Non è una città per disabili

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Foto: youtube.com

Che Roma non sia esattamente la città più comoda del mondo in tema di trasporti pubblici lo si sospettava (eufemismo) già da qualche anno: le carenze infrastrutturali, il mancato ricambio delle vetture, una assoluta miopia politica incapace non dico di pianificare, ma nemmeno di pensare minimamente ad un progetto strutturale di mobilità sostenibile nel lungo periodo, sono solo alcune delle tessere di un desolante mosaico che ogni giorno, in buon parte dell'enorme territorio della Capitale, vede protagonisti migliaia di romani. Se a tutto questo aggiungiamo l'irresistibile attrazione verso l'automobile, una certa diffidenza (eufemismo) verso l'idea stessa di mobilità pubblica e una spolverata di quell'atavica, proverbiale tendenza romana alla disillusione venata di cinismo, avremo un quadro forse parziale ma di certo verosimile della situazione.

Un tema noto, dunque, perlomeno se lo si guarda da due punti di vista: quello strettamente logistico-pratico (l'Odissea di certi percorsi casa-lavoro, e le implicazioni economiche che comportano) e quello politico-giudiziario (ATAC e il procedimento concordatario, con annesse polemiche politiche). Sfugge, spesso, che queste sono solo due sfaccettature della questione, e forse nemmeno le più dirimenti: perché quello che invece sembra rimanere spesso nell'ombra è l'impatto sociale devastante che le carenze del sistema di trasporto pubblico romano determinano sui cittadini, e segnatamente su quelle fasce di popolazione più deboli che più di tutte avrebbero il diritto di poter contare su un servizio che sia degno di questo nome. Le persone con disabilità quel diritto possono farlo valere solo parzialmente, perché avere la cattiva sorte di vivere in certe zone di Roma significa sbattere contro barriere architettoniche che, in mancanza di alternative che solo la fatica e i sacrifici di una famiglia (per chi ce l'ha) possono costruire, sbarrano la strada ad una vita civica normale.

LA CITTÀ - Luca ha 26 anni e abita a Torre Angela, zona della periferia orientale di Roma. È di dicembre dello scorso anno, riportata da Roma Today, la testimonianza del calvario che affronta ogni giorno per spostarsi da casa. Il suo è un percorso a ostacoli fin dall'inizio: sulla sua via non c'è marciapiede, è obbligato a spostarsi con la sua carrozzina sfiorando le automobili che transitano in velocità, anche perché gli scivoli che trova sulla strada sono spesso ostruiti dalle auto in sosta e quindi inservibili. La zona è servita dalla metro C, terza linea aperta da pochi anni e che ha finalmente dato l'opportunità agli abitanti della periferia del quadrante est della città di avere un collegamento con il centro. Per Luca aver raggiunto la fermata metro, che peraltro ha già dato adito a molte proteste per la scarsa illuminazione e la carente vigilanza, non significa aver finito i problemi. La scala di ingresso infatti impedisce l'accesso diretto, e in alternativa il sottopasso che collega la strada alla banchina risulta quasi sempre impraticabile perché ingombro di rifiuti.

Non sappiamo il nome, invece, dell'uomo che è stato ripreso il 16 febbraio presso la fermata metro Giulio Agricola, stavolta si tratta della linea A. I frammenti del video sono chiari, e non dovrebbero aver bisogno di alcun commento: l'uomo scende le scale di accesso alla metro letteralmente trascinandosi per terra, poiché le rampe meccaniche sono fuori uso. In questa come in moltissime altre circostanze, l'aiuto delle persone intorno a lui, che sollevano la carrozzina e la trasportano per le scale mentre l'uomo è costretto a umiliarsi scivolando giù, dà la misura di come le gravissime lacune infrastrutturali della prima linea metro della capitale d'Italia siano quotidianamente alleviate dalla gentilezza dei cittadini romani. Quella dei montascale (sia esterno che interno) della metro Giulio Agricola è una situazione già nota da mesi, anche grazie al racconto che ne fece l'ex deputata Laura Coccia: racconto, a quanto pare, documentato inutilmente.

LA REGIONE - Che non sia un problema solo comunale ce lo dimostra l'ultimo caso che esaminiamo, che è anche il più eclatante dal punto di vista dell'esito giudiziario (tuttavia ancora non definitivo). È di fine gennaio la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Roma che, rigettando il ricorso presentato dopo la sentenza di primo grado del Tribunale di Tivoli, ha riconosciuto la Regione Lazio colpevole di non aver rimosso le barriere architettoniche che impediscono ad Alessandro, ragazzo con grave disabilità cognitiva e motoria, di poter usufruire della linea ferroviaria Roma-Civita Castellana-Viterbo. La madre di Alessandro, Maria Cristina Abballe di Rignano Flaminio, da anni deve fronteggiare difficoltà enormi per portare suo figlio a scuola. La sua storia, raccontata cinque anni fa da Luca Leolato del Fatto Quotidiano con la collaborazione di David Nicodemi de L'Osservatore d'Italia, è un compendio di disagi, malfunzionamenti e negligenze che compone un quadro di discriminazione praticamente perfetto.

Innanzitutto, il percorso per raggiungere la stazione è sterrato e rende il transito con la carrozzina molto difficoltoso (e pressoché impossibile quando piove); una volta riusciti a superare questa prima prova, la signora e Alessandro hanno due opzioni per accedere alla stazione: il passaggio per i tornelli o l'accesso tramite un apposito cancelletto. I tornelli sono fuori norma, anche perché riciclati dalla tratta Roma-Lido o dalla metro di Roma: acquistati nell'ambito di un investimento di ben 931.000 euro dalla Regione Lazio, la loro larghezza di appena 60 centimetri non permette in alcun modo l'accesso ai disabili in carrozzina. L'altra opzione, come detto, è passare attraverso un cancelletto che può essere aperto solo da funzionari dell'impianto, e che dunque dovrebbe essere presidiato sempre dalla presenza del personale; in loro assenza, anche qui l'accesso è sbarrato. Una volta superato anche questo ostacolo non è ancora finita, perché in assenza di pedana per la carrozzina Maria Cristina deve farsi aiutare dall'autista per far salire Alessandro sul treno. La Corte di Appello di Roma, individuando nel percorso sterrato, nei tornelli irregolari e nella mancanza di pedane la configurazione di barriere architettoniche oggettive, ha dunque condannato la Regione Lazio rigettandone il ricorso, fondato peraltro su un errato concetto di "stazione principale".

No, Roma e il Lazio non sono posti ospitali per i disabili. Sia chiaro: non tutto è da buttare, ci sono anche buone notizie e novità importanti sia sul fronte della mobilità pubblica che su quello delle politiche di inclusione. Dal punto di vista dei trasporti a Roma, innanzitutto, a dicembre è stato approvato il nuovo Regolamento sulla mobilità dei disabili: contando su un budget di 21 milioni di euro per tre anni, il nuovo meccanismo di assegnazione del punteggio (e dunque dell'inserimento in graduatoria) nasce per tenere conto delle residue funzionalità della persona nell'individuazione del più adatto sostegno alla mobilità e nella scelta della modalità di trasporto a lui più idonea. Speriamo bene. 

Michele Focaroli

Classe 1988, Roma, nato, cresciuto e allevato in mezzo ai giornali, che - insieme al caffè - a casa non sono mancati mai, nemmeno per un giorno. Ho studiato Relazioni Internazionali, unendo così la passione per lo studio a quello per la scrittura, che pratico con continuità da qualche anno. Da tempo mi occupo prevalentemente di Medio Oriente, cercando di far emergere, oltre al quadro geopolitico, il contesto sociale e le istanze delle popolazioni locali. Essenziale, in questo senso, è stato l'anno di Servizio Civile in FOCSIV, che mi ha insegnato a coniugare la professionalità con la passione, e a non perdere mai d'occhio la centralità delle persone. Mi piace approfondire, problematizzare, mettermi alla prova; cerco di ascoltare e di capire prima di parlare e di scrivere. Appena posso mi piace viaggiare, e, più di tutto, amo la musica, che riempie la mia testa e le mie mani ogni giorno: la ascolto, provo a scriverla, poi con la chitarra cerco di darle una forma.

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