L’America Latina è in rivolta, contro se stessa

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A cavallo della stagione primaverile dell’emisfero australe, è letteralmente esplosa la primavera latinoamericana nel continente americano, in questo finale di 2019 diviso come poche volte nella sua storia. Le rivolte sono scoppiate a catena in vari paesi, Ecuador, Bolivia, Colombia, Perù, Haiti per giungere fino in Cile, dove le forti proteste non hanno ancora conosciuto una tregua. Nel paese guidato da Sebastiàn Piñera, infatti, il blasonato sviluppo economico degli ultimi anni è andato a pari passo con una preoccupante crescita delle disuguaglianze socio-economiche. L’aumento del prezzo del trasporto urbano di Santiago è stato la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, dopo anni di bocconi amari per le classi più popolari. Ora, dopo giornate di storiche manifestazioni, 2 milioni di persone stanno chiedendo una nuova costituzione e gli Inti Illimani sono tornati a riempire le piazze con la loro musica, esattamente 46 anni dopo il loro esilio.

Ricorrendo la linea che collega i maggiori stati sudamericani, si percepisce un clima politico da guerra ideologica, con accuse di complotto internazionale da entrambi i lati. La spaccatura politico-sociale che affonda il continente è decisa, massiccia, acuita dagli eventi tumultuosi delle ultime settimane. Da una parte vediamo i governi conservatori, saldi e legittimati al potere in un’asse che va dalla Colombia fino al Cile, dall’altra i movimenti di protesta nazionali, senza un colore politico prestabilito, seppur a maggioranza progressista, che hanno preso possesso di piazze, strade e reti sociali e non intendono placare la lotta per i diritti di tutto il popolo.

La frattura è profonda, e non da segni di cedimento per le continue frecciate che si scambiano i vari leader. Nonostante in alcuni paesi si siano sospese le proteste, ormai si osserva un vero e proprio dissesto politico, avvelenato da ideologie vuote e senza significato, senza contenuti, e alimentato da giornali in cui prevale una narrazione polarizzata, dichiarazioni aggressive, fame di complotti, che altro non fanno che aggravare le tensioni. Durante il paro in Ecuador, Lenin Moreno sostenne che dentro le file di chi protestava vi erano infiltrazioni di gruppi armati, e che gli indigeni che capeggiavano le manifestazioni contro le misure dell’FMI erano in realtà totalmente strumentalizzati da Rafael Correa. Lo stesso Moreno lasciò inteso che il piano dello sciopero fue disegnato durante una visita dell’ex presidente nella Caracas di Nicolàs Maduro, qualche settimana prima. L’incendio provocato all’edificio della Procura Generale di Quito da un gruppo di incappucciati è citata dai media ufficiali come prova della cospirazione. Per tornare al Cile, quando l'epidemia sociale si è trasferita a Santiago, poche settimane dopo, il presidente Sebastiàn Piñera ha usato lo stesso argomento per denunciare che dei sovversivi stranieri stavano attuando una "guerra implacabile" contro la democrazia cilena.

In Bolivia, le accuse contro i rappresentanti del partito bolivariano di Evo Morales sono il pane quotidiano della narrazione giornalistica ufficiale. Quando migliaia di indigeni fedeli a Evo Morales hanno protestato contro quello che considerano un colpo di stato ai danni del loro Presidente, il governo ad interim succedutogli di Jeanine Añez ha denunciato ed espulso tutti i diplomatici venezuelani e cubani dal paese, nonché decine di medici, accusati di finanziare le manifestazioni. "Non possiamo rimanere indifferenti alle apparenti interferenze del Venezuela negli atti destabilizzanti che hanno colpito il nostro paese", ha dichiarato il nuovo ministro degli Esteri Karen Longaric. In più Añez si è rifiutata di aprire un’indagine formale sull’uccisione di vari campesinos sostenitori di Morales per mano della polizia antisommossa, durante gli scontri dello scorso novembre.

Così facendo si è legittimata la violenta repressione della polizia e militare, che ha causato 22 morti in Cile, 33 in Bolivia e 8 in Ecuador, denunciata come sproporzionata dai gruppi di difesa dei diritti umani e dalla stessa ACNUDH. In Cile, oltre 2.000 tra manifestanti e poliziotti sono rimasti feriti, con oltre 100 lesioni agli occhi a causa delle sparatorie di proiettili di gomma e pallini. In Ecuador, 1.340 manifestanti sono rimasti feriti, un "alto costo umano" secondo le Nazioni Unite. Quasi 20.000 persone sono state arrestate nelle proteste: circa 17.000 in Cile, 1.400 in Ecuador, 600 in Bolivia e 169 in Colombia, dove per fortuna non ci sono state vittime.

In Colombia, il governo di destra di Ivàn Duque ha riportato in voga la teoria secondo cui si cela una “mano nera” bolivariana dietro le proteste massive. La gigantesca scala che hanno raggiunto le ultime mobilitazioni ha costretto il Presidente a rivedere le sue affermazioni. In ogni caso 59 venezuelani sono stati espulsi dalla Colombia la scorsa settimana per presunto incitamento alle proteste. In Brasile, il governo estremista di Jair Bolsonaro ha avvertito che prenderà misure draconiane in caso di proteste violente. Eduardo Bolsonaro, il figlio, e il ministro dell'Economia, Paulo Guedes, hanno minacciato di ristabilire misure utilizzate dal regime dittatoriale nel 1968 per reprimere le proteste. E il fuoco continua ad aumentare.

A cornice delle uscite di siffatti primi ministri, come se fosse necessario il sostegno di Washington, Luis Almagro, il segretario generale dell'OAS, la cui denuncia di frode elettorale in Bolivia ha innescato le dimissioni forzate di Morales, si è messo a incolpare “le attuali correnti di destabilizzazione, la violenza e criminalità" in America Latina, "frutto della strategia delle dittature bolivariane e cubane"; in un ritorno a un linguaggio tipico da guerra fredda. E una buona parte della popolazione segue a ruota, totalmente convinti del fatto che le proteste siano state disegnate e manovrate preventivamente (nonostante in Ecuador, per esempio, il 68,5% degli Ecuadoregni intervistati dal quotidiano La Vanguardia appoggiasse le proteste).

Tuttavia, il buon senso di chi sa leggere i fatti in maniera obiettiva induce a pensare che gli attacchi allo Stato di Diritto di questi paesi non provengano dal Venezuela, da Cuba o da chissà quali ex Presidenti vendicativi, ma dagli stessi governi che li denunciano. Governi che, appena installati al potere, come prima misura scatenano vere e proprie cacce alle streghe col fine di perseguire perseguire con azioni legali tutti i collaboratori degli ex Presidenti, chi costretto al carcere e chi allontanato dal proprio paese. Governi che promuovono riforme che incrementano le disuguaglianze, trascurano lo Stato sociale e ignorano la drammaticità dell’ambiente. Il tutto sovrainteso dall’altra mano invisible, quella del fantasma degli Stati Uniti, perennemente preoccupato per una possibile deriva a sinistra dei popoli latini.

Ciò che realmente emerge dalla cronaca, è che in questa parte dell’Atlantico si è ancora lontani da quel sentimento di cooperazione, solidarietà e partecipazione che siamo riusciti, non senza difficoltà, a creare in Europa, dove alle parole e alle azioni distorsive si preferisce adottare il dialogo o un atteggiamento più disteso e democratico, che a volte riesce pure ad appianare le divergenze. Qui i mezzi d’informazione sono palesemente manipolati e ossessionati dalla mania di semplificare il dibattito nella contrapposizione destra e sinistra, conservatori e socialisti, come se il mondo fosse tutto bianco e nero, e la partecipazione politica una tifoseria. In tutto ciò, nel frattempo, dispiace, e non poco, che nella popolazione latinoamericana cresca la percezione d’insicurezza, d’instabilità, che, come sappiamo per esperienza diretta, apre la strada alla politica della paura, ed a governatori dalle soluzioni facili a problemi complessi.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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