Lo Yemen nel caos

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Da gennaio, quando i ribelli del movimento Houthi hanno attaccato il palazzo di governo e hanno sciolto il Parlamento, nello Yemen regna il caos. Durante le ultime settimane la situazione è precipitata: i ribelli, storicamente collegati al Al Qaeda, hanno preso il controllo delle principali città del Paese. All’origine del conflitto ci sono storiche divisioni confessionali, rivendicazioni indipendentiste e attentati compiuti da gruppi considerati dagli Stati Uniti tra i più sanguinari e pericolosi al mondo.

Il 15 febbraio il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità una risoluzione in cui si esortano i ribelli Houti a cedere immediatamente il potere conquistato in maniera “illegittima”. I ribelli Houthi sono sciiti originariamente provenienti dalla regione settentrionale di Saada. Rappresentano un terzo della popolazione e sono stati al potere nello Yemen del Nord fino al 1962. Hanno preso il nome dal leader Hussein Badr al-Din al-Houthi, che guidò la prima rivolta del 2004, quando il gruppo da lui formato cercò di prendere il controllo della provincia di Saada per proteggere le tradizioni religiose e culturali minacciate dai sunniti islamisti. In quella circostanza Houti fu ucciso e da allora la sua famiglia ha continuato la lotta. Nel 2014 i ribelli si sono infine impadroniti della capitale Sanaa e nelle settimane successive avrebbero abbandonato Al Qaida giurando fedeltà all’Isis: “Abbiamo deciso di rompere l’alleanza con lo sceicco, guerriero santo e autorità Al Zawahiri (…) Diamo la nostra lealtà al califfo Ibrahim bin Awad Al Baghdadi, lo ascoltiamo e obbediamo… Annunciamo la formazione di brigate specializzate a combattere a San’a e Dhamar”. Nella risoluzione delle Nazioni Unite, tuttavia, si sottolineano e stigmatizzano ancora i legami del gruppo con Al Quaida, senza fare esplicita menzione dell’Isis.

In effetti, le strategie, i finanziamenti e le alleanze di questi gruppi fanno parte di una situazione molto complessa e piuttosto fluida. Secondo Loretta Tornabuoni quella nello Yemen sarebbe l’ennesima guerra per procura moderna, dove stati stranieri – in particolare l’Iran da una parte e l’Arabia Saudita dall’altra – partecipano attivamente al conflitto civile finanziando gruppi armati di fazioni diverse per favorire il controllo del territorio. Nel caso specifico dello Yemen, in molti sospettano che il Paese sia ora nella sfera di influenza dell'Iran ed è visto come un nuovo membro dell '"asse della resistenza ", che comprende la Siria , Hezbollah libanesi e miliziani sciiti iracheni . Questo asse è un'alleanza guidata dall’Iran e che comprende attori statali e non statali accumunati dall’ideologia anti-occidentale ed anti-israeliana. Ci sono tante dichiarazioni ufficiali che confermerebbero il coinvolgimento diretto dell’Iran nel finanziamento e addestramento delle forze che hanno rovesciato il governo in Yemen. L'ex presidente del Majles, il Parlamento dell'Iran, ha dichiarato: "Assistiamo oggi che la nostra rivoluzione viene esportata in Yemen, Siria, Libano e Iraq." Il consigliere di politica estera di Khamenei ha spiegato che l'influenza iraniana si estende ora " dallo Yemen in Libano." Infine, il rappresentante della Guida Suprema del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica ha detto che " i confini della Repubblica Islamica ... sono ora trasferiti ai punti più lontani del Medio Oriente. Oggi , la profondità strategica dell'Iran si estende verso le coste mediterranee e Bab al- Mandab Stretto [ a sud ovest dello Yemen]”. Dall’altra parte, tra i Paesi che avrebbero cercato di fermare la resistenza degli Houti ci sarebbe soprattutto l’Arabia Saudita, preoccupata dal ruolo egemone dell’Iran nella regione e dall’aggressiva politica estera dell’eterogeneo asse costruito da Teheran.

Le Nazioni Unite hanno rivolto un appello alle nazioni occidentali ad agire al più presto. "Non possiamo restare in disparte e guardare" ha dichiarato il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon al Consiglio di sicurezza dell'Onu, poco dopo la dichiarazione lapidaria dell’inviato delle Nazioni Unite nel Paese Jamal Benomar, che aveva avvertito che il Paese è sull’orlo della guerra civile e aveva a sua volta lanciato un appello ai leader intenzionali per cercare un’uscita al malessere politico ed economico. Ma i Paesi occidentali, più che stare a guardare, stanno pensando ad evacuare il Paese. Così com’era accaduto nel 1979 durante la Rivoluzione islamica in Iran, lo staff delle ambasciate di Stati Uniti, Italia, Regno Unito e Francia ha abbandonato lo Yemen per motivi di sicurezza e, come allora, prima di abbandonare il Paese i funzionari civili hanno distrutto a colpi di mazza documenti, computer e telefoni, mentre i militari hanno fatto altrettanto con le armi che non potevano portare via con sé e con gran parte dei veicoli. Il precipitare degli eventi e la chiusura della sede diplomatica americana rischia di compromettere seriamente le operazioni anti terrorismo della Cia in un Paese che, fino a poco tempo fa, era considerato dall’amministrazione Obama una storia di successo nella lotta al terrorismo.

Negli ultimi mesi lo Yemen ha raccontato una storia diversa. I conflitti settari hanno creato un’enorme instabilità in un Paese dove circa 10 milioni di persone non hanno di che mangiare, dove manca una leadership nazionale e non esistono infrastrutture. Lo Yemen si sta trasformando nel l'Afghanistan della penisola arabica: uno stato fallito nel cuore del sistema delle monarchie. Il nuovo Medio Oriente è un territorio dove le frontiere geopolitiche contano sempre meno, mentre i vecchi raìs sono sostituiti da milizie territoriali sostenute da complesse alleanze che comprendono attori statali e para-statali accumunati da una comune ideologia. Un caos geopolitico le cui conseguenze si faranno sentire molto al di là della regione direttamente interessata dagli scontri degli ultimi mesi.

Lorenzo Piccoli

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