“40 anni fa qui c’era un fiume. Ora è rimasta solo questa pozza”

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Foto: Simone Migliaro ®

Lo racconta Dali, una donna della comunità Afar nel nord dell’Etiopia. Sta in piedi, nel mezzo di quello che nei suoi ricordi d’infanzia era il letto di un fiume e che oggi è solo terra arida e spaccata. Dei ricordi del passato sopravvive solo una piccola pozza, che resta una fonte d’acqua, insalubre e causa di malattie, per persone cammelli e capre, le mandrie del popolo pastorale che abita questa regione. Gli effetti dei cambiamenti climatici sono sotto i nostri occhi. Li vediamo nel “clima impazzito” a casa nostra. Il nord Italia, ad esempio, ha vissuto una siccità assoluta nei primi due mesi dell’anno, che ha fatto sì che il Lago Maggiore si trovasse in stato di emergenza per la mancanza di 200 milioni di metri cubi d’acqua. Il cambiamento climatico ci tocca tutti, è vero. Ma non in ugual modo.

In alcune aree del mondo dove le popolazioni hanno meno strumenti per fronteggiarne gli effetti, l’impatto è devastante. Come accade in Afar, uno dei posti più siccitosi del Pianeta e abitato da una popolazione di quasi 2 milioni di persone. Il popolo degli Afar pratica la pastorizia e per questo riesce a sopravvivere in questa terra arida, dove l’agricoltura in gran parte non è praticabile. Sembra che queste persone siano decise a restare nella propria terra e solo in minima parte emigrano all’estero, dove le mete più battute sono il confinante Gibuti o la vicina penisola araba. Ma vivere in Afar sta diventando sempre più difficile. 

Awal Arba, neo-eletto presidente della regione Afar, si trova a dover rispondere ad una situazione critica. Spiega:«Nell’ultimo ventennio la situazione è cambiata e ormai ogni anno c’è almeno un periodo di siccità. Per quattro anni consecutivi, in diverse zone dell’Afar non ci sono state piogge. La desertificazione sta avanzando e le persone hanno il problema di cosa mangiare e di cosa vivere. Prima gli Afar potevano essere soddisfatti ma adesso tutto è andato perso. Dobbiamo tentare di salvare le nostre risorse naturali e trovare lavoro per i giovani. Gli Afar sono un popolo pastorale e la nostra vita è strettamente connessa con il bestiame. Dobbiamo preservare l’ambiente, conservare l’acqua e tutelare la terra».

Le testimonianze delle comunità confermano l’emergenza climatica. Nel distretto di Dewe, uno dei più colpiti dalla siccità, una famiglia Afar racconta:«Qui prima di tutto manca l’acqua. È ciò di cui abbiamo più bisogno. Una nostra tipica giornata? Ognuno cerca di trovare l’acqua scavando dei buchi nella terra.A volte la troviamo, a volte no. Abbiamo molti problemi a vivere qui. La poca acqua che abbiamo non è buona e la gente sta male quando labeve. Gli animali spesso muoiono per la siccità, c’è sempre meno erba. E dobbiamo spostarci continuamente alla ricerca di acqua e pascoli».

Quali sono le speranze e le azioni di questo popolo per resistere ai cambiamenti climatici e alla fame e alla povertà aggravati dai suoi effetti? In contesti di emergenza come questo, la cooperazione internazionale può davvero fare la differenza per tentare di garantire il diritto di vivere nella propria terra.

In Etiopia, la cooperazione italiana ha una presenza molto forte, anche per retaggio storico. Tiberio Chiari, direttore dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo in Etiopiaspiega che la cooperazione italiana è impegnata a promuovere iniziative di resilienza per rafforzare la risposta delle comunità locali alle crisi climatiche:«Resilienza non vuole dire eliminare il problema, che c’è e non può essere risolto, ma mitigare o allungare i tempi di risposta. Puntiamo sul dare qualcosa di nuovo con poli di sviluppo basati sull’energia solare che possano attivare l’economia locale: alimentando pompe di alta potenza per intercettare l’acqua da falde freatiche molto profonde, permettendo attività economiche come macelli locali che valorizzino la vendita della carne, fornendo energia per alimentare ospedali, scuole… per ridare in un ambito povero di risorse naturali, la possibilità di sfruttare quelle che ci sono in modo piu efficiente ed efficace».

Tra le ONG italiane che operano nell’area, la LVIA è tra le più attive. Matteo Boschi, rappresentante di LVIA in Etiopia spiega: «Questa è un’area pastorale quindi bisogna concentrare l’attenzione sulle dinamiche e le necessità di un popolo nomade.Quello che LVIA fa, d’intesa con le istituzioni locali, è la creazione di nuovi punti d’acqua: averla disponibile vicino casa piuttosto che a chilometri di distanza ha un impatto notevole sulle famiglie. Un elemento importante è anche reintegrare lo stock di animali perso a causa della siccità e siamo intervenuti con vaccinazioni e sostanziose distribuzioni di capre alle famiglie più povere», un modo per permette di ricominciare con speranza: la mandrie sono infatti fonte di cibo e soprattutto di reddito, perché possono essere vendute in caso di necessità. «E ancora - continua il rappresentante di LVIA -interveniamo per proteggere la terra dall’erosione causata dalle piogge che, come effetto del cambiamento climatico, cadono con violenza e spazzano via la parte fertile. In una terra così, non cresce più nulla. Di base, si rafforza la resilienza, dando alle comunità nuovi strumenti e competenze per resistere alle avversità climatiche»E la comunità continua il lavoro, come racconta un pastore Afar: «Ci organizziamo in comitati per gestire i pozzi e per salvare queste terre dall’erosione. Costruiamo barriere per bloccare la violenza dell’acqua durante la stagione delle piogge. Da quando facciamo questo lavoro la terra è più fertile».

Invertire la rotta dei cambiamenti climatici è una priorità che non può più attendere, come delineato anche dagl iObiettivi di Sviluppo Sostenibile (Obiettivo n.13) che tutti gli stati del mondo si sono impegnati a raggiungere entro il 2030. Con i trend attuali, infatti, entro il 2030 secondo le Nazioni Unite 700 milioni di persone potrebbero abbandonare la propria casa a causa del peggioramento della scarsità idrica; entro il 2080 la terra non idonea per l’agricoltura in Africa Subsahariana potrebbe crescere da 30 a 60 milioni di ettari. E 4 miliardi di persone – quasi due terzi della popolazione mondiale – vivono già una situazione di severa scarsità d’acqua per almeno un mese l’anno.

Il reportage è stato realizzato nell’ambito del progetto “Escape4Change. Per capire e agire contro i cambiamenti climatici” promosso dalle associazioni LVIA ed Eufemia con la collaborazione della Fondazione La Stampa- Specchio dei Tempi e il supporto finanziario dell’Unione Europea attraverso il progetto “Frame, Voice, Report” e il Consorzio delle Ong Piemontesi

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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