Fukushima riapre nel mondo il dibattito sul nucleare. Non in Italia

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Le notizie sempre più drammatiche che giungono dalla centrale atomica di Fukushima riaccendono nella comunità internazionale il dibattito sull’uso dell’energia nucleare. L‘Unione europea predispone stress test per tutte le centrali sul territorio comunitario, la Germania chiude le centrali costruite prima del 1980 e la Francia ordina controlli straordinari su tutti gli impianti. Persino la Russia ordina un controllo sulle sue centrali per verificare se quanto successo in Giappone possa ripetersi sul suo suolo, mentre Obama continua a sostenere la sua ricetta nucleare per l’abbattimento delle emissioni di CO2. Posizioni diverse accomunate dalla più scontata delle riflessioni: in nessun paese il dibattito nucleare può restare indifferente ai fatti del Giappone.

Tranne in Italia. Dove sembra che la serietà del dibattito sulla sicurezza energetica non conti. L’unico obiettivo è portare a casa il nucleare, in tutti i sensi, cercando di vincere un referendum che la pressione mediatica sul nucleare di questi giorni rende sempre più insidioso.

Quello che più preoccupa di questa situazione non è la posizione “in sé” del Governo, favorevole nonostante tutto al nucleare, quanto l’atteggiamento dei suoi rappresentanti e di quello di alcune delle aziende coinvolte nel “risveglio nucleare Italiano”. Invece di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla complessa questione energetica e di presentare serenamente le loro proposte, la prima preoccupazione è quella di minimizzare. “L’Italia non è un paese così sismico come il Giappone”, “l’incidente è comunque meno grave di quello di Chernobyl”, “dobbiamo andare avanti, non facciamoci prendere dall’emotività...” – sono le affermazioni che si sentono in questi giorni.

Come spesso accade in queste occasioni, quello che si perde è il contesto. Che in questo caso è complesso e si articola almeno su tre diversi piani.

Il primo piano è quello della geopolitica energetica. Attualmente, stando ai dati (in .pdf) dell’Agenzia internazionale per l’energia (IEA), l'Italia produce l‘80% della sua energia partendo da combustibili fossili, principalmente gas ma anche carbone e petrolio. L’energia idroelettrica contribuisce per il 15% mentre le rinnovabili si attestano solo al 5%, nonostante abbiano registrato un aumento del 20% nel corso del 2010. Sempre stando ai dati dell‘IEA (in .pdf), oltre il 90% dei combustibili fossili che utilizziamo è importato da vari paesi (Arabia Saudita, Libano, Iran, Iraq, Russia, Algeria, Norvegia, ecc..). È importante sottolineare questo gran numero di paesi perché dovrebbero essere il cuore dell’indipendenza politica dell’Italia. Nessuno stato, infatti, sarà mai davvero indipendente politicamente fino a quando la sua produzione energetica dipenderà esclusivamente dalle scelte di un paese straniero. Su questo aspetto dell’indipendenza energetica che si innesta il discorso del nucleare: le riserve di uranio sono sparse in maniera relativamente omogenea sulla superficie del pianeta e sarebbe quindi più facile “cambiare fornitore” all’occorrenza.

Il secondo piano si gioca sui cambiamenti climatici. Per contenerli dovremo ridurre le emissioni, e le centrali nucleare producono poca CO2 rispetto all’utilizzo di combustibili fossili. Poca, non zero, perché nel “costo ambientale” dobbiamo calcolare anche l’inquinamento dovuto alla costruzione e allo smaltimento degli impianti, oltre che all’estrazione, al trasporto e all’arricchimento dell’uranio.

Il terzo livello è più tecnico e risiede dell’utilizzo della fissione nucleare per la produzione di energia e i rischi che ne conseguono. Due le grandi questioni aperte su questo tema: la sicurezza e le scorie. Sul primo tema, per quanto il Forum nucleare cerchi di persuaderci, anche attraverso spot ingannevoli, che il nucleare è sicuro. L’unica cosa che si può dire è che gli incidenti alle centrali sono sempre meno probabili mano a mano che avanza la tecnologia. Ma non potranno mai avere “probabilità 0” a causa della fisica intrinsecamente instabile della fissione dell’uranio. E anche il tema dello smaltimento scorie, per il quale al momento non esiste alcuna soluzione operativa, non può essere sottovalutato. Come purtroppo è già stato dimostrato molte volte nella storia del nucleare, il fatto che ci sia sempre andata bene fino ad oggi, senza nessun incidente eclatante, non vuol dire che non corriamo alcun pericolo.

Di fronte a queste questioni così importanti per il futuro del paese ci si aspetterebbe che l’attenzione del Governo sia quella di capire, assieme ai cittadini, come confrontarsi con questi temi. Si scoprirebbe allora che le energie rinnovabili (eolico, voltaico) garantirebbero indipendenza energetica ed emissioni ridotte, se incentivate, senza nessun rischio per la salute. Risolvendo in un sol colpo tutti e tre i problemi. Ma forse non sarebbero abbastanza potenti da coprire il fabbisogno del paese. E quindi si discuterebbe dell’opzione nucleare, si rimetterebbero sul piatto i pro e i contro. La sicurezza contro la riduzione dei consumi. Forse si parlerebbe di un piano energetico che prima che alla costruzione delle centrali punti alla riduzione degli sprechi e al miglioramento dell’efficienza energetica, così come indicato nel piano 20-20-20 dell’Unione europea. Si discuterebbe di clima, di ecologia. Ci si prenderebbe a cuore il futuro del proprio paese.

E invece il Palazzo tace. O, peggio, parla a vanvera.

A parlare, fortunatamente, sono invece le molte associazioni che hanno aderito al referendum sul nucleare. Perché, di fronte ai fatti di Fukushima, ridurre il numero di centrali nucleari attive non è una risposta emotiva: è una scelta responsabile.

Matteo Conci

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