Rifiuti elettrici ed elettronici: verso norme europee più esigenti?

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“Unser Müll in Afrika” (I nostri rifiuti in Africa) di Kai Löffelbein, studente presso l’Università di Hannover. Foto: Unicef Deutschland

L’immagine qui riportata è stata insignita del primo premio “foto dell’anno 2011” nell’ambito della dodicesima edizione del concorso indetto dall’Unicef tedesca al fine di promuovere una descrizione immediata e lampante delle condizioni di vita dei bambini nei diversi paesi del mondo. Lo scatto, effettuato da Kai Löffelbein in una discarica ghanese, raffigura un ragazzino in mezzo a una marea di rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE) ed è emblematica per rendersi conto di quale impatto abbia la crescente produzione di RAEE, il loro difficile smaltimento e la frequente, sebbene illegale per i paesi UE, esportazione in Africa e Asia. Oltre a ciò, è opportuno indagare se e quali iniziative sono state adottate dall’Unione Europea per favorire lo smaltimento sostenibile dei RAEE e per contrastarne il traffico illecito verso i territori extra-europei.

Uno dei fattori principali che determina la problematicità della produzione di rifiuti elettronici (talvolta anche denominati e-waste) è l’aumento esponenziale che si verifica annualmente. La Commissione Europea ha calcolato che i 27 stati membri generano annualmente circa 9 milioni di tonnellate di RAEE e ha stimato che nel 2020 questo genere di rifiuti potrebbe crescere fino a 12,3 milioni di tonnellate. Parlando in termini di produzione pro-capite, la media europea si aggira intorno ai 18 chili l’anno che, secondo le stime della Commissione, aumenterà fino a raggiungere i 24 chili nel 2020.

Il secondo fattore che rende complicata la questione è che i RAEE contengono un'elevata percentuale di sostanze tossiche e dunque, se trattati in maniera inadeguata, possono rivelarsi estremamente dannosi per l’ambiente e la salute degli essere viventi.

Di fronte a una situazione pressoché emergenziale, viene spontaneo chiedersi quale sia il ruolo giocato dalle istituzioni dell’Unione Europea data la tradizionale, seppur troppe volte dimenticata, sensibilità dimostrata verso la salvaguardia dell’ambiente e la tutela della salute dei cittadini. Trattandosi di un problema relativamente recente, l’azione dell’UE in questo ambito ha guadagnato forza solo a partire dagli anni 2000 con l’adozione Direttiva 2002/95/CE sulla restrizione dell'uso di determinate sostanze pericolose nei RAEE e della Direttiva 2002/96/CE sui RAEE.

Mentre la prima è piuttosto settoriale e sostanzialmente rivolta solo agli attori coinvolti nella produzione di apparecchiature elettriche o elettroniche, la seconda ha l’obiettivo di regolamentare le diverse fasi della vita degli oggetti tecnologici: progettazione, raccolta separata, trattamento e recupero. In sostanza, attraverso questo strumento normativo, l’UE obbliga gli stati membri a raccogliere annualmente ed in maniera separata almeno 4 chili di RAEE per abitante e a trattarli in maniera conforme alle norme contenute nella direttiva stessa.

Questo può avvenire attraverso svariati schemi di raccolta tra i quali l’ormai noto “1 contro 1che obbliga i distributori di prodotti tecnologici al ritiro gratuito di un oggetto RAEE al momento dell’acquisto da parte del consumatore di un nuovo apparecchio. Successivamente, il distributore ha la responsabilità di conferire i RAEE ai centri incaricati per lo smaltimento secondo le norme. Naturalmente, come avviene per tutte le direttive europee, la velocità e l’efficacia dell’implementazione variano in maniera consistente tra i vari stati membri.

L’Italia, per esempio, ha recepito in ritardo la direttiva (Decreto legislativo 151 del 2005) e l’ha resa effettiva solo a partire dal 2008 attraverso la creazione del nuovo Sistema Nazionale di gestione dei RAEE. Nonostante questo ritardo, nel 2010 l’Italia ha centrato uno degli obiettivi fissati dalla direttiva (4 chili di RAEE pro-capite) raccogliendo 245.350.782 kg di RAEE con un aumento di oltre il 27% su base annua rispetto al 2009. Tutto ciò non può che rasserenarci poiché un corretto recupero dei RAEE non solo tutela la nostra salute e quella delle persone che vivono nei paesi in via di sviluppo (dove spesso vengono illegalmente esportati tali rifiuti), ma favorisce la cosiddetta estrazione mineraria urbana (urban mining) che consente di ottenere notevoli quantità di minerali preziosi a partire dai RAEE. Basti pensare che se ogni tonnellata di materiale grezzo fornisce 5 grammi d’oro, una tonnellata di telefoni cellulari dismessi è in grado di restituirne ben 150.

Tuttavia, oltre alla buona notizia, c’è anche quella cattiva. Secondo una valutazione d’impatto elaborata dalla Commissione nel 2008, a causa di alcune criticità presentate dalla direttiva (classificazione inadeguata dei materiali, costi di raccolta e trattamento eccessivi, procedure amministrative complicate), solo un terzo dei RAEE viene trattato in modo appropriato, mentre i restanti due terzi sono convogliati verso i paesi in via di sviluppo: nella sola Germania, ogni anno, centomila tonnellate di rifiuti elettronici (apparecchi non funzionanti) etichettati come apparecchiature “usate” riescono ad essere esportati in Africa o Asia. Qui vengono trattati in condizioni altamente rischiose per la salute umana, è infatti noto che gli abitanti nei pressi dei “cimiteri dell’elettronica” presentano elevati livelli di metalli pesanti nel sangue e un’alta incidenza di malattie come tubercolosi e tumori facilmente riconducibili alle circostanze ambientali.

A fronte di risultati medio-bassi, la Commissione ha proposto una riforma del testo che è attualmente al vaglio del Parlamento Europeo e che, se approvata, semplificherà gli obblighi amministrativi per le imprese riducendo il numero delle categorie delle apparecchiature elettriche, obbligherà gli stati membri a raccogliere tra il 70 e l’85% dei RAEE prodotti e a riciclarne una quota compresa tra il 50 e il 75% entro il 2016. In ultimo, è previsto anche un incentivo per il riutilizzo del 5% delle apparecchiature elettriche ed elettroniche. Secondo la Commissione, i costi della raccolta e del trattamento dei RAEE devono essere a carico dei produttori ed è per questo motivo che tale riforma sta incontrando la resistenza delle lobbies imprenditoriali ed è presumibile che anche una buona parte degli stati membri cercherà di giocare al ribasso durante la negoziazione nel Consiglio dei ministri dell’UE.

È evidente che gli atti normativi, da soli, non possono rappresentare la soluzione dei problemi, ma è anche vero che spesso costituiscono la base di nuovi percorsi. L’escalation italiana nell’applicazione della direttiva RAEE può essere un esempio. L’esito del processo di riforma della direttiva darà un’indicazione circa il ruolo che l’Unione Europea vuole giocare in materia di politiche ambientali. Aumentare le percentuali di raccolta e recupero dei RAEE significa indebolire il traffico illecito e favorire i circoli virtuosi. Ancora una volta, ci sarà l’occasione di notare se le politiche europee sono dettate dagli interessi nazionali e/o di settore o se sono disegnate pensando al bene comune.

Eleonora Alessia Fenu

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