Covid-19 in America Latina: scenario angosciante di una crisi inevitabile

Stampa

Foto: agensir.it

Sono passati più di tre mesi dal primo focolaio di casi confermati in Cina, e il Covid-19 è ormai stato identificato in almeno 160 paesi nel mondo, appartenenti ai 5 continenti. Con la recente notizia di pazienti infetti anche ad Haiti, il paese che si contende con il Venezuela il primato di economia più povera del territorio americano, la presenza del nuovo coronavirus si è diffusa in tutti gli stati sovrani dell'America Latina. Ad oggi (24 marzo 2020) si è raggiunta la cifra di 6.523 casi in tutta l’America Latina, con 93 vittime, e un indice di positività che sale rapidamente. Il primo caso latinoamericano fu registrato in Brasile il 26 febbraio, mentre la prima morte per infezione nella regione è stata annunciata pochi giorni dopo, il 7 marzo, in Argentina. Attualmente il paese con più casi in assoluto è il Brasile con 1.965 contagiati e 34 deceduti, anche se, in proporzione alle dimensioni demografiche del paese, l’Ecuador risulta essere il paese più colpito, registrando 1.049 casi confermati finora e 27 morti direttamente associate al virus

A dispetto delle misure più o meno stringenti adottate da tutti i paesi, il virus è riuscito a saltare dall’Asia all’Europa, per sbarcare fino all’America Latina, dove le prestazioni mediche e le strutture sanitarie sono, senza far torti a nessuno, meno dotate per far fronte a una crisi di questa portata e le distanze socioeconomiche tra i vari segmenti demografici non agevolano un senso civico collettivo. Il coronavirus ha impiegato più tempo a raggiungere il Sud America, ma ci sono già diversi paesi che mostrano una curva crescente di tipo esponenziale dei casi individuati. Brasile, Ecuador, Cile, Perù o Colombia, evidenziano un tasso di incremento molto simile, dove, in maniera a dir poco preoccupante, i casi sono raddoppiati negli ultimi due o tre giorni. Il vantaggio di questi paesi, se di vantaggio si possa parlare, è che sono stati in grado di agire anticipatamente, allertati dalla situazione in Europa, e dall’esempio italiano, le cui notizie sono arrivate con echi clamorosi e catastrofici, tanto da generare prima ilarità e poi diffidenza negli italiani che vi abitano.

Nella maggioranza dei paesi, senz’altro quelli più avveduti e forse deboli, la situazione è già di una paralisi generalizzata, imposta dai provvedimenti dei vari governi nazionali, incentivando il lavoro da casa per chi può, concedendo l’apertura solo alle attività commerciali principali, come l’industria alimentare, bancaria, assicurativa, il trasporto privato, etc. Le misure prese sono lo specchio e conseguenza di una paura spietata e palpabile, che già da diverse settimane circola nelle conversazioni, forzatamente ridotte, e si interseca nei sottili equilibri quotidiani della popolazione. Una paura più che giustificata e sempre più amplificata dai resoconti drammatici che sopraggiungono dall’Europa.

Qui, la psicosi nasce, come nel caso Ecuatoriano, anche dalla scarsa fiducia della popolazione nella capacità della sanità nazionale, dall’idea che non riesca a reggere il fardello di un’epidemia di queste dimensioni. Ma d’altronde chi potrebbe? Una previsione che è stata confermata dal Presidente dell’Ecuador Lenin Moreno, il quale già sostenne che le severe misure adottate devono giocare d’anticipo, poichè “nessun paese può definirsi preparato nel combattere questa emergenza, ancora meno il nostro”. Per questo il Governo, già da una decina di giorni, ha disposto la quarantena obbligatoria a tutti i cittadini, oltre al divieto assoluto di circolazione dalle 7 di sera fino alle 5 di mattina su tutto il territorio nazionale, dentro e fuori le principali città del paese. Inoltre, l’ingresso ai mercati e supermercati sarà permesso solo un paio di giorni alla settimana, a seconda dell’ultima cifra del documento d’identità. 

Purtroppo, come successo in Italia, le misure non sono state subito prese alla lettera e, soprattutto nella provincia di Guayaquil, la disobbedienza dei primi giorni ha causato un aumento significativo dei contagi. Stanno facendo il giro dei social i video di persone duramente aggredite e represse da polizia ed esercito per non rispettare la quarantena. E anche questo duole. Di fronte alla totale indifferenza di una parte della popolazione anche il Vice Presidente è intervenuto con parole forti e chiare: “Se il popolo Ecuatoriano non si aiuterà reciprocamente, in breve raggiungeremo il momento in cui dovremo scegliere tra chi salvare e chi non salvare, proprio come sta succedendo in Italia o in Spagna”. Un annuncio che suona da campanello d'allarme per coloro che sfuggono alla responsabilità e violano l'isolamento preventivo obbligatorio. D’altronde fanno scuola i modelli Europei, buona parte della paura e dell’antidoto a questo male proviene dal comportamento delle persone, di tutte le persone. Senza una reale collaborazione e senso di responsabilità collettiva la strada si inerpica e il tunnel si allunga.

Se ad esso ci sommiamo l’inaccortezza o l’incapacità di gestione di certi lider mondiali, come Jair Bolsonaro o Manuel Lòpez Obrador lo scenario precipita. Il primo per aver approvato, come un salto nel buio, un decreto sulla “flessibilizzazione” del lavoro, che consentiva alle imprese la sospensione dei contratti di lavoro per un massimo di quattro mesi, senza il pagamento dello stipendio. Una misura che ha trovato subito un’ondata di indignazione tra i membri del Congresso, dell'opposizione e della magistratura, oltre che dell’opinione pubblica, e che è stata fortunatamente revocata dopo pochi giorni. Il secondo per essere stato protagonista di un atteggiamento per lo meno insolito, per non dire scellerato, invitando tutti i messicani a non spaventarsi prima del tempo e a continuare la loro vita normale, uscendo a mangiare nei ristoranti e conducendo una vita sociale senza maggiori riguardi. “Messicani, andiamo avanti come abbiamo sempre fatto, e non smettiamo di uscire. (...) Rispetto la decisione di altri paesi, ma noi non abbiamo bisogno di un coprifuoco”. Stiamo parlando di un paese di 120 milioni di abitanti, metà dei quali lottano con la povertà, che possiede solo 4.372 posti letto abiditi a terapia intensiva, attualmente con circa 400 casi (registrati).

Queste sono le parole e le ordinanze di individui che non hanno, evidentemente, contatto con la realtà dei fatti, e dispiace che ancora molte personalità di potere siano sommersi nello stesso bieco ottimismo. Sicuramente, bisogna vedere anche il rovescio positivo, ma con coscienza. Da questa crisi, l’umanità avrà solo da imparare: sulla fragilità e la caducità della vita, sull’incompatibilità del nostro stile di vita con i cicli rigenerativi della Madre Terra e sulla necessità di ricalibrare le nostre priorità. Non è da escludere che quando l’epidemia finirà, in tanti non vorranno tornare alle loro vite precedenti, alle loro detestate routine, riaggrapparsi a certezze crollate sotto l’ingordigia dell’uomo. Ma tutto questo non avverrà finché non avremo imparato la lezione.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

Ultime notizie

L’Italia è alle strette: diamo spazio alle competenze

04 Aprile 2020
Mentre il dibattito si accanisce sugli apparenti mancati aiuti dell’Europa e le morti nascoste della Germania, ci dimentichiamo delle nostre responsabilità. (Marco Grisenti

Covid-19: andrà tutto bene solo se non torneremo alla normalità…

03 Aprile 2020
La pandemia richiede una risposta immediata ed emergenziale. Ma lo sviluppo futuro dovrà essere più lungimirante e sostenibile! (Alessandro Graziadei)

Social Network: luci e ombre sulla salute mentale

02 Aprile 2020
I “social” ci possono aiutare nelle interazioni sociali. È bene però fare attenzione al loro utilizzo... (Lia Curcio)

Industria bellica, perché la produzione non si riconverte

02 Aprile 2020
Armi. Anche in tempi di emergenza da coronavirus la produzione militare, dai mitragliatori alle bombe, dai Mangusta ai cacciabombardieri F-35 è considerata strategica e tra le attività indispe...

Fame di biodiversità!

01 Aprile 2020
Oltre al Covid 19 l'umanità deve affrontare un’altra enorme sfida: nutrire oltre 9 miliardi di persone con un’alimentazione sana e sostenibile. Sarà possibile? (Alessandro Graziadei)