O l’energia o la vita…

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Foto: Sea-globe.com

"Mae Nam Khong", la Madre delle acque è chiamato in Thailandia il Mekong e non è difficile capire il perché. La sua sorgente è il Lasagongma, un ghiacciaio dell’altopiano tibetano, nella provincia cinese del Qinghai e prima di sfociare nel Mar Cinese Meridionale, nel corso dei suoi 4.880 chilometri, segna i confini tra Laos, Birmania e Thailandia, percorre tutta la Cambogia ed entra nel Sud del Vietnam formando l’enorme delta dei “nove draghi”. Scorre quindi nel cuore dell’Asean, il gruppo di Paesi del Sud-Est asiatico che nel 2017 ha registrato una crescita economica del 5% e dove vivono oltre mezzo miliardo di persone. Dodicesimo fiume al mondo per lunghezza, ma secondo solo al Rio delle Amazzoni per biodiversità (nelle acque del Mekong ci sono oltre 1.200 specie di pesci), il Mekong è una via di comunicazione e una fondamentale fonte di cibo per quasi 65 milioni di persone, capace di garantire, tra pesca e allevamenti ittici, 2,6 milioni di tonnellate di pesci all'anno e di consentire l’irrigazione dei campi di riso in una regione che è in testa alle classifiche mondiali per le esportazioni di questo cereale. Ora questa preziosa fonte di vita è minacciata da una nuova escalation di progetti energetici a base di dighe idroelettriche.  

Negli ultimi anni in quest'area del Sud-Est asiatico c’è stato un fiorire di forum per la cooperazione regionale e il Mekong è diventato un obiettivo geopolitico per molte grandi potenze. L’amministrazione Obama aveva ideato la Lower Mekong Initiative per rafforzare le relazioni degli Usa con i paesi che si affacciano sul Mekong, mentre la Cina ha lanciato la Lancang-Mekong Cooperation Mechanism. Per riuscire ad affrontare la gestione delle acque e lo sviluppo sostenibile dei paesi attraversati dal Mekong nel 1995 è nata la Mekong River Commission (Mrc), un forum inter-governativo il cui parere non è vincolante e di cui fanno parte Thailandia, Cambogia, Laos e Vietnam, mentre Birmania e Cina sono per scelta solo “dialogue partner”. Forse non a caso, visto che mentre Pechino parla di quest’area come di una “comunità dal futuro condiviso”, ha in realtà sempre rifiutato di consultarsi e coordinarsi con gli altri paesi per la gestione delle acque del Mekong e punta ad espandere le proprie infrastrutture energetiche e i propri collegamenti economici con il Sud-Est solo attraverso accordi bilaterali.  

Pechino ha già il controllo del tratto superiore del fiume con otto dighe e sta investendo in più della metà delle 11 dighe pianificate più a sud, senza aver mai fornito delle valutazioni oggettive sull’impatto ambientale e sociale di queste nuove infrastrutture idroelettriche sulla popolazione locale. Così con il sostegno di Pechino, che compensa i suoi vicini del sud-est asiatico con investimenti e prestiti agevolati, anche compagnie ed agenzie statali di Thailandia, Vietnam, Laos e Cambogia sono sempre più interessate al business idroelettrico. Dopo che i governi di Pechino e Phnom Penh hanno collaborato alla costruzione della Lower Sesan Hydropower Dam che, costata 816 milioni di dollari Usa, vanta dal 2017 una capacità produttiva di 400 megawatt, adesso le comunità vietnamite che vivono lungo le sponde del Mekong temono l’impatto distruttivo sull’ecosistema regionale della Sambor Hydropower Dam, una nuova diga finanziata ancora dai cinesi sempre in CambogiaUna volta completata diventerebbe il più grande impianto mai costruito sul fiume Mekong ed esiste il fondato timore che sottragga troppa acqua al fiume, specie durante la stagione secca, con effetti critici per la pesca e per le coltivazioni che alimentano tutta l’economia del delta del Mekong. 

Un rapporto pubblicato dal National Heritage Institute (Nhi) a dicembre ha dichiarato senza mezzi termini che l’impianto di Sambor “distruggerà molte specie animali del fiume Mekong”. Nonostante il progetto da poco avviato porterà grandi benefici energetici alla Cambogia, per gli esperti Usa, una volta completato,“contribuirà alla distruzione dell’ambiente di vita di milioni di cambogiani” ed avrà pesanti conseguenze soprattutto in Vietnam, dove milioni di persone risentiranno della variazione dei flussi del Mekong. Per la ong americana, nei prossimi 10 anni, “la mancanza di una sufficiente quantità di acqua dolce nel suo bacino causerà un innalzamento dei livelli di salinità, provocando sempre più frequenti episodi di siccità che metteranno in ginocchio il settore agricolo vietnamita”. Anche per la già citata Mrc, che ha svolto molti studi scientifici preliminari e lanciato diversi appelli per limitare la costruzione di dighe sul fiume, “i benefici derivanti dalla costruzione della diga di Sambor sono molto inferiori alle perdite che essa sta già generando” con importanti danni all'economia e alla biodiversità dell'area.

Un risultato al quale potrebbe contribuire anche la diga Xayaburi, che nel 2019 il Laos vuole completare sul Mekong grazie ai finanziamenti di una ditta thailandese. Il World Wildlife Found (Wwf) ha più volte messo in guardia su come la diga, che sorgerà al confine con la Thailandia, darà il colpo finale al pesce gatto gigante e ad altre 41 specie di pesci a rischio estinzione. La diga poi "bloccherà la migrazione dei pesci, con grande danno per la Cambogia che prende dalla pesca l’80% delle proteine consumate”. I conservazionisti prevedono che il completamento della Xayaburi sconvolgerà la vita e i redditi di almeno 200mila thailandesi e sarà la prima di altre 9 dighe che il Laos vuole costruire per diventare la centrale energetica della regione. Così, mentre le entusiastiche stime della International Energy Agency (Iea) dicono che “negli ultimi 15 anni il fabbisogno di energia del Sud-Est asiatico è cresciuto del 60%”, il rischio è che con buona probabilità le popolazioni del basso Mekong avranno tutte presto l’elettricità, ma non sapranno più cosa mangiare.  In questo contesto, anche se i fattori che danneggiano il bacino del Mekong sono molti, tra i quali il consumo del suolo, l’agricoltura intensiva e i cambiamenti climatici, le dighe continuano a fare la parte dei giganti.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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