Nigeria: la lotta a Boko Haram e i “danni collaterali”

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Foto: Gfbv.it

In febbraio i rappresentanti di dieci nazioni africane si sono riuniti sotto l’egida dell’Comunità economica degli Stati dell'Africa Centrale (ECCAS) nella capitale camerunense Yaoundé per decidere un piano condiviso di lotta alla setta radicale Boko Haram che si è ufficialmente associata allo Stato Islamico nel marzo 2015 proclamando la “provincia africana occidentale dello Stato islamico”. Nella dichiarazione di Yaoundé rilasciata il 16 febbraio, i rappresentanti africani hanno messo a disposizione dei paesi maggiormente afflitti dall'attività di Boko Haram, Camerun e Ciad oltre che la Nigeria del Nord, “un fondo speciale di circa 100 milioni di dollari USA per la lotta al terrorismo. Nelle intenzioni dell’ECCAS, che ha coinvolto Camerun, Ciad, Gabon, Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo, Angola, Guinea Equatoriale, Burundi, São Tome e Príncipe, Repubblica Centrafricana, i finanziamenti speciali contro Boko Haram “devono essere utilizzati anche per l'assistenza alla popolazione civile fuggita dai combattimenti”. Come sono stati usati?

Come sono stati usati questi fondi non lo sappiamo ancora, ma sicuramente non per proteggere i civili. Per questo ad inizio mese l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha chiesto al Governo nigeriano maggiore trasparenza e protezione per la popolazione civile nella lotta al terrorismo delle milizie di Boko Haram nella Nigeria nordorientale. Una guerra che avviene nel riserbo più assoluto e con drammatiche conseguenze per la popolazione civile. Secondo i dati dell’Indice globale sul terrorismo pubblicati il 17 novembre dall’Institute for Economics and Peace, “nel 2015 la Nigeria ha avuto 6.644 morti per attacchi terroristici”. Nel 2014 i morti per terrorismo erano stati 7.512. Per riportare un’immagine realistica del terrore causato da Boko Haram bisogna però tenere conto anche della sanguinosa lotta anti-terrorismo condotta dalle forze istituzionali e dalle milizie alleate che spesso finisce con il coinvolgere anche la popolazione civile, che ormai teme la violenza dell'esercito tanto quanto la violenza cieca di Boko Haram. 

I dati forniti dall'aviazione militare nigeriana tra settembre e ottobre 2015 raccontano che contro il sedicente stato islamico africano sono stati compiuti 1.488 raid aerei ed è più che realistico presumere che durante i bombardamenti vi siano state anche molte vittime civili. Poiché l'esercito nigeriano finora non ha mai comunicato il numero dei morti conseguente alle sue azioni e nelle regioni del conflitto non sono ammessi né giornalisti, né aiuti umanitari per la popolazione civile rimasta, l’APM presume che il numero dei morti civili causati dal conflitto con Boko Haram sia molto più alto di quanto ufficialmente dichiarato.

Per l’APM "Circa 2,5 milioni di persone, cristiani quanto musulmani, sono in fuga dal terrore e dal contro-terrore che insanguinano il paese. 2,15 milioni di persone sono profughi interni che sono riusciti a trovare rifugio presso amici e parenti, ma la situazione dei profughi è catastrofica. La corruzione diffusa fa sparire buona parte degli aiuti umanitari promessi ai profughi”. Una situazione drammatica che ha convinto l’associazione a chiedere che la comunità internazionale esiga maggiore trasparenza nella gestione degli aiuti umanitari e contemporaneamente che vengano garantiti gli aiuti necessari affinché la popolazione vittima della violenza possa ricostruirsi una vita. “Senza reali aiuti umanitari, senza lotta alla corruzione, alla povertà e all’abuso di potere non vi potrà essere una pace stabile e duratura nel paese africano già scosso da disastri ambientali e conseguenze del cambiamento climaticoha spiegato l’APM.

Oggi la popolazione di molte aree a nord della Nigeria vive in condizioni di estrema povertà e in particolare i giovani, senza alcuna prospettiva di futuro, sono un bersaglio facile per la propaganda di Boko Haram. Per l’APM “Se veramente si vuole sicurezza e stabilità nella regione allora bisogna avviare uno sviluppo reale per la popolazione locale e sconfiggere finalmente la povertà. Questo a sua volta presuppone una lotta seria alla corruzione per far sì che i finanziamenti concessi dall’ECCAS raggiungano effettivamente la popolazione”.

L’APM ora chiede al Governo nigeriano nuove iniziative e maggiore impegno verso i civili e i profughi e ricorda che nonostante i successi militari sbandierati dai militari non sono ancora state liberate tutte le 276 ragazze, tra i 12 e i 17 anni, rapite lo scorso 14 aprile 2014 nella scuola del villaggio di Chibok (stato federale del Borno). Nel corso del rapimento e del trasferimento delle studentesse, 57 ragazze erano riuscite a fuggire mentre delle restanti solo alcune sono state quelle liberate negli scorsi mesi, di altre invece si è persa ogni traccia, nonostante per liberazione delle studentesse si fossero mobilitate personalità come Michelle Obama e la la vincitrice del premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai. Un dramma nel dramma che l'Associazione per i Popoli Minacciati chiede di non dimenticare.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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