Bosnia. Winter is coming

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A partire dalla primavera 2018, lungo la così detta Balkan route, si è aperta una nuova rotta migratoria che dalla Turchia mira all'Europa fermandosi in Bosnia Erzegovina. Essendo sigillate le frontiere a nord della Serbia, verso Ungheria e Croazia, migliaia di migranti si trovano bloccati da quasi due anni nei campi profughi di Grecia, Macedonia e Serbia. Parte di questi si sono riversati in direzione Albania e Montenegro e, altri, attraversando il fiume Drina, verso i confini occidentali della Bosnia Erzegovina, da dove cercano disperatamente di attraversare il lungo confine con la Croazia, nel tentativo di raggiungere quindi Slovenia, Italia, Austria e proseguire il loro viaggio verso il nord Europa.

Dall’inizio del 2018 a fine giugno, l’UNHCR ha registrato 7600 arrivi in Bosnia: si tratta di persone provenienti da «Pakistan (30%), Siria (17%), Afghanistan (12%), Iran (11%) e Iraq (10%)», ma sono presenti anche nordafricani e nepalesi. I numeri reali sono probabilmente maggiori, considerato che quelli ufficiali si basano sui dati raccolti dalla polizia bosniaca, che consegna ai migranti che intercetta una specie di “foglio di transito” che ne legalizza la presenza sul territorio nazionale per 15 giorni. 

La Bosnia Erzegovina è l’unico Paese europeo di fatto commissariato, cioè sotto il controllo militare dell’UE (EUFOR, a guida austriaca dal 2009), che ha sostituito la NATO, e sotto il controllo politico dell’Alto Rappresentante per la Bosnia. La presenza dell’Alto Rappresentante – dal 2009, l’austriaco Valentin Inzko – pone la politica bosniaca in uno stato di subalternità a un varo esterno e complica il già articolato sistema statale e amministrativo, deforme figlio della “pace di Dayton” che congelò il conflitto di inizio anni '90 nei balcani. Questa situazione politica, le elezioni imminenti e la questione religiosa sollevata dal partito nazionalista serbo (in riferimento a un ripopolamento musulmano della Bosnia attraverso i migranti che sarebbero benvoluti dai politici bosgnacchi) determinano un disinteresse politico per le condizioni di vita delle persone migranti e per l’avvio di procedure di asilo: al momento ci sono tre soli – e pienissimi – centri di accoglienza statali, uno a Delijaš (in Republika Sprska) uno a Salakovac (vicino a Mostar) e uno a Sarajevo.

La Bosnia sta sopperendo all’assenza di un’organizzazione statale delle migrazioni attraverso il volontariato e le donazioni locali (cresciute esponenzialmente nel mese di Ramadan per poi riassestarsi al ribasso), la presenza di ong internazionali (Croce rossa InternazionaleMedici senza frontiere e vari gruppi minori) e di molti volontari indipendenti e l’intervento dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (OIM) e dell’Alto commissariato per i rifugiati (UNHCR) oltre ad un variegato mondo solidaristico italiano ma l’equilibrio vacillante tra questi attori e la gestione caotica, mancando un ministero che faccia da coordinamento, non garantiscono che le condizioni minime di sopravvivenza saranno assicurate sopraggiunto il freddissimo inverno dei Balcani centrali.

La maggior parte degli arrivi si concentra nelle zone di Sarajevo e, in maniera esponenziale nella parte nord-occidentale del paese: insediamenti informali sono stati stabiliti a Borići (Bihać) e Velika Kladuša. Secondo l’UNHCR, ad oggi, nel cantone di Una-Sana ci sono 3.500 persone migranti, con arrivi giornalieri di 60/80 persone: la maggior parte di queste si trova infatti a Bihać dove sono stimate circa 2.000 persone, molte delle quali donne e bambini.

Da fine aprile, una gran parte delle persone migranti di stanza a Bihać è alloggiata nel campo di Borići (Đađki dom), gestito durante l’estate dalla Croce rossa (CR) locale: Borići è costituito da un edificio non-finito che sarebbe dovuto essere una casa dello studente, ma che è stato abbandonato allo scoppio della guerra. Nell’edificio, i migranti si accatastano nei vani che si aprono su ogni piano: dormono dentro questo scheletro con le tende e i sacchi a pelo per ripararsi dalla pioggia che entra dalle finestre senza vetrate e cola dalle solette marce. Un paio di volontarie del servizio civile internazionale SCI e Corpo civile di Pace CPP di Ipsia (Istituto Pace Sviluppo Innovazione Acli) aiutano la Croce Rossa nella gestione dell'emergenza

A Velika Kladuša, invece, sono stimate 1.000 persone di cui 500 risedienti nel campo informale adiacente alla stazione degli autobus, dato in uso dalla municipalità. Il restante è accampato nei boschi vicino al confine e in uno altro spiazzo vicino alla città. Per cause strutturali le condizioni igenico-sanitarie sono in continuo peggioramento in entrambi i campi. Nell’ex-studentato di Bihac, sono state allestiti all’esterno docce (senza acqua calda) e bagni chimici, oltre che un container con lavatrici, ma l’edificio nel quale sono ospitate le persone è fatiscente e parzialmente crollato e non offre riparo dal freddo o dalla pioggia e oltre alla struttura in muratura sono poi state montate sia tende da campo, che tende da campeggio; in vista dell’inverno, i primi giorni di Settembre, IOM ha iniziato dei superficiali lavori di ristrutturazione che prevedono la chiusura di tetto e finestre.

Se nel territorio di Bihać la presenza quotidiana della Croce Rossa locale (ente capofila che coordina le attività al Dom) garantisce tre pasti al giorno, servizi igienici, distribuzione di vestiti, coperte, tende e prodotti per l’igiene personale, nel campo di Velika Kladuša la situazione è meno strutturata con la presenza quotidiana di piccole ong e associazioni composte per lo più da giovani europei che con le loro scarse risorse forniscono servizi igenici, vestiti, tende, coperte e due pasti giornalieri, quando possono. Nel prato di Kladuša, ci sono solamente tre bagni chimici, due docce fredde e l’elettricità arriva tramite un generatore a orari discontinui. Tra i maggiori disagi, il propagarsi di malattie cutanee (scabbia) e le infestazioni di pulci e pidocchi, sia sulle persone, che tra coperte e nelle tende. Alcune centinaia di persone, con maggiori mezzi economici, risiedono illegalmente in appartamenti dati in affitto dalla popolazione locale tant'è che la povera Bosnia, mai rialzatasi dal conflitto degli anni '90, considera le migrazioni un'opportunità; un indotto. Ogni giorno vengono riportati incidenti ai confini con la Croazia, sono state accertate sistematiche violenze e aggressioni ad opera della polizia croata, segnalate sia dalle piccole associazioni, ma anche da Medici Senza Frontiere che da luglio opera nel contesto bosniaco con un presidio medico sanitario per i migranti. 

 Nonostante questo, tutto è al momento fermo in uno stallo legato alle politiche del Paese che ha ricoperto ogni strada di giganteschi cartelloni di propaganda elettorale. Con l'inverno alle porte.

 Fabio Pipinato e Silvia Maraone con Ipsia tra i migranti nel Balcani ci racconteranno la prossima tappa in Serbia

Fabio Pipinato

Sono un fisioterapista laureato in scienze politiche. Ho cooperato in Rwanda e Kenya. Rientrato ho curato la segreteria organizzativa dell'Unip di Rovereto. Come primo direttore di Unimondo ho seguito la comunicazione della campagna Sdebitarsi e coniato il marchio “World Social Forum”. Già presidente di Mandacarù sono oggi presidente di Ipsia del trentino (Istituto Pace Sviluppo Innovazione Acli) e CTA Trentino (Centro Turistico Acli) e nel direttivo di ATAS. Curo relazioni e piante. 

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