Iraq: terra di civiltà, profezie e sedizioni

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L’avanzata del cosiddetto “Stato Islamico” del “califfo” Al Baghdadi e la conseguente rinascita della “coalizione dei volenterosi” che cerca di frenare il nuovo nemico assoluto con i bombardamenti, ha riportato l’attenzione sul martoriato Paese che si chiama Iraq. Se vogliamo capire qualcosa di questa intricatissima situazione dobbiamo dare uno sguardo alla storia: e la storia ci parla di una zona turbolente e mai pacificata. Terra di califfati, di rivolte, di sangue e di diversità.

L’Iraq, in arabo “Bilad Arrafidain” (terra dei due fiumi), copre all’incirca il territorio dell’antica Mesopotamia che ha visto nascere le civiltà più antiche nella storia dell’umanita. Fu ponte tra Oriente  e Occidente. Lungo il corridoio fertile formato dai due fiumi Tigri e Eufrate, l’Iraq ha conosciuto il passaggio e l’insediamento di varie etnie che hanno formato i primi villaggi e città della storia. L’area  in cui popolazioni sono state rilevate già a partire dal IX millennio a.C. divenne culla della civiltà umana - accadica, babilonese, assira, caldea, sasanide e altre – e terra di profeti – Noè, Abramo, Lot, Giona, .. – e di  profezie  rivelate nei vari libri sacri -. I popoli che si sono succeduti nell’area lungo la storia hanno abbracciato diverse religioni e credenze; come lo zoroastrismo, il manicheismo, il giudaismo, il cristianesimo, e infine l’islam. Nell’Iraq di oggi l’etnia maggioritaria è quella degli arabi (Sunniti e Sciiti), che include anche i discendenti arabizzati di varie antiche etnie autoctone, come assiri e caldei. L’etnia minoritaria è quella dei turkmeni , e anche i curdi insediati soprattutto nel nord e nord-est.

Questo mosaico di pluralità culturale, religiosa, linguistica e confessionale ha arricchito l’Iraq attraverso la storia,  è stato simbolo di convivenza e tolleranza, ma pure fonte di controversie che hanno fatto dell’Iraq uno dei Paese più difficili da governare. Soprattutto dopo la conquista arabo – islamica dell’Iraq, la nuova religione (l’islam) fu influenzata – in un modo o l’altro – dalle culture e le credenze già esistenti  facendo emergere varie scuole di pensiero  come gli Ashariti, i mutaziliti, i zaiditi..,  e diverse sette come i  Kharijiti, i sciiti, gli alaouiti, gli Ibaditi ... i seguaci delle quali  entrarono in continui conflitti.

Chi dice Iraq, dice instabilità, sedizioni, ribellioni e ingovernabilità, non solo nella storia recente, ma anche nei gloriosi tempi dell’Impero islamico, quando il califfato si estendeva dal Maghreb arabo ad ovest fino a parti della Cina ad est. Sfogliando nella storia del Paese “dei mille e una notte” e negli eventi che hanno caratterizzato i vari regimi succedutisi, ci accorgiamo delle difficoltà e le complicazioni incontrati dai governanti che non sono mai arrivati a controllarlo facilmente. Pochi sono quelli che sono riusciti a pacificare l’Iraq, ma  sempre per brevi periodi. La maggior parte di loro hanno avuto una fine tragica, tra omicidi e esecuzioni. Si tratta di una maledizione per chi sta al governo? O di una mentalità irachena difficile a governare?

Il califfo Ali Ibn Abou Talib - cugino del profeta Mohammad  - esprimendo la sua sofferenza nel contenere il popolo iracheno dicendo: “O popolo dell’Iraq ... O gente della discordia e dell’ipocrisia ... mi avete fatto esplodere il cuore -  fu uno dei noti leader politici assassinati in Iraq mentre guidava una prighiera in una delle moschee della città di Al Qufa. Le rivalità settarie non hanno risparmiato suo Figlio Al Hussein – su cui il Mahatma Gandhi disse “ho imparato da Al Hussein come vincere essendo oppresso” -  ucciso dopo un ribellione nella città di Karbalaa. Nell’era del califfato di Banu Umayyah (gli omayyadi, nel primo secolo dell’era islamica), l’Iraq fu l’epicentro di continui rivolte: il califfo Abdulmalik Ibn Marwan, che  lo chiamava il “vulcano Iraq” da dove provenivano solo brutte notizie, mandò Al Hajjaj Ibn Yousuf Al Taqafi - il famoso leader di cui il nome rimane molto legato all’Iraq - per sopprimere le sedizoni che non cessavano,  soprattutto quella di Al Khaouarij – gruppo sciita ribelle. I testi dei discorsi di Ibn Yousuf al popolo iracheno – ancora materia di studio nei corsi di lingua araba nelle scuole– dimostrano chiaramente l’ardua governabilità e il diifficile carattere di questo popolo, dopo ventidue anni di governo.

Sotto il califfato Abbaside (750 – 1258) che elesse Baghdad come sede, rendendola una delle più grandi metropoli dell’ Oriente, l’iraq conobbe i suoi giorni più splendidi ma anche una sequenza di  ribellioni; la rivolta degli Zanj - schiavi neri d’origine africana contro il potere degli Abbasidi – è stata una ribellione che ha durato quasi vent’anni,  seguita da una’altra rivolta, quella dei Carmati, un gruppo ismailita che proclamò, guarda caso, un  califfato alternativo.

l califfato abbaside cadde sotto i colpi dei Mongoli, avviando quel fenomeno di frammentazione politica (ma non culturale) non solo dell’Iraq, ma del mondo arabo-islamico che dipendeva politicamente dal califfato. Dall’inizio del XVI secolo l’Iraq fu conteso tra l’Impero persiano, retto dalla dinastia sciita dei Safavidi (azeri di lingua e cultura), e il sunnita Impero Ottomano, fin quando quest’ultimo lo incorporò definitivamente nel 1638 prima di cederlo, quasi tre secoli dopo,  a seguito dell’accordo Sykes-Picot. Troppo poche volte, ora che ricordiamo il centenario della Grande Guerra che ha cambiato il volto dell’Europa, pensiamo come essa abbia stravolto gli equilibri mediorientali: in quel periodo si gettarono le basi per un colonialismo dagli esiti disastrosi. Il disegno delle potenze occidentali, benchè durato sostanzialmente fino ad oggi, non ha fatto altro che aumentare i conflitti storici di quella zona, aggiungendo l’attenzione interessata di Europa e Stati Uniti alle immense risorse petrolifere.

Dopo la prima guerra mondiale nacque lo Stato iracheno moderno, e ancora tensioni e instabilità segnavano la situazione del Paese. La maledizione di chi sta al governo continuò a caratterizzare la scena politica concretizzandosi in una sequenza di eventi tragici: nel novembre 1929, il primo ministro iracheno Abdul-Muhsin al-Sadoun venne trovato morto nella sua stanza, ufficialmente si parlò di suicidio, però si adombra anche l’ipotesi di omicidio. Dieci anni dopo, il giovane re Ghazi Ibn Faysal fu vittima di un orchestrato incidente automobilistico. Nel luglio 1958, il primo ministro Nuri al-Said Basha venne ucciso, e il suo corpo trascinato nelle vie di Baghdad; poco dopo, il re Faisal II veniva assassinato assieme alla sua famiglia nel famoso palazzo “Rehab” di Baghdad dopo un colpo di stato realizzato da Abdulkarim Kassem che a sua volta veniva giustiziato nel 1963. Tre anni dopo, il primo Presidente della repubblica nella storia dell’Iraq, Abdessalam Aref, è vittima di una strage aerea a seguito della caduta del suo elecottero, probabilmente un complotto ai suoi danni. Nel 1968, dopo un golpe, il primo ministro Yahya Taher veniva catturato e incarcerato, e poi ucciso dopo torture e maltrattamenti. Nel 1982, il quarto Presidente della repubblica Ahmed Hassan al-Bakr è morto avvelenato, si parla di un certo Saddam Hussein che mandò a morte i membri più influenti e anziani del partito Al Baath sotto l’accusa di spionaggio. Saddam, che nel dicembre 2006, esattamente nel giorno di  “Aid Al Adha” - festa del sacrificio nel mondo islamico, veniva impiccato dopo l’invasione americana dell’Iraq. Nella sue ultime parole, pochi istanti prima di morire, Saddam disse: “Iracheni, restate uniti”. L’ex dittatore mise il dito proprio sul quello cha ha sempre mancato all’Iraq per secoli, proprio l’unità.

La situazione dell’Iraq odierno sembra una continuazione  del passato. Probabilmente peggio che in passato:  il Paese è senza governo reale, frammentato a causa dalle escalation di violenze, diviso in controversie implicite tra sciiti che monopolizzano il potere, sunniti ancora schiacciati e marginalizzati, kurdi che inneggiano alla  separazione, cristiani e altre minoranze perseguitate dagli integralisti che portano il Paese alla rovina. L’Iraq è ormai ostaggio degli interessi occidentali e dei sogni di espansione del vecchio impero persiano all’immagine del vicino sciita iraniano. Il conflitto in Siria rende la situazione ancora più difficile per il popolo iracheno, da secoli forse non in attesa di democrazia, ma almeno di pace.

Hicham Idar

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