Libertà di stampa: molto più di una commemorazione

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Immagine: En.unesco.org

Ieri sguardo mediatico puntato su Trento. Il capoluogo trentino è stato, infatti, scelto come capitale italiana della Giornata internazionale della libertà di stampa che si celebra ogni anno il 3 maggio in tutto il mondo con l’obiettivo di promuovere azioni concrete finalizzate a difendere la libertà della stampa, e anche di valutare la situazione della libertà di stampa. Una scelta che ha voluto da un lato ricordare Antonio Megalizzi, il giovane aspirante giornalista ucciso nell’attentato terroristico di Strasburgo di dicembre, dall’altro lato seguire il filo conduttore del XXVIII congresso della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI)che si è tenuto a Levico Terme (TN) attorno al tema “L’informazione non è un algoritmo. Libertà, diritti, lavoro nell’era delle fake news” e del Protocollo sulla cultura dell’informazione siglato da Sindacato e Ordine dei Giornalisti con la Provincia autonoma di Trento per contrastare il dilagare della disinformazione e del linguaggio dell’odio con corsi di formazione nella scuole trentine. 

Sono stati 54 i giornalisti che nel corso del 2018 hanno perso la vita nell'esercizio della professione; tra loro in Europa la maltese Daphne Caruana Galizia, lo slovacco Jan Kuciak e la bulgara Victoria Marinova. Oltre a commemorarli, la Giornata è in particolare destinata a richiamare l'attenzione, allertare e sensibilizzare il pubblico, stimolare dibattiti tra i professionisti del settore sull’attualissimo tema “Mass media per la democrazia: giornalismo ed elezioni ai tempi della disinformazione. È di fine aprile l’intervento ai TED Talk a Vancouver di Carole Cadwalladr, cronista del giornale britannico The Observer e autricedell’inchiesta che ha scoperchiato lo scandalo Cambridge Analytica che ha denunciato una connessione diretta tra la crisi della democrazia e l’informazione che passa dai social network. La sua riflessione in breve tempo ha fatto il giro del mondo. Un ragionamento che prende avvio dall’inchiesta investigativa che ha portato la Cadwalladr a indagare sulla comunicazione legata al referendum sulla Brexit del giugno 2016 e che l’ha indotta a lanciare un vero e proprio atto di accusa ai detentori delle aziende di hi-tech della Silicon Valley statunitense. “Noi [inglesi] siamo la prova di quello che accade in una democrazia occidentale quando secoli di norme elettorali vengono spazzate via dalla tecnologia. Questa tecnologia che avete inventato è meravigliosa. Ma ora è diventata la scena di un delitto” ha detto fra l’altro la giornalista, evidenziando come le bufale poste in rete dai sostenitori della scelta del “Leave” per interessi personali e abilmente “sponsorizzate” attraverso i sistemi di condivisione dei social hanno creato una disinformazione incredibilmente più “creduta” della realtà che i cittadini avevano effettivamente sotto i loro occhi. 

La giornalista ha puntato il dito tanto contro i finanziatori di fake news quanto contro i proprietari dei social network che custodiscono segreti i dati degli ingenti fondi investiti per la diffusione di messaggi diffamatori e di disinformazione in tutto il globo. Un evidente limite al diritto ad essere informato del cittadino e al diritto di informare del giornalista che nasce in un mondo globalizzato e sopraffatto dagli effetti della rivoluzione informatica. Un altro indice da puntare è chiaramente all’incapacità delle governance e dei sistemi scolastici globali di formare cittadini attenti a vagliare le fonti di informazione e a saper distinguere tra verità e falsità.

Ma la democrazia è davvero in crisi a causa della disinformazione imperante? Occorre, se e come, riprendere il controllo sulle aziende tecnologiche che convogliano le informazioni più di quanto facciano i classici media? L’Indice mondiale sulla libertà di stampa del 2019, compilato da Reporters Without Borders (RSF), mostra come l’odio per i giornalisti sia spesso degenerato in violenza, contribuendo ad aumentare la paura nel fare informazione. Il numero di Paesi considerati sicuri, dove i giornalisti possono lavorare in completa sicurezza, continua a diminuire, mentre i regimi autoritari continuano a stringere la presa sui media. Se il diritto alla buona informazione e il contrasto a ogni tipo di censura restano valori costituzionali irrinunciabili e non negoziabili, occorre dare maggiore supporto a una informazione giornalistica di qualità. Non basta semplicemente parlare della necessità della libertà di stampa ma occorre dare a essa contenuti concreti: fra l’altro, protezioni e scorte ai giornalisti, finanziamenti pubblici alle testate, valorizzazione della professione, riconoscimenti e spazio al giornalismo serio a dispetto dei “venditori” di falsi gossip e di fake news. Il quarto potere deve poter fare il suo lavoro.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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