Chernobyl: “dopo 27 anni portiamoli via dalle zone radioattive”

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Le chiamano “zone morte”, ma sono “zone vive”. Sono quelle che i governi di Bielorussia, Ucraina e Russia hanno sgomberato e interdetto dopo l'incidente nucleare più drammatico della storia, quello di Chernobyl del 26 aprile 1986. Un disastro che avrebbe potuto avere conseguenze ancora più drammatiche se il giorno dopo il dottor Cliff Robinson, che faceva il chimico nella centrale nucleare di Forsmark, vicino a Stoccolma, non si fosse accorto che qualcosa non andava. “Gli strumenti segnalavano un altissimo livello di radiazioni, talmente alto che Robinson spegne e riaccende più volte il sistema, convinto che sia bloccato, visto che la centrale non ha danni. Le altre due centrali nucleari svedesi rivelano le medesime anomalie. C’è radioattività dappertutto, ma la contaminazione arriva da sud est. Non ci vuole molto per capire che viene da Chernobyl, in Ucraina, allora Unione Sovietica”, ci raccontano le ricostruzioni giornalistiche della scoperta del fall-out atomico. I sovietici negarono in principio qualsiasi incidente nucleare, ma poi si arresero ammettendo un pericolo nucleare di livello 7, il massimo della scala (paragonabile all’esplosione simultanea di più di 100 bombe nucleari analoghe a quelle che nel 1945 avevano sterminato Hiroshima e Nagasaki), e iniziarono una frettolosa operazione di evacuazione. Oggi, dopo 27 anni, 5 milioni di persone continuano a vivere nelle aree vicine alla centrale nucleare V. I. Lenin, ancora contaminate dalla radioattività rilasciata quando è esploso il reattore numero 4. Tra loro anche centinaia di migliaia di bambini con un’aspettativa di vita spaventosamente bassa a causa di un livello di radioattività che supera il limite massimo per la salute umana di oltre 50 volte.

“Nel solo villaggio di Gden in Bielorussia, a 15 km dalla centrale di Chernobyl, oggi abitano 250 persone, 25 sono bambini” ha spiegato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza lanciando una petizione europea alla quale hanno già aderito tra gli altri Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera, Roberto Saviano, scrittore, Gino Strada, fondatore di Emergency e Nicola Zingaretti, presidente della regione Lazio. “Vivono completamente abbandonati a se stessi, privi di ogni servizio: mangiano ogni giorno prodotti agricoli fortemente contaminati. Come l’acqua che bevono. Queste aree nel raggio di 30 km dalla centrale, la zona morta appunto, oggi si stanno ripopolando. E la cosa drammatica è che le istituzioni locali e la comunità internazionale fanno finta di non vedere. L’Europa non può ignorarli. Non possiamo accettarlo! Bisogna intervenire subito: anche questi bambini hanno diritto al futuro”.

Come ha recentemente denunciato un reportage di Legambiente, effettuato a sostegno del progetto Rugiada che ogni mese cura decine di bambini colpiti dalle radiazioni nucleari in Bielorussia, Ucraina e Russia, in questi paesi è in corso una incomprensibile campagna governativa di negazione del rischio sanitario per i cittadini, praticata con iniziative pericolose come la riapertura di aree contaminate per consentire di nuovo l’attività agricola o il ritorno nelle case abbandonate dopo l’incidente. Per questo è fondamentale intervenire in modo significativo per ridurre i rischi di carattere sanitario che la popolazione residente nelle aree più colpite dal fall-out radioattivo sta subendo in prima persona. “È infatti inconcepibile - ha spiegato Angelo Gentili, coordinatore nazionale di Legambiente Solidarietà - il fatto che le autorità e le istituzioni locali minimizzino le conseguenze ambientali del disastro nucleare che permangono in modo sempre più grave per le famiglie e i bambini costretti a vivere nella zona a maggiore rischio”. Drammatico è anche il mancato controllo sul taglio del legname radioattivo, sul prelievo di selvaggina, funghi e frutti di bosco e sulla loro successiva commercializzazione anche sui mercati internazionali. Un problema che non va sottovalutato e che al momento non è di facile individuazione grazie alle maglie larghe che compagnie senza scrupoli utilizzano nella compra vendita dei prodotti che arrivano dalla zona contaminata.

“A complicare questo quadro disumano c’è anche la costruzione di una nuova centrale nucleare nel nord della Bielorussia, a 50 km chilometri dal confine con la Lituania, anch’essa in procinto di costruire un nuovo impianto atomico” ha spiegato Dezza. “Tutto questo è inaccettabile. Sono doverosi interventi e progetti per ridurre rischi ed effetti della contaminazione e l’insopportabile rischio dell’oblio. Ma queste azioni non posso essere demandate esclusivamente alle autorità governative locali o alla buona volontà delle tante associazioni e organizzazioni del volontariato internazionale: è necessaria prima di tutto una forte presa di coscienza e iniziativa da parte delle istituzioni e organizzazioni governative internazionali”.

Oggi senza interventi tempestivi tutte le persone che vivono nelle terre contaminate sono destinate a morire ed andranno ad aggiungersi alle percentuali di mortalità che il disastro ha prodotto e produrrà nei prossimi anni. Il rapporto ufficiale redatto da agenzie dell’ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA e altre) all’indomani della tragedia conta 65 morti accertati e stima altri 4.000 decessi dovuti a tumori e leucemie lungo un arco di 80 anni che non sarà possibile associare a livello clinico direttamente al disastro, ma che sono sicuramente imputabili almeno come con-causa alle radiazioni di Chernobyl . Questi dati ufficiali sono stati a più riprese contestati da associazioni antinucleariste internazionali, fra le quali Greenpeace, che già nel 2006 aveva presentato una stima di 6.000.000 di decessi su scala mondiale nel corso dei 70 anni successivi al 1986, contando tutti i tipi di tumori riconducibili al disastro. Il gruppo dei Verdi del parlamento europeo, invece pur concordando con il rapporto ufficiale ONU per quanto riguarda il numero dei morti accertati, se ne differenzia e lo contesta sulle morti presunte, che stima piuttosto in una forbice compresa tra le 30.000 e le 60.000 vittime, oltre ai 165.000 disabili accertati figli di quella catastrofe.

Ma Chernobyl non è stato e non sarà solo un costo da saldare in vite umane. "Al fine di ridurre le perdite economiche conseguenti alla catastrofe, che potrebbero raggiungere i 180 miliardi di dollari nel 2015, è importante proporre un programma condiviso da tutte le regioni coinvolte dall’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl del 1986" ha spiegato il presidente dell’Ucraina, Viktor Yanukovych, in occasione del 27esimo anniversario dell’incidente, ricordando che per arrivare al completo smantellamento della centrale occorrerà aspettare il 2065 mentre i lavori per la costruzione del nuovo “sarcofago” di sicurezza dovrebbero essere conclusi entro il 2015.

Per questo e per evitare una seconda catastrofe umana ed economica nella regione, Legambiente ha chiesto, con questa raccolta firme lanciata a 27 anni dal disastro, un forte intervento della Comunità internazionale, a partire dalla Commissione europea, “con programmi di tutela sanitaria e progetti di ricollocazione per quei bambini e quelle persone che in Bielorussia, Ucraina e Russia ancora oggi vivono in villaggi all’interno della zona morta o comunque in aree fortemente contaminate; con il sostegno di progetti internazionali di monitoraggio ambientale per meglio studiare l’evoluzione della contaminazione radioattiva; attraverso interventi specifici e mirati di bonifica” ed infine “con il tentativo di far rivedere ai governi di Bielorussia e Lituania i progetti di costruzione di due nuove centrali nucleari sul loro territorio”. Intanto, in attesa di una risposta dell’Europa nelle “zone morte” continuano ad abitare “persone vive” dimenticate come i pochi liquidatori ancora in vita: uomini e donne, civili e militari, personale della centrale, pompieri, protezione civile e medici, che furono reclutati o accorsero volontari da tutta l’Unione Sovietica per tentare di arginare l’emergenza.

Alessandro Graziadei

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