“Cambia la Terra”: chi inquina viene pagato

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Foto: Pixabay.com

Nel nostro paese, chi utilizza pesticidi, diserbanti e fertilizzanti sintetici in agricoltura si aggiudica la quasi totalità delle sovvenzioni europee e nazionali. In pratica, chi inquina viene pagato. La denuncia arriva dal Rapporto “Cambia la Terra 2018”, presentato il 27 novembre alla Camera dei deputati. Un progetto curato da FederBioISDE-Medici per l'Ambiente, LegambienteWWF Lipu, che mira a informare e sensibilizzare i cittadini – ma anche e soprattutto le istituzioni – sull’impatto dell’agricoltura industriale rispetto al cibo che arriva nelle nostre tavole e più in generale rispetto alla salute e all’ambiente. “Oltre il 97% degli incentivi pubblici europei viene destinato nel nostro Paese a sostenere forme di agricoltura che diffondono sostanze chimiche dannose all’ecosistemae alla salute umana” si legge. Di contro, meno del 3% delle risorse pubbliche va a sostenere il ruolo di difesa ambientale e sanitaria svolto a molti livelli dall’agricoltura bio, che rappresenta il 14,5% della superficie agricola coltivata del nostro Paese: appena 963 milioni di euro su 41,5 miliardi di euro, secondo i dati dell’Ufficio studi della Camera dei deputati. “Se si ragiona in termini di superficie, sei volte in meno di quello che le spetterebbe”. Eppure, sono proprio loro, gli agricoltori bio, a sobbarcarsi gli oneri maggiori. “Pagano costi economici più alti per produrre in maniera pulita: più lavoro per produrre senza concimi e diserbanti di sintesi chimica, maggiori costi amministrativi e burocratici, costi aggiuntivi per difendersi dalla contaminazione accidentale e una produzione più contenuta”.

Da qui, la necessità di un cambio di rotta. La presentazione del rapporto è stata infatti l’occasione per lanciare alla politica alcune proposte, a cominciare dalla prima e più ambiziosa: arrivare in Italia al 40% di campi biologici entro il 2027, a conclusione della nuova Politica agricola europea (PAC). La seconda proposta è quella di cominciare fin da subito a vietare il glifosato – nonostante il rinnovo della Ue dell’autorizzazione per i prossimi cinque anni – perlomeno nelle aree protette dalle direttive europee, e rimuoverlo dai piani di sviluppo rurale. “Questo per eliminare il paradosso secondo cui vengono destinati dei fondi pubblici ad un prodotto potenzialmente cancerogeno” commenta Maria Grazia Mammuccini, responsabile del progetto per FederBio. La terza proposta intende infine “agire sul Piano d’azione nazionale sui pesticidi, chiedendo di ribaltare l’onere: le misure di prevenzione devono essere a carico di chi usa pesticidi, secondo il principio di ‘chi inquina paga’, in particolare esigendo il rispetto delle distanze di sicurezza dei campi con pesticidi chimici dai centri abitati”. 

Secondo gli autori del report, infatti, è ormai indubbio che la cosiddetta “rivoluzione verde” (ovvero l’industrializzazione più la chimica di sintesi, utilizzata in agricoltura dalla seconda metà del ‘900), si stia ormai esaurendo a causa dell’enorme impatto ambientale che ha generato: “L’11% dei gas serra che stanno alzando la febbre del Pianeta proviene dai campi coltivati; l’allargarsi a dismisura di coltivazioni sta eliminando boschi e foreste ed è una delle prime due cause di perdita di ecosistemi” affermano. Al contrario, l’agricoltura biologica si rivelerebbe uno tra gli strumenti più efficaci nella lotta al cambiamento climatico: produce meno anidride carbonica, aumenta la biodiversità e di conseguenza la fertilità ai suoli, combattendo attivamente fenomeni come la desertificazione, l’erosione dei suoli e l’effetto serra. Per non parlare della tutela dell’ambiente e della salute pubblica. “Inoltre – spiega Maria Grazia Mammuccini – puntare sull’agricoltura biologica è anche una opportunità strategica di sviluppo per le aziende agricole e di occupazione per i giovani”. 

Un messaggio che la politica sembra voler recepire a livello trasversale. “Si tratta di un obiettivo condiviso, e lo dimostra il fatto che il biologico in questi anni è cresciuto moltissimo – ha detto Susanna Cenni, vicepresidente della Commissione Agricoltura della Camera – Per me non è il risultato di una moda ma di una presa di coscienza profonda, che dobbiamo far crescere ancora. Certo, non credo sia la panacea che può risolvere tutti i problemi ambientali, ma ad oggi è indubbiamente la strada per contrastare alcuni fenomeni che stanno distruggendo la nostra agricoltura”. Il problema sono le tempistiche: secondo Cenni, infatti, non è certo che la Pac verrà approvata in tempi adeguati prima delle nuove elezioni del Parlamento europeo

Intanto, come spesso accade le spinte maggiori arrivano soprattutto dal basso, a partire dai “biodistretti”: territori naturalmente vocati al biologico dove agricoltori, cittadini, amministratori pubblici e scienziati hanno stretto un patto per la gestione sostenibile delle risorse, secondo i principi dell’agricoltura biologica e dell’agro-ecologia. “Esperienze e buone pratiche nate spesso senza alcun sussidio pubblico, ma che dobbiamo impegnarci a sostenere e incentivare” continua Cenni. Un attivismo e protagonismo che può sovvertire anche quell’ordine che vede da sempre, nella catena della produzione, i cittadini all’ultimo posto in quanto consumatori finali del prodotto: “Oggi la sostenibilità è misurabile e sarà il consumatore che farà la scelta, che imporrà all’agricoltore di cambiare – commenta il presidente della Commissione Agricoltura, Filippo Gallinella – I cittadini vogliono cibo sano e attento all’ambiente, che ricollegano direttamente al cibo biologico. Lo ha ribadito anche un sondaggio realizzato dalla commissione che si sta occupando della Pac. La sfida è riuscire a misurare la sostenibilità, indicarla sulle etichette dei prodotti e lasciare che il consumatore possa ‘votare con il carrello’. In questo modo darà lui stesso un segnale ai produttori”. 

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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