Ostinati come asini, per essere “nuovi italiani”

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Roma, via Ostiense, zona Garbatella. Ci arrivo a piedi da casa dopo una passeggiata nel sole freddo di una mattina d’inverno, tra sterpaglie secche, murales colorati e instabili tetti di latta che fanno da riparo per insolite fattorie Lungotevere, dove uomini e animali si dividono lo spazio rimasto. È il mio primo giorno di volontariato in una scuola di italiano per stranieri, una come tante, immagino, quando li contatto al telefono per chiedere di poterli frequentare mentre il servizio civile volge al termine.

E invece, in quel giorno di sole di qualche anno fa, ho conosciuto Asinitas Onlus. Una scuola di italiano per stranieri come ce ne sono tante in effetti, ma forse non proprio. E l’ho capito fin da quando sono entrata in quella grande sala con tanti disegni appesi ai muri. I banchi e le sedie tutti su un lato, impilati in ordine, perché, dopo la colazione insieme nella piccola cucina in fondo a sinistra, la prima cosa da fare è un gioco. In cerchio, per rompere il ghiaccio, per conoscersi e ripetersi i propri nomi (perché non sempre gli studenti sono gli stessi, c’è sempre qualcuno di nuovo, e perché i nomi di così tante lingue vanno ripetuti, assaporati).

Si fa realtà qui l’idea che la scuola sia uno spazio creativo dove costruire relazioni di uguaglianza tra diversi, sulla base di un’ospitalità intrecciata a rituali di scambio reciproco, doni e contro doni. E un gioco sembra il modo giusto per cominciare a sciogliere nodi stretti in luoghi e tempi a volte troppo lontani tra loro e lontani da qui, nodi stretti troppo violentemente per essere liberati così in fretta, perché sono ancora troppo vicine le fughe, i maltrattamenti, le violenze, le nostalgie da cui scappare e che non possono essere dimenticate.

Nella stanzetta più piccola ci sono i volontari che seguono il corso base di lingua italiana, sillabe, suoni che si sormontano, accenti buffi e timidi sorrisi, e soddisfazione orgogliosa quando si capiscono le prime parole che mettono senso in una frase. Nella stanza grande invece si coltiva la lingua attraverso i laboratori per il dolore dell’anima. Ci si cala dentro parole nuove con un lavoro di auto-narrazione che spesso ha a che fare con i testi delle fiabe, così importanti in tante culture per unire la tradizione e la modernità, per stringere insieme le generazioni. E allora ci sediamo in cerchio, una narrazione che circola dentro quella geometria senza spigoli, affrontando un tema per volta, la famiglia, la casa, il viaggio, raccolte di delusioni e speranze, biografie e dolori. Il lavoro di Asinitas è quello di promuovere attraverso i principi dell’educazione attiva contesti di educazione che siano prima di tutto luogo di accoglienza e cura, ambienti di crescita individuale e comunitaria, che aiutino a socializzare, a imparare, a discutere di temi di cui spesso rifugiati, richiedenti asilo e migranti sono loro malgrado protagonisti e testimoni.

L’anno prima del mio arrivo, in questa scuola è nato ed è stato girato il documentario “Come un uomo sulla terra“ (2008). Non è l’unica produzione sostenuta da Asinitas, che ha supportato molti altri lavori realizzati anche grazie ai laboratori di formazione e alla collaborazione di alcuni degli studenti della scuola stessa, e resi con la sensibilità e la delicatezza che li contraddistingue anche quando gli argomenti tagliano come vetri infranti. Da C.A.R.A. Italia a Una scuola italiana, da Le parole che scrivo a Il viaggio inciso, la lista è lunga. Educazione, racconti, lavoro, sostegno psicologico e sociale: quattro aree di intervento che abbracciano la persona nei suoi bisogni fondamentali in un percorso che accompagna all’autonomia, orienta, invita all’espressione a tutto tondo della propria personalità. Uno sprofondare nelle radici ma anche nel territorio, che vede insegnanti, volontari e studenti partecipare a manifestazioni, comitati e attività, e impegnarsi nella diffusione di inchieste radiofoniche, giornalistiche e video fotografiche, nell’allestimento di spettacoli teatrali e musicali e di mostre. Azioni necessarie, se vogliamo promuovere una cultura della convivenza assieme allo sviluppo di un senso di consapevole critica. Perché li chiamiamo “nuovi italiani”, ma assieme alle battaglie sulla cittadinanza non possiamo dimenticare la principale sfida da cui (re)iniziare: una vita nuova che fiorisca su un passato che, se non è possibile dimenticare, possa almeno non far inciampare in questo continuo sforzo di incamminarsi al futuro.

Anna Molinari

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