Cambiamento climatico, femminile plurale

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Se ti dico la parola “cambiamento” a cosa la associ?

Fare una domanda del genere di questi tempi non è facile. Molte delle persone che conosco mi direbbero che evoca scenari complessi, difficili, ma pur sempre di segno positivo, che implicano la capacità di gestire l’inatteso e l’imprevisto come una sfida per la propria crescita, non come un ostacolo. Altri mi direbbero che il cambiamento è uno sgarro alle abitudini confortanti, è un rischio da non scegliere se non per costrizione, una questione di preferenza della serenità del noto sull’inquietudine dell’ignoto. Altri ancora penserebbero al clima, e di discussioni se ne aprirebbero come matrioske, perché è una delle questioni calde - e mai come in questo caso di temperature si parla - del nostro presente e del nostro futuro. In questi termini il cambiamento è sì un rischio, concreto, reale e tragico già nelle sue prime conseguenze per milioni di persone, in particolare donne.

Quindi, oggi, per una volta, al sentire la parola “cambiamento” pensiamo a loro. Perché sono loro le più esposte, e la portata globale di questo peso che grava sul capo delle donne la si capisce da alcune considerazioni di Italian Climate Network, che partono da una questione di diritti, ma che vanno oltre, portando in superficie disuguaglianze economiche e sociali. Nei soli Paesi in via di sviluppo le donne rappresentano il 43% della forza lavoro agricola, senza essere sollevate da responsabilità che riguardano la gestione della casa, l’accesso alle risorse idriche di prossimità che influiscono sulla salute e sui sistemi igienico sanitari, l’educazione dei figli: in generale hanno in carico la sussistenza dignitosa del nucleo familiare, più o meno allargato che sia. E questo non accade solo nei Paesi impoveriti. Accade anche nei ricchi Stati Uniti d’America, per esempio, quando nel 2005 la catastrofe meteorologica dell’uragano Katrina ha scoperchiato la fragilità di un sistema che lascia indietro molti e soprattutto molte, in particolare nella comunità afroamericana (specialmente madri single).

Un fenomeno di portata talmente vasta ed evidente che anche l’UNDP, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, ha ritenuto necessaria una riflessione su questi delicati aspetti dello sviluppo globale che non tengono il passo dei più poveri tra i poveri. Le donne hanno raramente accesso a strumenti di credito tecnologico che ne faciliterebbe il lavoro e ne migliorerebbe le condizioni di vita. Ma nella gestione delle risorse naturali le donne hanno skillssuperiori a quelle degli uomini e sono in grado, se coinvolte in processi decisionali sul tema, di strutturare una valida risposta ai disastri ambientali, sia per quanto riguarda la messa in sicurezza della popolazione sia per quanto concerne la ricostruzione post disastro e il reperimento di nuove risorse di immediata necessità.

Non si tratta quindi solo di valorizzare l’agricoltura sostenibile come passo dovuto per combattere povertà malnutrizione, proteggendo contemporaneamente la qualità del suolo, dell’aria, delle acque e delle filiere: le Nazioni Unite hanno aperto un capitolo specifico su genere e cambiamenti climatici (rif. UN Women) all’interno della Convezione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC), creando nel 2011 un gruppo di lavoro orientato all’equità di genere, sia valorizzando il ruolo che le donne possono avere nell’adattamento al riscaldamento globale in atto, sia considerandone l’expertisenella mitigazione di questi fenomeni nel medio-lungo periodo.

Si parla dunque di una prospettiva planetaria, che scavalca i confini nazionali e contempla una serie di azioni volte al coinvolgimento delle donne nei processi decisionali che influenzano il clima a livello locale e globale: cambiamenti che hanno a cuore le comunità, dalle più piccole e vicine, le famiglie, a quelle internazionali che condividono anche a distanza un unico destino: quello del Pianeta.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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