peraltro facile intuire per molti dei piatti a base di carne o pesce, da un’inaudita violenza perpetrata contro l’ingrediente principale, consumato crudo: lo squalo, appunto. Ebbene sì, il pesce che tra film, mari e sogni popola il nostro immaginario collettivo di mostri cattivi, pronti ad aggedirci appena ci godiamo due bracciate tra le onde, diventa a sua volta vittima impotente dell’ingordigia alimentare e delle mode culinarie. Perché ci sono casi in cui le tradizioni mascherano la pigrizia delle male abitudini, tra l’altro per un risultato che, dicono, sia anche abbastanza discutibile in termini di soddisfazione del palato.

Qualche giorno fa, alla radio, ricordavano come, di questi tempi, dati i mezzi infiniti che abbiamo per informarci, l’ignoranza sia una scelta. Possiamo quindi anche scegliere di non informarci, possiamo decidere che non ce ne importa… in fondo abbiamo altri problemi, e spesso vanno oltre quello che portiamo in tavola. In effetti sarebbe la soluzione più facile e meno impegnativa, tanto noi, la zuppa di squalo, mica la mangiamo, anzi, pare che non sia nemmeno così gustosa… dunque, che possiamo farci? Qualcosa in realtà facciamo: andiamo in vacanza e facciamo immersioni, ci incantiamo dal vivo o in tv davanti alle esplorazioni dei fondali marini, ci lasciamo sommergere dalla bellezza della vita che si muove sotto la superficie dell’acqua, anche se le nostre coscienze restano alquanto sorde alla sua tutela. Allora c’è da augurarsi solo una cosa: non vedere mai scene come quella di uno squalo pescato vivo a cui viene tranciata con un’ascia la pinna dorsale prima di essere rigettato in mare, ferito e inabile a nuotare, destinato a una morte lenta e dolorosa in cui di naturale non c’è niente, se non il suo accasciarsi sul fondale a diventarne parte.

 C’è chi però, a nefandezze di questo tipo, assiste più spesso di quanto vorrebbe: sono i volontari del mare, quelli che contro lo shark-finning, come viene chiamata la rimozione (eufemismo) delle pinne, si schierano ogni giorno. E lo fanno in tanti modi, dalle campagne di sensibilizzazione alle scelte alimentari, a volte lo fanno anche sul campo, sorvegliando le coste a rischio di pesca illegale e smantellando le impalcature (letteralmente) di reti pronte a catturare gli ignari abitanti del mare.

L’Isola di Coco, Costa Rica, è uno di questi posti, un parco nazionale dal 1978, area marina protetta e dal 1997 patrimonio UNESCO… un posto dove stare al sicuro, no? No. Nonostante gli sforzi dei ranger – poche risorse e incessante convinzione – e l’attenta e rinnovata sensibilità dell’amministrazione, l’ecosistema marino dell’isola, meta anche per scubadivers e appassionati, è ampiamente minacciato dalla pesca di frodo (per non parlare dell’inquinamento da plastica e dall’acidificazione degli oceani).

Se una sentenza storica, pronunciata lo scorso anno a condanna di un’imprenditrice colpevole di aver ordinato oltre 600 pinne, apre qualche spiraglio di speranza a favore del rispetto non solo delle norme vigenti, ma anche della vita subacquea – la sentenza ha giudicato infatti l’imputata “colpevole di danni alle risorse naturali” –, gli attivisti dei mari hanno ancora bisogno di sostegno: da Sea Shepherd Conservation International al lavoro dell’oceanografa di fama mondiale Sylvia Earle, è necessario un supporto economico, certo, ma anche in termini di sensibilizzazione e comunicazione. E noi proviamo a contribuire, rilevando, tra le tante iniziative realizzate, una che merita particolare attenzione: il recupero e il riciclo di parangali per la costruzione di ponti tibetani e opere d’arte sull’isola. Un gesto simbolico che non riesce a riutilizzare se non la minima parte della sproporzionata quantità di reti utilizzate per la pesca di frodo, ma che in qualche modo accende qualche luce su una piaga che devasta la biodiversità marina per ragioni inutili e assurde. La pesca di frodo è una vessazione continua per gli oceani, e ci ricorda principalmente una cosa, che anche se non ci piace sentire è obbligo ricordare: per diversificare o ridurre l’offerta, è necessario diversificare o ridurre la domanda. A chi tocca, allora, fare qualcosa?

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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