La rotta del Corno sotto processo: da Khartoum al Migration Compact

Stampa

Foto: Nigrizia.it

È un corno, una protuberanza significativa, un angolo della morte quello che geologicamente corrisponde al triangolo fertilissimo occupato oggi da Somalia, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Kenya (e anche Sudan). La terra è ricca e fertile, ma a vantaggio di un’umanità situata altrove.

È il Corno d’Africa ad aver dato nel corso del 2015 i numeri più alti al processo migratorio. Dal Corno sono arrivati nello Yemen, attraversando il golfo di Aden, 92.466 persone nonostante il sanguinoso conflitto in corso dall’inizio dell’anno: 90% dall’Etiopia e il restante dalla Somalia. Secondo l’OIM, il movimento è stato consistente anche nella direzione opposta: 72.308 persone sono arrivate, rigettate dallo Yemen, in Gibuti, Etiopia, Somalia e Sudan. Il risultato è un flusso di circa 164.000 persone che nel golfo di Aden ha generato un ampio mercato a tal punto che molti commercianti hanno convertito la loro attività mercantile in un’attività di trasporto passeggeri, ma di contrabbando, diventando complici di una rete globale che traffica esseri umani.

Sempre nel 2015, dallo stesso Corno sono arrivate anche in Europa 66.000 persone su un totale di 1.011.712 giunto via mare: l’80% è sbarcato in Grecia, il 20% in Italia, di cui la maggior parte dall’Eritrea, seguita dall’Etiopia e dal Sudan. Le percentuali erano invertite nell’anno precedente. A questi è doveroso aggiungere i 3.772 partiti dal Corno, dall’Africa subsahariana, dal Nord Africa o dal Medio Oriente che però non sono mai arrivati.

Nei primi cinque mesi del 2016, gli arrivi via mare in Europa (Italia, Grecia, Spagna) sono 187.631: la Grecia si conferma come primo paese europeo di arrivo, non l’Italia a differenza di quanto potremmo immaginare. Considerata l’entità degli spostamenti è evidente che non si tratta di semplici fughe, ma di viaggi organizzati, sapientemente orchestrati da potenti reti criminali che approfittano dei sogni dell’umanità più giovane per infilarli nell’imbuto di interessi economici meschini e privi di scrupoli.

Qualcosa bisognerà pur fare. Ecco allora che nel panorama internazionale appaiono i/le governanti vestiti/e da cooperanti animati da pensieri subdoli. L’ultima delle idee parte durante il semestre della presidenza italiana all’Unione Europea (1 luglio-31 dicembre 2014), sulla scia del processo di Rabat e degli Accordi di Cotonou; la filosofia di fondo mira a trasferire a sud, verso i paesi di origine e di transito, la responsabilità di difesa delle frontiere europee, già controllate da Frontex e dalla tecnica dei respingimenti. È l’ottobre del 2014 quando, attorno ad un tavolo, a Khartoum, in Sudan, si raduna – per volontà italiana – prima una conferenza regionale, poi una conferenza di ministri “competenti”, al fine di pensare una soluzione al traffico di esseri umani nel Corno. L’organizzazione è dell’Unione Africana in collaborazione con il Sudan, l’UNHCR e l’OIM. Per i paesi generatori di flussi partecipano, oltre al Sudan, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Kenya, Sud Sudan e Somalia; paesi di transito e di arrivo ci sono Italia (rappresentata dall’ex vice ministro per gli affari esteri e la cooperazione, oggi vice presidente senior dell’ENI), Libia, Malta, Tunisia, Arabia Saudita, Yemen, Svizzera e Norvegia; presente l’UE e tutti i suoi stati membri; le istituzioni economiche macroregionali, la Lega degli Stati arabi, l’Interpol, United Nation Office for Drugs and Crime (UNODC). Obiettivo dell’incontro: stabilire relazioni di cooperazione possibile tra gli stati della regione per affrontare e controllare il traffico di esseri umani nel e dal Corno e condividere strategie d’intervento comuni.

Ma cosa si saranno detti in quell’occasione considerato che dall’anno successivo all’avvio della EU-Horn of Africa Migration Route Initiative, conosciuta come “processo di Khartoum” i flussi si sono intensificati lungo la rotta del corno? Ci ripetiamo continuamente che qualcosa bisognerà pur fare. Anche Stefano Allievi e Giampiero della Zuanna, nel loro ultimo libro Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione (Laterza, 2016), ad esempio, propongono di “finanziare una seria campagna di cooperazione allo sviluppo e pacificazione politico-diplomatica dei paesi da cui i profughi provengono, anche per far passare dalle parole ai fatti lo slogan, troppo spesso abusato, dell’‘aiutiamoli a casa loro’, che pure un senso ce l’ha” (p. 92-93). Più cooperazione è quello che è stato ribadito anche a Khartoum e poi a Roma: capacity building, assistenza tecnica, scambio di buone pratiche. Di questo non si parla e non si fa già da decenni esperienza? Chi non sarebbe d’accordo nel dire che è essenziale un’attenzione alle cause della migrazione nel Corno, ma non solo, e una maggiore preparazione e risorse dei paesi della regione per la realizzare di centri di transito per i migranti e non di prigioni o luoghi di tortura? La domanda è volutamente maliziosa perché queste proposte sono rivolte a quei governi, tutti partecipanti al processo di Khartoum, le cui politiche e pratiche li rendono responsabili diretti e generatori di quei fattori che producono le migrazioni e i rifugiati. Le iniziative, come quella in questione, non sono altro che grandi inutili macchine della tecnocrazia globale, sovrastrutture dai costi elevatissimi – nessun capo di governo si sposterebbe mai for free – che più che agevolare i processi migratori, li ostacolano, li fossilizzano creando ulteriori ostacoli, senza aver minimamente provato a rimuovere quelli che questo movimento di umanità lo hanno spinto con forza addosso ai fili spinati.

L’UE fa vedere che negozia con le dittature del Corno d’Africa condizioni di rientro dei “rifugiati respinti”, la cui domanda d’asilo non viene accolta nei paesi d’arrivo, chiedendo garanzie sul fronte dei diritti umani a paesi come l’Eritrea: abolizione della tortura o del carcere a tempo indeterminato. E dall’altro promette incentivi economici come approccio preventivo alla migrazione. Da leggere il programma della cooperazione Eritrea-UE 2014-2020, che non è certo il primo. Chi controllerebbe che a fronte di un incentivo, leggasi investimento europeo in Eritrea (i settori sono in primis quello minerario, ma anche quello del cemento, delle estrazioni di greggio offshore, dell’agricoltura, dell’energia, della pesca e del turismo), il governo di Afewerki assicuri effettivamente accoglienza e protezione agli eritrei rimpatriati dall’UE?

Tutto ciò prende il nome di Migration Compact, un “contributo di pensiero” che ha una paternità italiana; di nuovo però c’è solo il marchio, ma la proposta rispolvera vecchie strategie: una cooperazione internazionale fatta da un lato per bloccare le partenze (progetti di investimento, titoli finanziari, lotta ai trafficanti, compensazioni di varia natura), evitare lo sballottamento di profughi da un paese europeo all’altro, “riammettere” gli espulsi nei paesi di origine; dall’altro offrire un’alternativa credibile agli arrivi illegali, aprendo a nuovi ingressi legali per motivi di lavoro, cioè integrare in un mercato del lavoro vulnerabile quei pochi migranti altamente qualificati generando illusioni di futuro prive di senso.

Niente di nuovo sotto il cielo perché la proposta del governo italiano all’UE ricalca in parte gli accordi Italia-Libia del 2009 fatti sulla base del principio della conditionnalité migratoire proposto da Sarkozy nel 2008. Si promettevano (e si trasferivano) tanti soldi e tante armi ai paesi di transito per contrastare le partenze senza nessuna previsione di controllo sul rispetto dei diritti umani. Non è un’altra storia, è sempre la stessa. Ma a che gioco stiamo giocando? Forse i partecipanti alle varie iniziative non si rendono conto che i “flussi migratori” sono fatti di persone? Anche quella di Khartoum, come pure quella di Matteo Renzi, sono iniziative destinate a creare ulteriori pushing factor della migrazione, più che misure di contenimento come dichiarano invece di essere.

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana; ricercatrice e formatrice presso Fondazione Fontana onlus dove si occupa di progetti di educazione alla cittadinanza globale e di cooperazione internazionale; è docente a contratto di geografia politica ed economica; ha insegnato geografia culturale, geografia sociale e didattica della geografia. Collabora con l’Università degli Studi di Padova nell'ambito di progetti di educazione al paesaggio e di formazione degli insegnanti. Ha coordinato lo sviluppo e l'implementazione dell'Atlante on-line in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione, del'Università e della Ricerca. Dal 2014 fa parte del gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca e di interesse vi sono le migrazioni, la cittadinanza globale, i progetti di sviluppo nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali, Niger e Kenya. E' membro dell'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e presidente della sezione veneta

Ultime notizie

L’inquinamento dell’acqua si misura a mercurio (ma senza termometro)

20 Maggio 2019
Oltre 280.000 mila firme raccolte per proteggere l’acqua in Argentina. (Anna Molinari)

Maestri cestai: dietro le sbarre l’arte di lavorare gli intrecci

19 Maggio 2019
Antonella Mannarino e Caterina Mirarchi da 7 anni curano un laboratorio nel carcere di Catanzaro dove si recupera un lavoro artigianale. (Giovanna Maria Fagnan)

Sandokan e i migranti della Malesia

18 Maggio 2019
L'immigrazione pone sfide che tanti Paesi si trovano a dover affrontare; in Europa siamo molto concentrati a guardare il nostro ombelico, ma cosa succede altrove? (Novella Benedetti)

In Messico è altolà ai narcos

17 Maggio 2019
Il neo presidente del Messico lavora per una riduzione della violenza dei narcotrafficanti. (Miriam Rossi)

Le nostre “eco-colpe” non sono compensabili!

16 Maggio 2019
Termini come “eco-friendly” o “green” incoraggiano l’idea che esistano oggetti e comportamenti “buoni” per l’ambiente. Ma non è sempre così… (Alessandro Graziadei)