Egitto: come il regime blocca la rete

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 Foto: Nena-news.it

Una settimana fa le autorità del Cairo avevano bloccato un sito web di informazione nove ore dopo il lancio: Kateb, iniziativa dell’Arabic Network for Human Rights (Anhri), gestito da uno dei leader del sindacato della stampa egiziano Khaled al-Bashy, era nato domenica con l’obiettivo di documentare e denunciare gli abusi delle autorità e le violazioni dei diritti umani. Poche ore dopo era già offline.

Un destino che Kateb condivide con centinaia di siti, oltre 500, bloccati dal Cairo in un anno. “Il blocco non ci ha sorpreso – ha commentato Gamal Eid, presidente di Anhri – Il regime di al-Sisi, che è contro la libertà di espressione e contro la libertà dei media, ha bloccato 500 siti in meno di un anno. La velocità del blocco è il fattore sorprendente e mostra che un grande numero di persone si dedica a monitorare la rete e i siti indipendenti”.

I blocchi erano iniziati nel maggio 2017 con una prima infornata di 21 siti web, accusati di diffondere “contenuti che sostengono il terrorismo e l’estremismo e bugie”. Poco dopo il sindacato della stampa aveva presentato ricorso al Consiglio supremo dei media, al Ministero delle Telecomunicazioni e all’Autorità nazionale per la regolamentazione delle telecomunicazioni. Il percorso legale è tuttora in corso.

In tale contesto giunge la denuncia del rapporto, pubblicato ieri, una ricerca congiunta di organizzazioni egiziane, l’Associazione per la libertà di pensiero ed espressione (Afte) e il centro di ricerca Ooni, Open Observatory of Network Interference. Tra gennaio 2017 e maggio 2018 hanno condotto una serie di ricerche e studi sui quattro principali provider egiziani, Vodafone Egypt, Link Egypt, Telecom Egypt e Noo. E hanno scoperto che i provider non hanno bloccato direttamente certi siti web ma che hanno intercettato le connessioni dei singoli utenti per impedire l’accesso ai siti considerati pericolosi e l’hanno disabilitata.

La maggior parte dei siti target sono siti di informazione, il 62%, mentre il 24% erano network privati utilizzati per superare i blocchi. Colpiti anche 10 siti di associazioni per i diritti umani e blog critici con il regime del Cairo.

Il 5 giugno scorso il parlamento egiziano ha votato a favore di una legge sul cybercrime, che incrementa ulteriormente i poteri delle autorità statali nella sorveglianza di internet e autorizza il blocco di siti web nel caso costituiscano “un crimine o una minaccia alla sicurezza nazionale”. Se si considera che il 41,2% degli egiziani usa internet, il colpo assestato è significativo così come particolarmente pervasivo diventa il monitoraggio della rete, traducibile in un maggior potere di repressione.

A gennaio il parlamento europeo ha votato a favore di una nuova legislazione che introduce una stretta sulle aziende di software di sorveglianza della rete venduti a paesi che violano i diritti umani. Ovvero strumenti di spionaggio dei cittadini via web, che avrebbe generato un mercato da 80 miliardi di euro. Nel caso egiziano va ricordato Hacking Team, azienda milanese produttrice del software spia Rcs Galileo, che tre anni fa aveva ottenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico l’ok a commercializzarlo in 46 paesi, tra cui Il Cairo. Pochi mesi prima la scomparsa e l’uccisione di Giulio Regeni, che secondo alcuni sarebbe stato realizzato proprio attraverso lo spionaggio via Galileo.

L’anno dopo l’autorizzazione ministeriale alla vendita era stata garantita all’italiana Area Spa, poi sospesa proprio per il suo destinatario, i servizi segreti egiziani.

Da Nena-news.it

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