Israele: Refusnik "obbedendo a Gaza non difendevamo la vita dei nostri cari"

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Militari israeliani nella Città vecchia a Gerusalemme - Foto: M. Perathoner

C’è chi ci rimane solo qualche giorno, chi un paio di mesi, chi fino a due anni. L’alternativa al servizio militare, in un Paese dove la durata della leva obbligatoria per i ragazzi è di tre anni, mentre per le ragazze di due, è la prigione. Non sempre, in realtà, in quanto sono molti i giovani che scelgono di recarsi all’estero per studiare finita la scuola dell’obbligo, e c’è chi si presenta con certificati medici falsi per evitare la coscrizione militare.

“Ci sono modi più semplici per evitare il servizio”, spiega in proposito Ofer Neiman, portavoce dell’associazione israeliana Yesh Gvul (ebraico per “c’è un limite”), un gruppo pacifista contrario all’occupazione che fornisce supporto morale ed economico alle persone che rifiutano di servire nelle IDF, le forze di difesa israeliane. “Chi ha soldi può studiare all’estero - dopo il compimento dei 24 anni si viene reclutati per un solo anno - oppure ci si può rivolgere a qualche psichiatra fingendo depressioni o cose di questo tipo. Diciamo che per arrivare al rifiuto vero e proprio le motivazioni devono essere forti, considerando le conseguenze.”

Processi e imprigionamento, appunto. Cosa spinge un giovane israeliano a manifestare il proprio dissenso nei confronti delle politiche di occupazione del proprio Stato, diventando un cosiddetto “refusnik”? La contrapposizione alle scelte politiche di Israele nei confronti dei palestinesi, innanzitutto, le aspirazioni pacifiste e la contrarietà alle azioni dell’esercito israeliano soprattutto nei territori della Westbank.

In molti casi si tratta di “selective refusal”, un concetto del tutto israeliano che indica il rifiuto selettivo dell’abuso di potere militare per fini considerati immorali o comunque contrari ai principi di non aggressione e perpetuata violenza nei confronti di popolazioni civili sanciti dal diritto internazionale. Un fenomeno, emerso in Medioriente soprattutto nel corso della guerra in Libano del 1982, che avrebbe raggiunto dimensioni talmente elevate da indurre i comandanti a rivalutazioni di natura strategica nel corso del conflitto.

“Non si può negare il ruolo del rifiuto collettivo e dell’impatto psicologico che ebbe su numerosi militari durante la prima fase dell’invasione in Libano”, spiega Ofer Neiman descrivendo la nascita di Yesh Gvul proprio in quegli anni. “All’inizio difendevamo il rifiuto specificatamente rivolto al servizio in determinate zone, oggi i rifiuti tendono ad essere generali: non si vuole far parte dell’esercito perché non si approvano le violazioni di diritti umani e molte scelte prese a livello politico nei confronti della popolazione palestinese”.

Nonostante i numerosi gruppi e associazioni di supporto che difendono e sostengono giovani che rifiutano il servizio militare (Refuser solidarity network, Seruv, Combatants for peace, Shiministim, New Profile), la scelta non è sempre facile. Da un lato ci sarebbe la pressione psicologica dei coetanei, come precisato da Neiman, dall’altro l’ostilità di buona parte della società israeliana. “Le reazioni sono di diverso tipo, ma in generale alla gente non piace sentire parlare di opposizione al servizio militare. Pensiamo ad esempio ai nazionalisti, che considerano il nostro un rifiuto di contribuire alla giusta causa israeliana di difesa della sicurezza nazionale”.

Sicurezza che, secondo quanto dichiarato da un altro gruppo di attivisti contrari alla leva obbligatoria in relazione alle politiche militari imposte dal Governo israeliano, non sarebbe il vero motivo degli interventi a Gaza e in Cisgiordania. I 628 membri di Seruv, ex-soldati e ufficiali dell’IDF, ritengono, infatti, che sia l’occupazione a rappresentare una minaccia alla sicurezza dello Stato. “Ci eravamo resi conto che rispettando gli ordini durante le missioni a Gaza non difendevamo la vita dei nostri cari”, dichiarano in proposito David Zonshein e Yaniv Itzkovits, fondatori del movimento, “e che le nostre azioni erano rivolte a un’espansione delle colonie tramite l’oppressione della popolazione palestinese. Il rifiuto di servire nei territori occupati è zionismo.”

Michela Perathoner
(Gerusalemme - inviata da Unimondo)

La collaborazione tra Unimondo e Michela Perathoner continuerà fino ad agosto.
Nel 2010 sono stati pubblicati i seguenti articoli:

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