Il caso Jamal Khashoggi

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Foto: Extra.ie

A distanza di più di due mesi dalla data che ne ha segnato la prematura ed efferata scomparsa, Jamal Khashoggi non cessa di essere il protagonista di uno dei casi di omicidio più inquietanti degli ultimi tempi. Reporter di lunga data ed editorialista del Washington Post, un passato professionale segnato per anni da un rapporto molto stretto con la Casa Reale saudita, un anno fa il giornalista si era autoimposto l'esilio negli USA perché, a causa di critiche - seppur moderate - verso il Principe Mohamed bin Salman, temeva per la propria vita. E' stato assassinato il 2 ottobre nell'ambasciata dell'Arabia Saudita di Istanbul, dove si era recato per sbrigare alcune pratiche legate al suo prossimo matrimonio.

Da quell'ambasciata Khashoggi sarebbe stato portato via, cadavere, qualche ora dopo, dopo essere stato picchiato e torturato; inoltre sembra che dopo l'omicidio il suo corpo, tuttora irreperibile, sia stato smembrato e successivamente sciolto nell'acido. Ma chi era Jamal Khashoggi? Chi c'è dietro quello che va sempre più configurandosi come un delitto eminentemente politico?

IL PERSONAGGIO: LA STORIA E LE ESPERIENZE - Il giornalista saudita aveva un lungo passato di studi negli Stati Uniti, da cui, dopo aver frequentato l'Indiana State University, tornò in patria per iniziare a scrivere su giornali in lingua inglese. Il suo percorso professionale registrò una netta ascesa a partire da quando Khashoggi iniziò a realizzare reportage dalle zone di guerra: fu inviato in Algeria, in Kuwait durante la guerra del Golfo, e in questo modo riuscì a guadagnarsi sul campo un certo prestigio nel mondo dei media sauditi, grazie al suo modo di riportare i fatti senza mai abbandonare, al contempo, una certa prudenza nel formulare critiche troppo esplicite alle politiche della casa reale.

L'esperienza centrale nella sua carriera fu però il periodo della guerra in Afghanistan (1979-1989). Khashoggi conosceva personalmente Osama bin Laden, a cui lo legava un rapporto di amicizia dalle radici lontane: si conobbero a Jidda, la città che diede i natali allo "sceicco". Khashoggi, all'abbrivio della guerra afghana, ricevette ed accettò da lui un invito a recarsi nel Paese per seguire da vicino le vicende della resistenza dei mujaheddin contro l'invasione dei sovietici. Il giornalista saudita era senz'altro simpatizzante verso la jihad degli afghani in difesa dall'invasore, e il connubio tra questa posizione e il suo rapporto con bin Laden fece venire più di qualche sospetto sul suo effettivo ruolo nella vicenda afghana: giornalista o militante? 

Domanda ancora più impellente se legata ad alcune immagini che circolarono sul suo viaggio in Afghanistan, in cui veniva ritratto mentre imbracciava un fucile oppure vestito con abiti locali. Come ha riportato Remocontro.itPeter Bergen, analista di sicurezza della CNN, ha raccontato che nonostante un'oggettiva parzialità per la causa dei mujaheddin - parzialità che, del resto, era comune alla stragrande maggioranza del mondo arabo in relazione alla questione afghana -, Khashoggi non ebbe mai alcun ruolo attivo nei combattimenti, ma si limitò a fare il suo lavoro di giornalista.

Molto complesso anche il suo rapporto con i Fratelli Musulmani. Si sa che appena tornato in patria, al termine dei suoi studi negli Stati Uniti, Khashoggi si era avvicinato molto alle idee della Fratellanza, tanto da partecipare agli incontri politici organizzati sul territorio. Con il tempo, tuttavia, sembra che si discostò progressivamente dalla partecipazione politica in prima persona, rimanendo al contempo profondo conoscitore dell'impianto teorico della Fratellanza, e della loro linea politica conservatrice e spesso anti-occidentale.

LE IDEE: LA POLITICA - L'orientamento politico di Jamal Khashoggi era composto di diverse sfaccettature. Sebbene non abbiano mai inficiato sul suo lavoro di reporter, anche al netto delle tante accuse che gli sono piovute addosso, le idee del giornalista saudita prendevano direzioni multiformi, soprattutto a seconda che il discorso riguardasse l'Arabia Saudita o l'estero. Se infatti Khashoggi fu, da una parte, un entusiasta sostenitore delle rivolte arabe del 2011, non si discostò mai molto, dall'altra, dall'idea della necessità di riforme - e non rivoluzioni - in patria.

Sebbene lo dissimulò sempre molto efficacemente con i membri della Casa Reale, il giornalista propendeva per una lenta ma progressiva democratizzazione del suo Paese, un'erosione del rigido elitarismo vigente in Arabia Saudita che rendesse possibile coinvolgere nei processi decisionali strati sempre più ampi della popolazione. I trascorsi di politica attiva con la Fratellanza Musulmana erano ormai un ricordo del passato, però l'impianto politico di fondo era ancora quello che sentiva più vicino; e anche questo, ovviamente, era un elemento che dovette tenere celato a lungo durante i suoi assidui rapporti con la Corona, data l'assoluta ostilità dell'Arabia Saudita verso i Fratelli Musulmani e verso tutti i Paesi ritenuti suoi sostenitori, vedi soprattutto il Qatar.

Così come successe nella vicenda afghana, tuttavia, il trasporto emotivo con cui visse le rivolte del 2011 si spense precocemente, non appena il pantano in cui molti di quei moti popolari si arenarono si trasformò in un continuo campo di battaglia ad intensità intermittente, dove troppo di frequente le istanze sociali originarie venivano assorbite e poi trasfigurate in chiave violenta dai potentati locali. E così, proprio come in Afghanistan le sue aspettative di stabilizzazione del Paese rimasero disattese a causa del prolungarsi della guerra e della deriva terroristica presa da molti degli esponenti più importanti della resistenza dei mujaheddin - tra cui proprio il suo amico Bin Laden, che fondò al-Qaeda nel 1988 -, allo stesso modo Khashoggi vide progressivamente sfumare le speranze di cambiamento dei popoli arabi in rivolta.

I RAPPORTI CON IL POTERE - Quella di Khashoggi con il potere non è sempre stata una relazione problematica, anzi. Il rapporto con la casa reale, pur tra alti e bassi, si mantenne sempre su livelli cordiali, spesso collaborativi: possiamo individuare il culmine dell'idillio tra Khashoggi e la Corona quando il giornalista venne assunto come consulente dal principe Turki al-Faisal, potente elemento dell'intelligence saudita che lo chiamò a collaborare quando divenne ambasciatore dell'Arabia Saudita presso USA e Regno Unito. I rapporti molto stretti tra i due, che si erano consolidati già a cavallo degli anni '80 e portarono Khashoggi - come si è visto - a viaggiare più volte verso l'Afghanistan in guerra, indussero gli stessi amici del giornalista saudita a credere che fosse stato assoldato per attività di spionaggio in favore della Casa Reale. In particolare il rapporto con re Abdullah, predecessore di Salman, era di stretta vicinanza: Khashoggi viaggiò più di una volta con il sovrano e la sua delegazione. 

L'avvicendamento alla casa reale, con l'ascesa al trono di re Salman nel 2015, cambiò radicalmente le cose; il sovrano diede ampio potere a suo figlio, il principe Mohammed bin Salman, formalmente Ministro della Difesa ma, di fatto, guida politica e deus ex machina dell'Arabia Saudita. MBS, come viene abbreviato giornalisticamente, sin dalla sua presa di potere si è fatto largo nell'opinione politica occidentale come la guida innovativa di un'Arabia finalmente pronta ad uscire dal rigido profilo conservatore che la caratterizza, soprattutto a livello sociale: grandissima eco ha avuto, in questo senso, la decisione di concedere anche alle donne la possibilità di guidarePur plaudendo a questo tipo di provvedimenti, e sebbene in una certa misura appoggiasse la linea politica reale di deterrenza verso Paesi come il Bahrein e soprattutto l'Iran - rivale diretto nella leadership regionale -, Khashoggi tuttavia individuò subito nel giovane principe una tendenza all'autoritarismo chiara, e un'ancora più evidente intolleranza alle critiche. 

Epurazioni, incarceramenti arbitrari, divieti di espatrio, fino al clamoroso episodio della detenzione "dorata" di molti eminenti uomini sauditi - tra cui anche il Principe Alwaleed al Talal, amico di Khashoggi - al Riyadh Ritz-Carlton, con l'accusa di corruzione: moltissimi sono stati gli episodi in cui MBS ha dato fondamento alle accuse di arbitrarietà e insofferenza ad ogni tipo di critica, anche se moderata. Il giro di vite sul dissenso attuato dal principe, alla fine, convinse Khashoggi ad andare via dall'Arabia Saudita, proprio perché ormai temeva per la sua vita. La collaborazione con il Washington Post vide il giornalista saudita attaccare sempre più spesso l'operato del principe, più di una volta paragonato a Putin. Progettava di mettere su un sito in cui tradurre in inglese i report degli attivisti in Arabia Saudita, e nel frattempo aveva fondato DAWN - Democracy in the Arab World Now, per continuare a portare avanti e a finanziare, dall'estero, le istanze di apertura sociale del suo Paese. 

L'OMICIDIO: LA CRONACA - Khashoggi si era presentato presso l'ambasciata saudita di Istanbul con la compagna Hatice Cengiz, ricercatrice turca che sarebbe divenuta a breve sua moglie: e proprio per ottenere i documenti di divorzio dalle nozze precedenti il giornalista aveva deciso, non senza qualche remora, di mettersi in viaggio verso la capitale turca, dove peraltro pare avesse scelto di voler stabilirsi una volta celebrato il matrimonio. E' il 28 settembre quando fa il primo tentativo presso la sede diplomatica, ma gli viene detto di tornare il 2 ottobre, quando tutto sarebbe stato pronto. 

Alle 13:14 del 2 ottobre, dunque, Khashoggi entra nel consolato saudita di Istanbul, e quella è l'ultima volta in cui le telecamere di sicurezza lo riprendono in carne ed ossa. Hatice Cengiz attende il marito fuori dall'ambasciata: lo stesso Khashoggi, dopo averle lasciato i suoi due cellulari, le aveva detto di chieder aiuto a un collaboratore del presidente Erdogan in caso non l'avesse più visto uscire dall'edificio. Cengiz attenderà per più di due ore, fino alle 16:30, quando decide di dare l'allarme. Aspetterà ancora per ore, tornerà dinanzi all'ambasciata anche il mattino dopo, ma di Khashoggi non c'è più traccia, allora come oggi.

La versione dell'Arabia Saudita, da questo momento in poi, cambia più volte. Inizialmente il principe ereditario afferma che il giornalista è stato visto uscire dall'ambasciata pochi minuti dopo il suo ingresso, al massimo un'ora la permanenza presso la sede diplomatica. Sotto la spinta di pressioni crescenti che ora dopo ora si conformano di nuovi elementi indiziali che mettono in serio dubbio la ricostruzione reale, MBS cambia versione: prima ammette che Khashoggi è stato assassinato in seguito ad una colluttazione, in seguito parla di un'operazione portata a termine da cani sciolti dell'intelligence senza il suo consenso, nell'ambito di quello che doveva essere un interrogatorio poi finito male. 

Il 15 novembre il procuratore saudita che si occupa del caso aggiornerà di nuovo i dettagli del delitto: Khashoggi è stato ucciso con un'iniezione letale, poi il suo corpo è stato smembrato e successivamente sciolto nell'acido. L'indagine saudita sfocia nel fermo di 21 persone, tutti membri dell'intelligence e del corpo di difesa personale di MBS; 11 di questi vengono incriminati, per 5 viene chiesta la condanna a morte. Viene disposto il licenziamento di Saud al-Qahtani, stretto consigliere del Principe, e di Ahmad al-Assiri, alto dirigente dell'intelligence.

Il presidente turco Erdogan afferma, sin dai primi giorni successivi al delitto, che si tratta di un omicidio premeditato, operazione dettagliatamente predisposta per eliminare Khashoggi ed occultare il più possibile le prove e - soprattutto - il committente, Mohammed bin Salman. L'asse attorno al quale si muove l'accusa turca sarebbe una registrazione in cui si sente Khashoggi, appena entrato nell'ambasciata e a colloquio con il console al-Otaibi, sembra essere preso con la forza e poi trascinato in un'altra stanza, dove poi avrebbe subito percosse e torture prima di essere strangolato. 

Quella della registrazione non è un elemento secondario: i turchi affermano di averla ascoltata per intero, e che si sente Khashoggi dire "Non potete farlo...mi aspettano fuori" seguito da voci degli uomini dell'intelligence saudita che prima minacciano il console Otaibi ("stai zitto, se vuoi rimanere vivo quando torni in Arabia Saudita") che tentava di dissuaderli dall'uccidere Khashoggi proprio nella sua stanza, e poi, una volta uccisa la vittima, portano avanti le operazioni di smembramento del cadavere. La registrazione sarebbe stata effettuata dall'Apple Watch di Khashoggi, che poi avrebbe trasmesso il contenuto all'iPhone del giornalista - tenuto da Hatice Cengiz all'esterno, perché non possono entrare cellulari nell'ambasciata - tramite cloud; ricostruzione ancora non confermata, tuttavia, anche perché il trasferimento dei dati da un dispositivo Apple all'altro è possibile solo se non sono a distanza maggiore di 15-20 metri. Altre voci suggeriscono invece, come seconda ipotesi, che l'audio sarebbe stato tratto da cimici presenti nell'ufficio del console. 

Riprendendo il filo della ricostruzione turca, perciò, il corpo sarebbe stato smembrato prima di essere stato portato via dagli uomini del commando, che lo avrebbero sepolto - una ipotesi è che sia stato sotterrato, almeno in parte, presso la residenza del console - , anche se la teoria dello scioglimento del cadavere nell'acido, dato che il corpo è tuttora irreperibile, ha da subito preso piede nella ricostruzione dei fatti.

L'accusa turca sostiene che il commando di uomini che portato a termine l'operazione sia composto da ufficiali dell'intelligence saudita ed elementi della sicurezza personale di MBS. Un indizio in questo senso viene dalle registrazioni filmate delle telecamere dell'aeroporto di Istanbul, che all'alba del 2 ottobre immortalano 15 uomini, provenienti da Riad, sbarcare nella capitale turca. Sarebbero gli stessi uomini che, una volta recatisi all'ambasciata, avrebbero rimosso le telecamere di sicurezza interne in attesa dell'arrivo di Khashoggi, lo avrebbero ucciso e poi sarebbero ripartiti per Riad la sera stessa.

Il commando, sempre seguendo la ricostruzione turca, comprendeva - oltre a diversi uomini del corpo di sicurezza personale del principe ereditario - Maher Abdulaziz Mutreb, 47 anni, uomo chiave dell'intelligence saudita con un passato di studio nel Regno Unito, dove, impiegato all'ambasciata saudita, avrebbe appreso sofisticate tecniche di spionaggio informatico legate all'Hacking Team Software, e soprattutto Mohammed al-Tubaigy, 47 anni, medico legale e patologista forense, che sarebbe l'autore della dissezione del corpo di Khashoggi. A ulteriore riprova della fondatezza del sospetto, fonti turche riportano che sarebbe stato proprio Tubaigy ad avere con sé, al momento dell'arrivo ad Istanbul del 2 ottobre, una sega professionale che gli sarebbe poi servita per portare a termine lo smembramento professionale del cadavere della vittima; la sega sarebbe passata ai controlli perché la valigia di Tubaigy, essendo bagaglio diplomatico, non può essere controllata.

POLITICA vs VERITA' - Al momento in cui scriviamo non ci sono novità decisive dal punto di vista della cronaca, mentre è sempre ondivaga la posizione della politicaTrump ha modificato parzialmente il suo atteggiamento iniziale, che assolveva senza se e senza ma Mohammed bin-Salman trincerandosi dietro l'inesistenza di prove certe contro di lui; ma sebbene abbia ammesso che le circostanze suggeriscono che si è trattato di un omicidio, anche perché è la CIA ad aver affermato che ci sono sospetti più che fondati che si sia trattata di un'esecuzione che ha ricevuto il beneplacito di MBS, il presidente USA continua a minimizzare le responsabilità dirette dell'uomo che guida l'alleato storico degli Stati Uniti nell'area mediorientale, e con cui ha firmato multimilionari accordi commerciali in armamenti. Il Senato statunitense ha approvato un risoluzione che, in aperto e clamoroso dissenso verso l'orientamento presidenziale, accusa esplicitamente Mohammed bin Salman di essere la mente del delitto; la reazione saudita è stata, come da copione, quella di totale rifiuto dell'accusa, con annesse lamentele di interferenza negli affari interni dello Stato.

Canada, Francia, Regno Unito hanno imposto sanzioni contro alcuni sauditi ritenuti coinvolti nell'omicidio, provvedimento che comporta il congelamento dei beni e il divieto di entrare nel Paese che lo ha spiccato. Ciononostante la cortina di nebbia che ancora aleggia davanti alla completa verità, frutto del combinato disposto di versioni di comodo figlie della convenienza politica e occultamenti delle prove, fa sì che, allo stato attuale,ancora non si è trovata traccia del corpo di Jamal Khashoggi: come ci ricorda Time nella sua copertina di dicembre, l'ennesimo giornalista che paga a caro prezzo per non aver mai abdicato al suo ruolo di "guardiano della verità".

Michele Focaroli

Classe 1988, Roma, nato, cresciuto e allevato in mezzo ai giornali, che - insieme al caffè - a casa non sono mancati mai, nemmeno per un giorno. Ho studiato Relazioni Internazionali, unendo così la passione per lo studio a quello per la scrittura, che pratico con continuità da qualche anno. Da tempo mi occupo prevalentemente di Medio Oriente, cercando di far emergere, oltre al quadro geopolitico, il contesto sociale e le istanze delle popolazioni locali. Essenziale, in questo senso, è stato l'anno di Servizio Civile in FOCSIV, che mi ha insegnato a coniugare la professionalità con la passione, e a non perdere mai d'occhio la centralità delle persone. Mi piace approfondire, problematizzare, mettermi alla prova; cerco di ascoltare e di capire prima di parlare e di scrivere. Appena posso mi piace viaggiare, e, più di tutto, amo la musica, che riempie la mia testa e le mie mani ogni giorno: la ascolto, provo a scriverla, poi con la chitarra cerco di darle una forma.

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