La grande minaccia

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Siamo in presenza di ciò che molti hanno definito apocalisse ambientale e distruzione della biodiversità. In Italia, soprattutto, l’urgenza di tale questione sembra essere sottovalutata (si guardi all’insignificanza del partito dei Verdi che in altri Paesi europei è piuttosto presente). Una tale sottovalutazione ha molteplici ragioni.

Certamente affrontare questa grande minaccia richiede un cambiamento radicale della politica come anche dei nostri modelli di vita, delle nostre abitudini e dello stesso modo di pensare noi con la natura e noi con gli altri. Ed è forse in questi atteggiamenti che si annidano gli ostacoli più grandi al cambiamento improcrastinabile che ci attende. Recentemente Greta Thunberg – la giovane che nel 2019 ha mobilitato le masse sul tema della lotta ai cambiamenti climatici come mai era successo prima – ha scelto di non frequentare la scuola per dedicarsi alla campagna per il clima, replicando alle critiche degli adulti che l’accusavano di incitare i ragazzi a disertare la scuola: «perché ritenete così importante mandarci a scuola se poi non applicate le cose che insegnate?».

Altrettanto radicale (e altrettanto sottovalutato) è stato l’appello di Papa Francesco che, nell’Enciclica Laudato si’, ha esplicitamente collegato la minaccia ambientale ai mali che affliggono l’intera umanità, come il problema dei migranti, il razzismo, le disuguaglianze, il rapporto tra essere umano ed ambiente. Ma, almeno per ora, i governi sembrano sordi o incapaci di prendere provvedimenti adeguati. Molti ancora pensano che la crisi ecologica possa essere aggirata, o addirittura risolta, tramite la tecnologia. La tecnologia, sostengono, può risolvere qualsiasi problema; lo ha sempre fatto e, dunque, non c’è da preoccuparsi. Prima o poi si troverà il Rimedio. Costoro non conoscono bene, o fingono di ignorare, la storia dell’evoluzione di questo pianeta. 

Nel corso di milioni di anni intere specie si sono estinte a causa della loro insostenibilità, ovvero, per citare Darwin, erano diventate semplicemente non adatte. La diversità – biodiversità – dei viventi è la condizione necessaria per la loro sopravvivenza e il loro sviluppo. L’elemento più critico dello sviluppo capitalistico, al di là delle intollerabili disuguaglianze che esso comporta e dei limiti che l’ecosistema terrestre pone, risiede proprio nella distruzione delle diversità, per la sistematica tendenza del capitalismo a unificare ogni aspetto del reale sotto la categoria della merce e sotto la misura del profitto[1].

Del resto, è noto e dimostrabile come l’accelerazione del quantitativo di anidride carbonica immessa nell’atmosfera è direttamente correlata alla crescita economica. Da quando Prometeo ci ha fatto dono del Progresso, noi, specie vivente tra le specie viventi, pensiamo di essere in grado di affrontare qualsiasi problema; ma dovremmo sempre ricordare quanto Esiodo racconta del prometeico furto del fuoco: A lui Zeus che aduna le nuvole disse adirato: «O figlio di Iapeto, tu che fra tutti nutri i consigli più accorti, tu godi del fuoco rubato e di avermi ingannato, ma a te un gran male verrà, e anche agli uomini futuri».[MOU1] [ES2] [ES3] [2]

A quest’ottuso ottimismo degli scienziati – sarebbe più giusto chiamarli scientisti – convinti di possedere tutti gli strumenti per realizzare senza imprevisti uno scenario fantascientifico su misura, dove scompare qualsiasi fastidioso problema prodotto dallo sconsiderato modello di sviluppo, Gregory Bateson, usando il linguaggio della metafora, contrappone tre ammonimenti ancor oggi validi: innanzitutto, c’è un’ecologia delle cose, un’ecologia della progettazione, un’ecologia delle relazioni e un’ecologia delle idee. Prendendo a prestito la frase di San Paolo ai Galati, Bateson affermava che il dio ecologico non può essere beffato, vale a dire che nelle leggi della natura non ci sono scorciatoie per raggiungere fini ecologici: la strada da prendere è stretta e difficile, ma è anche l’unica possibile (e necessaria).

Il secondo ammonimento ci ricorda che «la creatura che la spunta contro l’ambiente distrugge se stessa». Anche questa affermazione è dotata di una grande saggezza. Il nucleo fondante e ideologico/mitologico degli studi universitari è proprio quello della sfida contro il limite: superare il limite, andare oltre il limite. La frase di Bateson ci riporta invece a una condizione di armonia e coevoluzione con l’ambiente.

Il terzo ammonimento riguarda i rapporti tra mezzi e fini. Bateson sostiene che «se un fine è ecologico, allora anche i mezzi necessari per raggiungere quel fine devono essere ecologici». Questo terzo ammonimento dovrebbe essere rivolto ai nostri amministratori e governanti ma anche a noi stessi, come ci invita a fare Greta Thunberg. Alla base del nostro modo di pensare e di agire ci sono spesso presupposti «sbagliati», ovvero paradigmi e idee non ecologici che conducono verso esiti catastrofici.

Poiché questo libro è destinato alla formazione, mi permetto infine, a costo di essere inopportunamente citazionistico, di ricordare una quarta considerazione di Bateson: «viviamo in una casa di vetro e in una casa di vetro bisogna stare attenti a non tirare sassi»[3]Ma l’indifferenza ai cambiamenti climatici non è solo dei negazionisti, dei politici cinici o indaffarati in ben altre cose, o degli scienziati ben pagati dai grandi gruppi che controllano le produzioni. È anche il prodotto di una cultura diffusa basata sul falso presupposto che l’uomo potrà sempre superare ogni problema.

Anche se oggi stesso – ipotesi del tutto irrealistica – le multinazionali che controllano la produzione, i grandi istituti finanziari e bancari, i gruppi di potere, i governi e i politici decidessero di cambiare rotta per tentare di ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici e il degrado del Pianeta, ne seguirebbe una crisi economica di enormi dimensioni che coinvolgerebbe l’intero Pianeta. E ci vorrebbero decine e decine di anni perché un’umanità ridimensionata e più allineata con la natura riuscisse poi a trovare nuovi equilibri economici, sociali, politici. Questo cambiamento (ammesso che si voglia veramente fare prima che l’apocalisse ambientale lo renda inutile) non può essere messo in moto da quegli stessi gruppi che per avidità e interessi ci hanno portato su questa strada.

Restano i giovani e la scuola: sarà interessante vedere come Greta Thunberg e i movimenti di Fridays for Future e di Extinction Rebellionriusciranno – se riusciranno – a smuovere nei prossimi anni l’opinione pubblica e le grandi masse. La scuola, poi, dovrebbe indirizzare gli studenti, fin dai primi anni, verso una saggezza sistemica invece di andare verso la direzione opposta di coltivare gli specialismi, asservita al mercato, alla tecnologia e ai meccanismi dell’economia.

Enzo Scandurra da Comune-info.net

[1] Gianni Giannoli, Scienza. Il supermarket di Prometeo, recensione al libro di Marcello Cini, «il manifesto», 6 dicembre 2006.

[2] Esiodo, Le opere e i giorni, in Marcello Cini, Il supermarket di Prometeo, Codice, Torino, 2006, Prologo, p. IX

[3] Gregory Bateson (1904-1980) è un antropologo, epistemologo, cibernetico, psichiatra americano che ha prodotto studi pionieristici sul tema dell’ecologia della mente. Per i suoi lavori si rimanda alla bibliografia di riferimento in fondo a questo capitolo.

 [MOU1]Si riesce a inserire un riferimento bibliografico?

 [ES2]

 [ES3]La frase è di Esiodo e non di Ovidio

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