Mongolia: l’essenziale di ogni cosa

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Foto: Matthias Canapini ®

Siamo in Mongolia. Il Naadam festival, il più grande evento tradizionale nonché seconda olimpiade più antica del mondo è appena cominciata e frotte di famiglie si incamminano verso il punto di ritrovo. La festività va avanti da oltre tremila anni e gli atleti, robusti come tori,praticano tre discipline differenti: la lotta libera, la spettacolareippica tradizionale e il tiro con l’arco, sia a piedi che a cavallo.

Sembra un’enorme sagra di paese in cui venditori ambulanti si intersecano coi gelatai, paninari confabulano coi passanti forniti di palloncini e bicchieroni di Coca-Cola. I visitatori sprovvisti di biglietto seguono gli incontri all’esterno dello stadio per mezzo di un grande teleschermo. Quando un combattente schiena l’avversario o vince l’incontro un boato si alza dagli spalti, facendo vibrare le grandi bandiere raffiguranti il simbolo di libertà e indipendenza Mongola, detto Soyombo.

La Mongolia è un territorio molto vasto: circa 5 volte l’Italia ed ha una popolazione di 3,2 milioni di abitanti. Il 70% della popolazione è urbanizzato, gli ultimi nomadi affollano la capitale al ritmo di 20.000 l’anno, vivendo spesso al limite della periferia urbana. Sarà davvero la fine per il nomadismo oppure qualche ceppo resistente manterrà la ruvida identità? Nonostante la globalizzazione galoppante e la bassa densità di popolazione, attualmente convivono in Mongolia molti gruppi etnici come i Dariganga, i Buriati, gli Olod, o le tribù degli Tsataan: allevatori di renne a ridosso della repubblica di Tuva.

Gli Tsataan praticano lo sciamanesimo e si stanno estinguendo per la chiusura delle frontiera tra Russia e Mongolia. Il confine e la burocrazia passa di lì dove hanno la loro vita da sempre. Si contano 200 individui rimasti. Nelle regioni della Mongolia occidentale vive poi una consistente minoranza di musulmani sunniti (5%), gran parte dei quali di etnia kazaca, celebri per essere degli esperti cacciatori di aquile. Se non si è preparati, il vuoto estremo di questo Paese può disorientare anche il viaggiatore più esperto: a nord la taiga, a sud il deserto del Gobi, ad ovest i monti Altai e da qui fino all’estremo est, solo steppa.

L’idioma mongolo, di ceppo uralo-altaico è la lingua ufficiale di questo colosso asiatico che confina con altri due giganti e ne sfiora un terzo: il Kazakhistan, distante solo 38 km dall’estremo angolo ovest del paese. L’alfabeto utilizzato per la scrittura è il cirillico russo, imposto con la forza dal regime comunista nel 1941. Fino al XVI secolo lo sciamanismo era la religione dominante in Mongolia ma fu introdotto il lamaismo tibetano dal leader Altan Khan.

Quando il regime comunista salì al potere nel 1921, in Mongolia esistevano 110.000 lama (monaci) che vivevano in 700 monasteri, ma dal 1929 al 1990 le autorità cercarono di ostacolare questo culto. Agli inizi degli anni ’30 migliaia di monaci furono arrestati e deportati nei campi di lavoro della Siberia, da cui non fecero mai ritorno. I monasteri furono chiusi e saccheggiati e tutte le cerimonie e culti religiosi dichiarati fuori legge. La libertà di culto è stata ripristinata solo nel 1990 e da allora c’è stato un massiccio ritorno alla fede buddhista, in particolare al lamaismo, ed sempre più giovani stanno apprendendo le pratiche religiose, tramandate oralmente dagli anziani che ancora le ricordano.

Prima del XX secolo l’istruzione in Mongolia era limitata ai monaci nei monasteri Buddisti. Durante il regime socialista, venne data invece una grande importanza all’istruzione elementare ed alla letteratura, con particolare rilievo per il teatro, la musica e l’arte in generale, oltre che all’insegnamento della lingua russa. Sotto il socialismo quindi il tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta arrivò a superare il 90%. L’Università Statale fu fondata nel 1942 a Ulaan Bator e la maggior parte degli insegnamenti erano originariamente tenuti in russo, vista la scarsità di testi in lingua mongola specializzati in determinati campi. Agli studenti più promettenti era poi data la possibilità di partecipare a corsi di studio avanzati in Unione Sovietica. Attualmente, in Mongolia, la scuola è gratuita e obbligatoria per i ragazzi dai 7 ai 16 anni di età ed il tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta ha raggiunto il 99,2%. È sufficiente distaccarsi dalla capitale qualche km per imbattersi negli Ovoosantuari sciamanici composti da uno o più cumuli di pietre dove pellegrini e viandanti lasciano doni e offerte: pupazzetti, banconote, bigliettini, corna di montone o ancora ciottoli, appoggiati uno sull’altro. Le pietre accumulate servono anche ai nomadi per segnare i sentieri, resi invisibili dall’erba alta o dalla neve che tra non molto giungerà anche qui. Spesso si notano anche delle pietre dalle forme falliche: simbologie per scongiurare la sterilità di donne sfortunate. Numerose bandierine consumate dalle intemperie corrono da palo a masso, avvolgendo l’altopiano su cui cammino insieme a Boogie, volontaria dell’associazione “Bayasgalant”. All’orizzonte si ergono le fabbriche della capitale, una fitta cappa di smog copre edifici e palazzine. Boogie dice che d’inverno, coi riscaldamenti accessi, non si vedono neppure le tipiche abitazioni mongole dette Gher (o Yurte), costruite attorno al centro città come i margini di un anelloUlan Bator infatti, malgrado i pascoli e la natura selvaggia che pulsa come se avesse vita propria, è considerata la terza città al mondo più inquinata, dove le particelle dello smog sono venti volte superiori ai limiti stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il pulmino dalle ruote sgonfie giunge a Murun in un bagliore di fuoco, lasciandosi alle spalle ciminiere e oleodotti, palazzine e asfalto. Un occhio umano forse non è in grado di cogliere e contemplare appieno tutta la vastità di cui risplende la Mongolia, nella quale sporadicamente appare una Gher solitaria. Pecore, yak, cavalli e mucche. Sembra di tornare all’essenziale di ogni cosa: casa, famiglia, animali, cibo, acqua. Un moderno nomade con motocicletta appresso taglia la steppa velocemente inseguendo un gregge di pecore, ma una figura analoga, dalla parte opposta, cavalca adagio, senza fretta, per poi fermarsi e bere un bicchierino di tè salato, vagante nel bel mezzo del nulla. Nomadismo significa anche condivisione: lo spazio, le risorse come l’acqua, i momenti di festa, un bicchierino di the, tutto viene condiviso. Qui il singolo può facilmente diventare nessuno, sparire, inghiottito dall’immensità. Fame di semplicità nello spettacolo della natura. L’uomo sembra un incidente, un elemento inconsueto capitato qua per caso.

A Khatgal gli alberi sembrino sussurrare antiche poesie e le onde del lago hanno l’impressione di trasportarti verso luoghi ignoti. Le aquile, tra fitti acuti, oscillano tra le correnti fredde del cielo. Le mani agili di un’anziana signora mungono con delicatezza le mammelle di una mucca, adagiata a fianco di un bivacco notturno. Il fondo del lago è ricoperto da femori e crani ovini, il cielo viola, l’erba fresca sotto i piedi. Yak e mucche entrano di soppiatto dentro i cortili delle abitazioni in cerca d’erba fresca da brucare, i bambini attrezzati con bastoni e manici di scopa mettono in fuga le bestie pelose. Namte, un vecchio insegnate d’inglese ormai in pensione, narra la gesta del suo popolo, il folklore vero: “Nel corso di un anno i nomadi si spostano una decina di volte nel raggio massimo di dieci km. Ciò per cercare erba buona per il pascolo. Si contano sessanta milioni di animali per tre milioni di persone. Quest’anno piove poco, difatti i greggi ne risentono. All’interno della Gher, alla donna spettano i lavori domestici e la cura della famiglia… oggi non emigrano molte persone, siamo fuori dai circuiti internazionali, è un paese tutto sommato in pace, senza guerre, stress o terrorismo. Una vita semplice”. Namte, da canto suo, non riesce a credere che in Italia vivano sessanta milioni di persone in una fetta di terra cosi piccola e stretta. Malgrado la reale solitudine e il fascino onnipresente di tale vita, i giovani mongoli sognano una casa in mattoni, non più Gher tondeggianti. Cosi facendo gli anziani temono che ognuno si barricherà dentro la propria stanza, rinunciando al contatto umano. La Gher, oltre alle ossa e le pellicce degli yak usati come sostegni e ripari, non ha barriere all’interno, ma ha nelle forma in sé qualcosa di più sacro: il dialogo. 

Matthias Canapini

Matthias Canapini è nato nel 1992 a Fano. Viaggia a passo lento per raccontare storie con taccuino e macchina fotografica. Dal 2015 ha pubblicato "Verso Est", "Eurasia Express", "Il volto dell'altro", "Terra e dissenso" (Prospero Editore) e "Il passo dell'acero rosso" (Aras Edizioni).

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