La scuola è una terra di frontiera

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Da quando è nata la Repubblica italiana quasi ogni governo ha puntato a una riforma scolastica. Gli esiti sono stati alterni, soprattutto in questi ultimi anni. Adesso ci prova Renzi. Prima di ogni provvedimento concreto occorre però avere un’idea generale su quali sono le principali sfide che l’Istituzione scolastica deve affrontare.

La scuola è una terra di frontiera dove ci si percepisce anche stranieri a se stessi. “Straniero” non è infatti solo l'allievo che proviene da altri paesi, ma soprattutto l'insegnante che si sente spaesato, stranito, di fronte all'”altro”, in quanto percepisce che molti pregiudizi, su cui si basano le modalità normali di fare scuola, vengono apertamente messi in discussione. Un insegnante può anche fare tesoro di queste esperienze, trasformandole in occasioni di autoformazione per sé e per tutti gli allievi.

La scuola multiculturale è terra di frontiera, da non intendere come linea di confine, di separazione, di demarcazione, rigida e precisa. La scuola non è una “linea di confine”, ma una “terra di frontiera”, ossia un'area ampia e difficile da definire in modo preciso e delimitato, che non per forza deve separare, ma soprattutto deve collegare, mettere in relazione e connessione diverse realtà culturali, etniche, linguistiche, religiose. La scuola come terra di frontiera può essere definita un filtro di alchimie osmotiche,  che non serve a bloccare, a delimitare, ma a far passare, transitare, dove non occorre prendere una posizione definita e definitiva, ma è possibile rimanere sospesi e stare nel mezzo. Alcuni degli allievi migranti, a scuola, accettano lo stile del colloquio, le regole del gioco e si adattano al ruolo, soffrendo però la banalità e il tono delle domande. Si avvalgono legittimamente dell'insegnante come esempio e punto di riferimento per iniziare a muoversi nella mappa delle relazioni, che altrimenti sarebbe incomprensibile. In questo quadro l'insegnante accogliente funge da avamposto per l'orientamento degli allievi, che si percepiscono estranei, straniati, in quanto provenienti da terre altre e lontane.

La differenza tra conoscere e costruire l'altro diventa un presupposto importante durante l'incontro con chi è portatore di una diversità, quando si abbia la volontà di comprendere e accogliere chi chiede aiuto e chi vorrebbe essere considerato per come è in realtà, senza dipendere dal modo con cui viene osservato, giudicato, valutato. Per conoscere l'altro, un contributo necessario consiste nelle tecniche narrative, come gli approcci basati sull'autobiografia e le storie di vita, insieme con altri modi di incontrarsi a scuola, nel gioco, nello studio, nello svago, dove l'insegnante deve “giocare” continuamente con gli eventi per trasformarli in occasioni di conoscenza, di crescita, e diventare così una figura che osserva, progetta, organizza, facilita, valuta.

L'educazione interculturale riguarda sempre la scuola nell’ insieme complessivo, come istituzione e comunità di tutti gli allievi, non solo stranieri, in molteplici occasioni. Occorre de-costruire e ri-costruire continuamente le modalità con cui si pratica l'educazione, nei diversi contesti formativi, in cui il percorso di accoglienza e inte(g)razione non finisce solo a scuola, ma nel territorio, nelle reti di relazioni, frequentazioni e conoscenze, in un ambiente che connette, nell'accoglienza, nell'incontro e nell'interazione. Tutto questo  a discapito dei fenomeni di esclusione, emarginazione, ghettizzazione, separazione dai contesti dell'esistenza.

In uno scenario così complesso la scuola non può pensare di chiudersi in se stessa. La fragilità dei legami fra le persone, la flessibilità sociale, l'insicurezza diffusa, producono, purtroppo, esclusione, anche a prescindere dalle differenze culturali, che sono però oggetto di potenti strumentalizzazioni politiche, e diventano un eufemismo politicamente corretto per scaricare, sui problemi dell'immigrazione, le paure e le incertezze che hanno, invece, origini sistemiche e ataviche. L'antropologia transnazionale e translocale, partendo non solo dalla specificità dei luoghi, ma soprattutto dalle relazioni tra ambienti diversi, come nella metafora della diaspora, dell’osmosi tra culture, insegna che la prospettiva locale va considerata in dimensioni planetarie, internazionali, universali. Da qui si possono intraprendere percorsi innovativi di dialogo, di relazione tra singoli soggetti e intere culture, per aprire e ampliare le prospettive di conoscenza, tramite dinamiche di educazione alla pace, all'accoglienza, all'ospitalità, oltre gli stereotipi e i pregiudizi dettati dalla non-conoscenza, ossia dall'ignoranza nei confronti dell'altro.

Laura Tussi

Fonte: testo ripreso da SCUOLA E DIDATTICA, LA SCUOLA Editrice, giugno 2014

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