In Sudan la democrazia è sempre più lontana?

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Foto: Nigrizia.it

4 giugno. Fine del Ramadan e fine del dialogo in Sudan. I militari al potere a Khartoum hanno attivato una feroce repressione dei manifestanti delle opposizioni che da giorni presidiavano la protesta in piazza chiedendo, dopo la rimozione del presidente Omar al-Bashir all’inizio dello scorso aprile, la transizione progressiva verso un sistema democratico sancito da elezioni libere nei prossimi tre anni. Invece dello sperato (e atteso) accordo tra il Consiglio militare provvisorio e le forze di opposizione della Dichiarazione per la libertà e il cambiamento nella direzione della strutturazione di una governance transitoria per il Sudan si è dunque verificata la rottura. Nel sangue. In un primo bilancio provvisorio si contavano 35 morti e 650 feriti ma nei giorni successivi è emerso ciò che si temeva: molti corpi sono stati gettati direttamente nel fiume Nilo che scorre nei pressi della zona dello scontro con un bilancio complessivo di 108 morti secondo l’associazione dei medici (61 secondo il governo). Un’azione condotta, secondo testimoni, da miliziani delle Rapid Support Forces (ovvero i cosiddetti “janjaweed”che commisero i più cruenti eccidi nel Darfur), sotto la direzione del Comando miliare al potere e col supporto di polizia e forze di sicurezza ufficialmente motivati da un’operazione di arresto di trafficanti di droga che operano in una zona vicina a quella della protesta. Arresti (in numero imprecisato), perquisizioni a tappeto, comunicazioni via internet interrotte: le notizie su quanto sta accadendo in Sudan stanno giungendo col contagocce e sono per di più soggette ad un alto rischio di manipolazione. Quello che appare ormai certo è che le elezioni saranno fissate tra 9 mesi, come ha dichiarato ufficialmente il capo della Giunta militare, il generale Abdel Fatah al-Burhan, cancellando però in questo modo gli accordi sinora raggiunti e facendo presagire il rischio di una restaurazione di un regime autoritario. 

Era facilmente prevedibile il pericolo di una involuzione per la transizione democratica del Paese dopo una concentrazione del potere nel presidente Bashir per oltre 30 anni e, soprattutto, dopo che la popolazione era stata coinvolta in massicce manifestazioni pubbliche anelanti democrazia e libertà dal dicembre 2018. Tuttavia la determinata presenza in piazza di sudanesi pacifici, desiderosi di trasformare il Sudan, ha illuso della sua effettiva possibilità. Il massacro di qualche giorno fa ha aperto gli occhi sulle situazioni di potere. Non si esclude una ulteriore escalation di violenza, tanto che l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha temporaneamente trasferito il proprio personale al di fuori del Paese pur non riuscendo ad adottare alcuna misura di intervento a causa dei veti posti in Consiglio di Sicurezza da Russia e Cina, la prima unita al Sudan da accordi militare che includono il trasferimento di armi, brevetti militari e l’addestramento del personale, la seconda invece risulta il principale importatore di petrolio sudanese. L’organizzazione multilaterale purtroppo non è riuscita neanche a emanare una risoluzione di condanna della repressione, salvo la richiesta dell’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani di una equa investigazione sui fatti accaduti. Una reazione è invece giunta dal Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana che ha sospeso il Sudan dall’organizzazione finché non sarà assicurata una transizione al governo dei civili al posto dei militari.

E di “sciopero generale ad oltranza” “disobbedienza civile totale” hanno parlato anche le opposizioni anti-generali in piazza, decise a ottenere un dietrofront dei militari e l’avvio di un serio processo di democratizzazione. La credibilità dei militari che hanno rimosso il presidente al-Bashir, promettendo di riportare libertà e democrazia nel Paese, è venuta meno e oggi gli stessi manifestanti rifiutano di sedere a un tavolo di dialogo. Intanto però la situazione ad alta tensione fa paura: nella capitale Khartoum le strade sono deserte, mercati e negozi chiusi, così come gli uffici e le banche, l’aeroporto ha funzionato a tratti. E negli ultimi giorni si contano almeno altri 4 morti e un’ondata di arresti fra le file dei leader dell’opposizione, già “deportati” al di fuori del Paese. Alla disobbedienza civile da loro invocata per indurre la Giunta militare a rassegnare il potere fa eco il silenzio dello stesso Consiglio, che non ha rilasciato alcuna dichiarazione alla stampa.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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