Che aria che tira

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Foto: Anna Molinari ®

Una cinquantina di persone, l’atmosfera accogliente e informale della caffetteria del MUSE – Museo delle scienze di Trento, due professionisti appassionati e generosi di spunti e prospettive. Prospettive che si incontrano per discutere di un presente critico, nel vero e proprio senso etimologico della parola: un presente di crisi, che ci vede sul crinale di scelte importanti, definitive, e che rappresenta certo opportunità e sfide, ma che porta anche con sé paure e assunzioni (necessarie ma non scontate) di responsabilità. In un museo delle scienze, luogo di ricerca e cultura, di sviluppo e divulgazione, si incrociano lo sguardo attento al passato del paleontologo Massimo Bernardi e lo sguardo rivolto al futuro del previsore di Meteo Trentino Roberto Barbiero. Si parla di cambiamenti, quelli epocali calcolati in milioni di anni e quelli del nostro tempo, insignificanti negli intervalli temporali della geologia, ma unici e profondamente significativi non solo per noi che ne siamo testimoni, non solo per gli ecosistemi che ne sono i protagonisti e al contempo le vittime, ma anche per i paleontologi del futuro, che leggeranno nelle rocce i segni indelebili delle nostre decisioni.

Perché di fatto di questo si tratta, di decisioni. Siamo la prima specie a trovarsi di fronte a uno scenario di estinzione e ad averne consapevolezza, e quindi, qualunque sarà la strada che vorremo intraprendere, non sarà mai esito di ciò che non sapevamo. E non potremo mai dire di non averlo saputo. Bene. Allora, se scelte dobbiamo fare, per trovare indicazioni e risposte è importante porsi domande oneste e corrette. Partiamo da questa, per esempio: cosa sta succedendo al clima del nostro Pianeta? E perché la paleontologia ci può aiutare a capirci qualcosa?

Due sono gli elementi anomali rispetto alla nostra storia più recente:la velocità con cui il clima sta cambiando e le temperature si stanno riscaldando; il contributo dell’uomo, che per la prima volta entra attivamente (e a gamba tesa?) come attore e non come comparsa su queste modifiche. Il clima è un complesso sistema di interazione di molti fattori, derivante da scambi di energia e materia che ne determinano le condizioni medie a livello planetario, avendo il sole come motore energetico. Se fino a un certo momento i fattori di cambiamento sono stati naturali (ce lo dicono studi sui carotaggi effettuati nei ghiacciai), negli ultimi secoli l’aumento della temperatura globale è stata però di circa 1,1°C rispetto all’era pre-industriale: ma 1°C… è tanto o è poco?

Pensiamo al nostro corpo: 1 grado in più fa la differenza, ci dice per esempio se abbiamo la febbre oppure no. La terra è “un corpo” di 42 mila chilometri di circonferenza e 6 mila chilometri di diametro, e in molti luoghi del Pianeta sono già state adottate contromisure rispetto a cambiamenti irreversibili dovuti alla variazione delle condizioni e delle temperature: ci riferiamo per esempio all’innalzamento del livello dei mari, con l’acqua salata che invade i pozzi di acqua potabile e i terreni coltivabili; ma si pensi anche agli effetti fisici diretti, come la riduzione dei ghiacci continentali e lo scioglimento del permafrost, il terreno perennemente ghiacciato, che non solo crea disagi alle vie di comunicazione, ma che libera sulla terra e nell’aria una quantità di materiale biologico prima ghiacciato, che ora si decompone ed emette ulteriori gas serra e metano; ma si consideri anche l’aumento per intensità e frequenza di fenomeni ed eventi estremi (siccità, alluvioni, etc.) che, è scontato ricordarlo, hanno impatto anche sullo stato di salute delle persone; per non parlare poi dei danni indiretti, quelli ecosistemici (uno su tutti, la scomparsa di aree della barriera corallina), senza contare i conseguenti impatti socioeconomici.

Cosa può quindi raccontarci la storia geologica del nostro Pianeta? Geologicamente, la vita ha un motore importante: l’estinzione. Gli organismi nascono e muoiono in un ciclo di vita naturale che spinge avanti l’evoluzione. Da studi ostinati e dettagliati sugli affioramenti rocciosi nel mondo, si scopre che la biodiversità cresce con una certa costanza ma, quando cala, lo fa bruscamente. Sono appunto le grandi estinzioni di massa, quelle in cui in pochissimo tempo circa il 60/70% delle specie si estinguono, quelle che hanno spinto alcuni a riferirsi all’attuale periodo come Antropocene, definendone per differenza la netta unicità rispetto ai periodi precedenti.

Insomma, di fronte al variare delle condizioni di tolleranza che gli organismi possono sopportare all’interno di ecosistemi intricati e complessi, le strade sono poche e definite: muoversi, adattarsi oppure estinguersi. E se il panda, il rinoceronte o l’orso bianco diventano per noi teneri simboli di un’estinzione che ci fa paura e ci chiama ad agire, è importante ricordare anche che i biodiversity hotspotssono soprattutto altri. La vita sulla terra si radica in zone del Pianeta molto ricche di biodiversità, come l’Amazzonia, le foreste tra Tanzania e Congo, le foreste del Borneo, ovvero le aree intertropicali (si veda la Red List IUCN). E non serve allontanarci molto, se pensiamo che in Europa esiste oggi una sola foresta primaria, quella di Białowieża, in Polonia. Un sito patrimonio UNESCO che, ciò nonostante, si trova a combattere ancora una volta contro le aggressioni dell’uomo.

Insomma, se non sceglieremo di guardare in faccia la realtà, potremmo davvero e soltanto dire che il nostro problema siamo stati proprio noi. “È una linea tratteggiata, quella verso la sesta estinzione, ma non siamo già lì”, ci ricorda Massimo Bernardi. E ci invita a prendere una posizione: perché potremmo anche decidere di estinguerci, ma almeno non avremmo subito la sorte dei trilobiti, creature marine scomparse senza nemmeno rendersene conto. 

Quale destino sceglieremo allora per il nostro Pianeta?

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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