Così si sciolgono le speranze per il futuro

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L’ultima Conferenza per i Cambiamenti Climatici (COP 25) di Madrid si è conclusa con un niente di fatto. Pochi i piani di riduzione delle emissioni aggiornati, ancor più scarse le volontà e scadenti i propositi di darsi una mossa per arginare un danno già fatto e in continuo peggioramento. E mentre la Terra si surriscalda a ritmi spaventosi, l’Artico diventa sempre più blu. Affascinante? No, terrificante. Perché, tradotto, quel “blue Arctic” che evoca panorami spettacolari e incontaminati, significa in modo molto più crudo e realistico la scomparsa del ghiaccio per almeno metà anno. Il colore dell’Artico, infatti, dovrebbe essere il bianco di ghiacci compatti, non il blu dell’Oceano aperto che alcuni scienziati prevedono sarà navigabile in kayak già nel 2030. I più ottimisti posticipano questo scenario al 2040, o poco oltre.

Lo scioglimento dell’Artico è una di quelle storie tragiche di cui non ci si accorge. Cioè, rettifico. Una di quelle storie che accadono così lentamente rispetto ai ritmi che solitamente ci aspettiamo dagli eventi traumatici che virtualmente ci permette di fare a finta di non accorgercene. Possiamo non farci caso. Anche se sta accadendo qualcosa che modificherà per sempre il futuro, da quello degli orsi polari e degli animali che hanno nell’Artico il loro habitat naturale, al nostro, esseri umani che dovranno fare i conti con una serie di conseguenze di portata insostenibile (riscaldamento delle temperature, sovvertimento delle manifestazioni meteorologiche, innalzamento del livello delle acque, comparsa di nuove malattie, scongelamento dello strato di permafrost, per citarne solo alcune).

Ma lasciando da parte il virtuale e occupandoci del reale? Non stanno cambiando solo le manifestazioni atmosferiche, sono le stesse dinamiche climatiche a subire già adesso variazioni irreversibili per tutto il pianeta, provocando importanti novità nella registrazione dei dati analitici che riguardano suoli più aridi, carestie, incendi, piogge estreme. E non si parla solo dell’inasprirsi delle manifestazioni estive, ma anche di quelle invernali, che si fanno sempre più estreme. Eppure per molti lo scioglimento dell’Artico è una manna: significa nel medio periodo la possibilità di nuove rotte per la navigazione, che possono accorciare in maniera significativa le distanze tra l’Asia e l’Europa; significa avere accesso a nuove operazioni di estrazione mineraria, soprattutto per i metalli più rari; significa l’aprirsi di nuove frontiere militari, per esempio per la Russia di Putin e l’America di Trump, che non ha trascurato provvedimenti per aprire l’accesso alle estrazioni proprio all’interno dell’Arctic National Wildlife Refuge, ma anche per abbassare gli standard di emissione per i veicoli e riscrivere il Clean Power Plan, che definisce i limiti per l’inquinamento da carbonio.

Quelli che potevano fare qualcosa e l’hanno fatta, ma sbagliata, siamo noi. Siamo noi quelli che se ne sono fregati degli ecosistemi più fragili, lasciando andare ogni possibilità di rammendare le scuciture di senso e di azioni, andando alla deriva insieme ai blocchi di ghiaccio che continuano a staccarsi e sciogliersi. Certo, immaginiamo soluzioni avveniristiche di geoingegneria, senza tener conto delle ragioni che rendono queste ipotesi molto pericolose (e di cui ci si può fare un’idea leggendo qualcosa qui). D’altro canto ignoriamo strade molto più sensate, che dovrebbero puntare alla riduzione delle emissioni di carbonio e che invece diventano il tratto distintivo del fallimento delle COP che si succedono tra false prese in carico di impegni disattesi.

I concerti nel ghiaccio per difendere i santuari oceanici, quel “Save the Arctic!” che rieccheggia nei cuori delle anime più sensibili, restano purtroppo e ancora un grido straziante tanto quello di certe favole di un’infanzia perduta: l’Artico è ancora troppo lontano dalla California, dal Bangladesh o da Venezia che rischiano di essere sommersi per sempre, rimane alieno nel senso più radicale del termine tanto quanto restano ancora assurde e incomprensibili per molti le implicazioni per il nostro quotidiano. Gli unici legami per ora si limitano a esotiche destinazioni per le vacanze più trendy.

Scusate quindi se l’anno inizia all’insegna del pessimismo e del cinismo, ma non c’è nulla di più doloroso, frustrante e assurdo di un grido di allarme ignorato in questa folle corsa verso l’autoannientamento che ci vede tutti inchiodati allo stesso Pianeta che da un lato si scioglie e dall’altro brucia, per una ragione unica. Noi.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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