Fumi tossici e miseria: l’inferno nelle discariche di rifiuti elettronici

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La discarica di Agbogbloshie – Foto: ridus.ru

Pc, tablet, smartphone, frigoriferi, lavatrici: siamo letteralmente sommersi da questi oggetti e alcuni sono diventati quasi un’estensione di noi stessi. Migliorano la nostra vita e sono a portata di tutte le tasche, tanto che quando si rompono non li portiamo più a riparare come una volta, ma semplicemente ne compriamo di nuovi. Quello che forse non sappiamo è che in questo modo stiamo anche alimentando uno dei più grossi e complicati problemi ambientali della nostra epoca, con conseguenze tanto devastanti quanto poco note, che vanno a impattare – ma questa non è una novità – soprattutto i paesi più poveri: parliamo dei cosiddetti Raee, i Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche.

I numeri parlano chiaro: secondo le Nazioni Unite 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici vengono spediti in tutto il mondo ogni anno, destinati a paesi come l’India, il Pakistan, la Cina, la Nigeria e il Ghana, e si stima che i flussi aumenteranno del 33% nei prossimi quattro anni. In barba alle leggi internazionali (tra cui quelle europee entrate in vigore nel febbraio 2014) e alla Convenzione di Basilea dell’ ‘89 sul controllo dei movimenti oltre frontiera di rifiuti pericolosi, che dovrebbero regolare questo flusso enorme di materiali. Dovrebbero, appunto, e invece continuano a crescere le enormi discariche a cielo aperto in cui migliaia di uomini, donne e bambini lottano per sopravvivere, in condizioni misere e pericolose per la salute e per l’ambiente, alla ricerca di materiali da smontare, bruciare e rivendere per pochi spiccioli.

Il simbolo più emblematico di questo scempio è probabilmente Agbogbloshie, agglomerato urbano della capitale del Ghana, Accra, in cui vivono 50.000 persone, e che solo undici anni fa era considerato una sorta di paradiso terrestre con i suoi fiumi e la sua laguna ricchi di flora e fauna. Oggi è invece classificato tra i primi 10 luoghi più inquinati al mondo – secondo l’ong americana Blacksmith Institute perfino più di Chernobyl – tanto da essere soprannominato la “Sodoma e Gomorra” africana, a causa della miseria e dei fumi altamente tossici che provengono da quella che è diventata una delle più grandi discariche di rifiuti elettronici del mondo.

Il problema era già stato sollevato da Greenpeace nel 2008 con il suo rapporto intitolato “Poisoning the poor”, eppure a distanza di tutti questi anni dalla denuncia le cose non sono cambiate, semmai peggiorate: nelle terribili immagini dei documentari e dei reportage più recenti, che tutti dovrebbero vedere, ancora oggi tantissimi bambini continuano a frugare attraverso i resti di vecchi televisori, computer, telefoni, frigoriferi e quant’altro – si parla di circa 129.000 tonnellate di rifiuti elettronici l’anno riversati in questa discarica. Secondo l’EPA, l’agenzia per la protezione dell’ambiente del Ghana, il 13% finisce nel processo di riciclo fai-da-te, fuori da qualsiasi regolamentazione: i rifiuti, infatti, vengono smantellati da bambini anche di 5 anni senza alcuna protezione contro gli effetti tossici di tale lavoro. Questi piccoli “minatori urbani”, infatti, si occupano per la maggior parte di bruciare i cavi per raccogliere i componenti di rame in essi contenuti, strisce che possono essere riciclate e rivendute, fino all’utilizzo di bagni acidi per estrarre l’oro dai microchip.

Il bottino è magro: dodici ore di lavoro nella miniera urbana fruttano in genere tra i 100 e i 320 € al mese. E causano gravi problemi di salute che vanno dalle ustioni e le ferite non trattate, ai problemi polmonari, danni agli occhi e alla schiena, insieme a nausea cronica, anoressia, mal di testa debilitanti, problemi respiratori e tumori. Quasi tutti soffrono di insonnia, mentre fumo e tossine invisibili (soprattutto cadmio) danneggiano giorno dopo giorno, anno dopo anno, questi “minatori urbani” spesso ignari dei pericoli, oppure semplicemente rassegnati. Per la maggior parte di loro si tratta di una lotta per la sopravvivenza e dar da mangiare alla propria famiglia è più importante che stare a preoccuparsi dei rischi ambientali e per la propria salute. Come si vede anche nello sconvolgente documentario della giornalista brasiliana Giovana Vitola, intitolato “E-Waste Hell“, dove colonne di fumo nero e denso, prodotto dalla plastica e dai materiali pesanti che bruciano giorno e notte senza sosta, raggiungono anche uno dei mercati alimentari più grandi di Accra, con conseguenze nocive prevedibili su tutta la popolazione.

Eppure in occidente, da cui ha origine la maggior parte di questi rifiuti, si fa poco per arginare il fenomeno. Spesso si cerca solo di sbarazzarsi dei rifiuti pericolosi, mentre in altri casi le aziende stesse dei paesi ricchi lucrano sulla manodopera di questi disperati: basti pensare che una tonnellata di telefoni cellulari può contenere tanto oro quanto 70 tonnellate di minerale grezzo. Oltre al fatto che, nonostante gli incentivi, le spese di spedizione all’estero sono inferiori rispetto ai costi del riciclaggio domestico rispettoso dell’ambiente. In più, questo tipo di rifiuti fanno spesso numerose tappe intermedie prima di arrivare alla meta finale (la discarica) perciò i controlli sono molto difficili, senza contare che anche da parte dei paesi riceventi c’è poca collaborazione in questo senso. Un altro aspetto poco noto del problema riguarda, purtroppo, le apparecchiature elettroniche donate in beneficienza che spesso all’arrivo si trovano ad essere per la maggior parte difettose: senza una denuncia da parte della Ong ricevente, finiscono dritte in discarica. Questo a causa di una “scappatoia“ nella Convenzione di Basilea (Convenzione che tra l’altro gli Stati Uniti, i più grandi produttori di rifiuti elettronici al mondo, non hanno ancora ratificato) che prevede che, senza questa denuncia, lo stato e la destinazione di questi prodotti importati non possa essere sottoposta a controlli. In questo modo, il pericolo di frodi è molto reale.

D’altra parte la consapevolezza del problema è poca, sia nei paesi impattati, sia da noi. “Quelli che potrebbero fare qualcosa, ovvero le persone che vivono nei paesi sviluppati, da dove si originano i flussi di rifiuti elettronici, non si rendono conto della portata della questione – scrive la studiosa Nele Goutier sul sito The Ecologist – E così, non vengono poste domande, le proteste non scaturiscono. I cittadini devono cominciare a fare pressione sui governi, società e organismi internazionali e costringerli finalmente - dopo 25 anni – a un reale cambiamento”.

Anna Toro

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