L’arte di invitare. Autenticità e accettazione

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Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo del prof. Milan sul tema dell’ospitalità. Per leggere il primo cliccare qui.

Il viaggio dell’ospitalità prevede l’arte di invitare l’altro. Un invito autentico presuppone, come già visto, il possesso di una casa abitabile, degna di accogliere un ospite. Suppone pertanto il possesso di qualcosa da offrire, da condividere. Nello stesso tempo, implica un desiderio: si invita chiedendo, riconoscendo perciò l’importanza dell’ospite, del Tu (il Tu, dice Buber, “non è mai qualcosa”) e manifestandoci poveri e bisognosi di fronte a lui.

La consapevolezza della propria povertà, che equivale a umiltà, è condizione di partenza per stabilire un incontro autentico, il quale non si regge sulla prepotenza dei mezzi o dei contenuti, ma proprio sulla povertà di chi sa condividere.

L’umiltà del viaggiatore in ricerca, più che il patrimonio di un ricco possidente che apra i suoi scrigni e porga le sue ricchezze, è condizione del vero incontro. Ospitalità – ecco un’apparente contraddizione con quanto poco fa affermato - non è tanto elargire la propria casa; è, piuttosto, condividere le proprie povertà e farle diventare tetto comune. Jacques Derrida, come sempre incisivo, propone al riguardo una domanda e una risposta: “Per offrire ospitalità bisogna partire dalla sicura esistenza di una dimora, oppure soltanto partendo dalla mancanza di legami del senzatetto, del senza casa può aprirsi l’autenticità dell’ospitalità? Forse solo chi sopporta l’esperienza della mancanza di casa può offrire ospitalità”.

È chiaro che tutto questo presuppone l’accettazione incondizionata dell’ospite, il Tu che si presenta. “Accettare”, dal latino “accipere” significa “prendere con sé”, “farsi carico di”, “contenere”, “abbracciare”; l’etimologia lo accosta a “concepire”, che significa “dar vita a” (es.: concepire un’opera d’arte), ma anche “capire”, “comprendere”. Nell’atto di accettare, insomma, si apre lo spazio per il comprendere e per il concepire-generare.

Il verbo latino “acceptare”, cui pure si può far risalire il nostro “accettare”, è frequentativo di “accipere” e significa accogliere sempre, continuativamente, regolarmente, in ogni caso: quindi, accettare incondizionatamente, accettare ciascuno e tutti, senza operare preventive stigmatizzazioni, selezioni, emarginazioni in base a simpatie, classi sociali, età, sesso, cultura, etnia, colore della pelle, religione.

Educare è indubbiamente invitare e ospitare: compito degli educatori è quello di essere essi stessi, in primo luogo, invito-ospitalità, attraverso una comunicazione accettante e l’allestimento di un contesto ospitante, capace di valorizzare le risorse di ciascuno.

L’arte di andare a trovare. Empatia e rispetto

Possiamo dire che, quasi paradossalmente, presupposto dell’”arte di invitare” è l’arte di “andare a trovare l’altro”, di “decentrarci” verso di lui. In caso contrario si stabilisce un rapporto unidirezionale, in cui qualcuno accoglie e qualcuno è accolto, senza possibilità di invertire i ruoli nonché di sperimentare una autentica relazione di reciprocità.

L’itinerario che conduce all’altro, che conduce “a casa sua”, è l’empatia: la capacità di mettersi nei suoi panni (pensieri, bisogni, desideri, mentalità, esperienze, storia, etc.) pur restando se stessi, mantenendo perciò la necessaria distanza interpersonale, perché l’Io-Tu non è fusione né identificazione: è, come sostiene Buber, guardarci e parlarci da sponde opposte, sapendo tuttavia passare all’altra sponda, metterci dall’altra parte. Con una “fantasia reale” – così la chiama Buber – che mi permette di comprendere, di giustificare, di entrare in rapporto autentico, con un’attitudine immaginativa ad oltrepassare la superficialità dell’apparenza, per sondare anche le misteriose profondità dell’altro, ma – nel contempo - con la chiarissima consapevolezza della “reale” alterità del tu che mi sta di fronte.

È evidente infatti il rischio di una concezione riduttiva o sbagliata dell’empatia. Succede quando l’ “andare a trovare” è del tutto fittizio, quando cioè il “pensare l’altro” avviene sempre a partire dal primato dell’io: io penso, io comprendo, io empatizzo..., sempre a partire da me stesso. Come denunciano, tra gli altri, Emmanuel Levinas e Paul Ricoeur, è impossibile comprendere autenticamente l’altro se non si esce dalla sovranità dell’Io.

Scrive Levinas: “Questo essere si manifesta non a partire da me, bensì a partire da se stesso, si impone come ‘presenza’ che si dà in un ‘volto’: il volto è l’identità stessa di un essere che mi si presenta a partire da sé, senza concetto”.

È soltanto nella relazione Io-Tu, dove – come afferma Buber – ci si sta di fronte, su sponde opposte, che è possibile riconoscere l’irriducibilità del tu all’io, la sua trascendenza, il mistero che sempre lo avvolge e che contrasta qualsiasi presunzione di conoscenza esaustiva e definitiva.

L’empatia autentica, in questa prospettiva, va unita imprescindibilmente al rispetto (la consapevolezza che l’altro abita sempre altrove, che il suo indirizzo – non soltanto anagrafico – è realmente altro dal mio).

“Nel rispetto un volere pone il suo limite ponendo un altro volere”, sostiene Ricoeur. “Con il rispetto l’io si limita e l’altro è posto come valore assoluto, come esistenza e come radicalmente diverso dalle cose, ossia come fine”.

Il rispetto aiuta a mantenere “l’alterità degli esseri che la fusione affettiva tende ad annullare” e – ponendo l’empatia in concreto rapporto con l’alterità – dà spazio alla positiva possibilità del “conflitto, non eliminabile dall’esperienza dell’altro e tuttavia non definitivo”. Proprio l’empatia autentica, questo metterci dall’altra parte sapendoci guardare da una prospettiva diversa (da una meta-prospettiva), può consentirci di approdare ad una nuova e arricchita identità, ad una meta- identità: il vedere “l’altro che io sono per l’altro”, “il Tu che Io sono per il Tu”, può rendermi disponibile, in fondo, a scoprire l’ospite che sono per me stesso, a comprendermi in modo nuovo e a farmi cambiare (“Io mi costruisco nel Tu”, Buber). Questo è un altro corollario della legge dell’ospitalità, ed è quasi emozionante renderci conto che riusciamo ad abitarci, ad essere cittadini di noi stessi, proprio perché – facendoci ospitare dall’ospite – andiamo ad abitare da lui.

È quanto, in altri termini, propone Paulo Freire quando sottolinea l’importanza che la relazione educativa ci aiuti a metterci al posto dell’altro. Soltanto così si rompe la rigidità dei rapporti di potere e si entra nella feconda dinamica della reciprocità. Scrive il pedagogista brasiliano: “Non più educatore dell’educando, non più educando dell’educatore, ma educatore-educando con educando-educatore. In tal modo l’educatore non è solo colui che educa, ma colui che, mentre educa, è educato nel dialogo con l’educando, il quale a sua volta, mentre è educato, anche educa”.

Ci troviamo così all’interno della preziosissima dimensione della “reciprocità”, di quell’amore reciproco che sempre è fecondo, ricco di doni, e che per i cristiani include in una dimensione sacra, icona della Trinità, altissima e profondissima. Nella strada di Emmaus, dove insieme ci si parla, si comunicano le nostre storie e anche le nostre inquietudini, possiamo scoprire con stupore di essere accompagnati da un ospite inatteso, soltanto apparentemente straniero. La realtà pedagogica dell’ “accompagnare” (etimologicamente, il pedagogo è “colui che accompagna il bambino”) si autentica concretamente nel dinamico andirivieni della reciprocità (recus-procus = avanti-indietro), in quella sorprendente circolarità di risorse, di narrazioni, di emozioni, che include nello spazio sempre sconfinato e suggestivo della “comprensione”.

Giuseppe Milan

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