Depistaggi, poteri occulti e l’agenda rossa di Borsellino

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Giovanni falcone e Paolo Borsellino - Foto: Cittanuova.it

A distanza di oltre un anno dalla pronuncia del dispositivo, nel tardo pomeriggio di sabato 30 giugno è stata depositata la motivazione della sentenza della Corte d’assise di Caltanissetta del cosiddetto processo Borsellino quater, che ha visto condannati all’ergastolo per la strage di via D’Amelio i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e a dieci anni per calunnia i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Dalle motivazioni, lunghe 1.865 pagine, emerge il clamoroso depistaggio delle indagini sulla strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta.

Per la Corte, gli investigatori furono mossi da un chiaro “proposito criminoso” ed “esercitarono in modo distorto i loro poteri”. Come dire: chi doveva accertare la verità sul gravissimo attentato alle istituzioni, ha tentato di condurre le indagini in altra direzione. C’è poco da stare tranquilli, se si considera che gli autori di tale tentativo erano, essi stessi, rappresentanti delle istituzioni, impegnati, fianco a fianco, con Falcone e Borsellino nella lotta alla mafia.

Il depistaggio sarebbe passato attraverso l’induzione a mentire di personaggi come il falso pentito Vincenzo Scarantino. Per questo Scarantino è stato imputato di calunnia insieme a due altri falsi pentiti, anche se ha “beneficiato” della prescrizione del reato a lui contestato. Gli altri due collaboratori di giustizia, Francesco Andriotta e Calogero Pulci, invece, sono stati condannati a 10 anni. Il depistaggio delle indagini è costato la condanna all’ergastolo a sette innocenti, poi scarcerati e scagionati nel processo di revisione. Per la strage erano imputati i boss Vittorio Tutino e Salvo Madonia, entrambi condannati all’ergastolo. I giudici, nelle motivazioni della sentenza, parlano di “suggeritori” esterni, soggetti che avrebbero cioè imbeccato il falso pentito inducendolo a mentire. “Soggetti, – scrivono – i quali, a loro volta, avevano appreso informazioni da ulteriori fonti rimaste occulte”.

La corte di Caltanissetta usa parole durissime verso gli investigatori dell’epoca: il riferimento è al gruppo che indagava sulle stragi del ’92 guidato da Arnaldo la Barbera, funzionario di polizia poi morto. Sarebbero stati loro a indirizzare l’inchiesta e a costringere Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell’attentato. La Corte d’assise del processo Borsellino quater accusa gli investigatori di aver compiuto «una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte». 

E viene scritto, per la prima volta: c’è un «collegamento tra il depistaggio dell’indagine e l’occultamento dell’agenda rossa di Borsellino». Perché per i giudici La Barbera è anche «intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda, come è evidenziato dalla sua reazione aggressiva nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre». «Le anomalie nell’attività di indagine – aggiungono – continuarono anche nel corso della collaborazione dello Scarantino, caratterizzata da una serie impressionante di incongruenze, oscillazioni e ritrattazioni (seguite persino dalla ritrattazione della ritrattazione, e da una nuova ritrattazione successiva alle dichiarazioni dello Spatuzza), che sono state puntualmente descritte nella memoria conclusiva del Pubblico Ministero». «Questo insieme di fattori – proseguono i magistrati riferendosi alla valutazione che delle parole di Scarantino fece l’autorità giudiziaria – avrebbe logicamente consigliato un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle dichiarazioni dello Scarantino, con una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi o negativi che fossero, secondo le migliori esperienze maturate nel contrasto alla criminalità organizzata incentrate su quello che veniva, giustamente, definito il metodo Falcone».

Ma cosa si nasconde dietro il mal celato tentativo di depistaggio delle indagini?   Probabilmente l’obbiettivo di occultare le responsabilità di altri soggetti  per la strage di via D’Amelio, nel quadro di una convergenza di interessi tra “Cosa nostra” e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato. I giudici siciliani sono ben consapevoli di ciò tanto da dichiarare che «L’indagine sulle reali finalità del depistaggio non può prescindere dalla considerazione delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè, che ha riferito che prima di passare all’attuazione della strategia stragista erano stati effettuati “sondaggi” con “persone importanti” appartenenti al mondo economico e politico».

«Giuffrè ha precisato – proseguono i giudici – che questi “sondaggi” si fondavano sulla “pericolosità” di determinati soggetti non solo per l’organizzazione mafiosa ma anche per i suoi legami con ambienti imprenditoriali e politici interessati a convivere e a “fare affari” con essa». Un nuovo duro colpo al cuore dello Stato.

Orazio Moscatello da Cittanuova.it

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