No es fuego, es capitalismo!

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Immagine: Malsalvaje.com

Pochi giorni fa un amico mi ha inviato qualche foto del suo emozionante viaggio in Alaska. Una di queste immortalava una statale nei dintorni di Homer, visibilità ridotta al minimo a causa del fumo degli incendi che ancora devastano quell’area. La notte di giorno. Il loro gruppo purtroppo bloccato negli spostamenti turistici, ma un problema che lui stesso, in qualche rapido sms, riconosceva come minimo di fronte alla distruzione di milioni di ettari di vegetazione ed ecosistemi. La notte di giorno. E’ la stessa immagine rimbalzata ovunque nei giorni scorsi da San Paolo. Tutti ne hanno parlato, e Unimondo no. Unimondo arriva adesso, in ritardo. Perché? 

Perché Unimondo prova a tenere viva l’attenzione quando, dopo i primi giorni di tragedia rimpallata da un social all’altro, da una radio a un telegiornale, tutto tace. Eppure la gravità di quanto sta succedendo in Amazzonia non si arresta con la fine delle notizie che ne parlano: una profonda preoccupazione esiste già da troppo tempo e adesso non fa che peggiorare, accompagnata dallo sconforto (eufemismo!) per la tracotanza di chi non amministra solo un Paese, ma un bene mondiale come quello della foresta amazzonica che non è propriamente “un problema di Bolsonaro”, ma un patrimonio mondiale (anche se il sovranismo va di moda anche in Brasile ed è pure condiviso da molti brasiliani).

Secondo i dati diffusi dall’Agenzia di Ricerca Spaziale brasiliana(INPE, National Institute for Space Research, specializzato in analisi fotosatellitari) quest’anno i numeri degli incendi registrati è da record: hanno interessato la foresta pluviale in oltre 73 mila casi da gennaio ad agosto 2019, ben l’83% in più rispetto alle registrazioni del 2018 (39.759). Da un paio di settimane soltanto l’INPE (anche se Bolsonaro non ci crede e ne scredita i dati scientifici accusando l’Istituto di sabotare la sua presidenza) ha osservato oltre 9.500 incendi boschivi, il cui fumo, come molti di noi avranno visto, era ben visibile dai satelliti della NASA: fumo denso che, trasportato dai venti, ha raggiunto le città provocando un black outanche nella metropoli di San Paolo, pur distante centinaia di chilometri. Dati e condizioni confermati anche dall'Istituto Nazionale di Meteorologia del Brasile (INMET), che ha ribadito come la scena apocalittica sia il risultato della presenza di aria fredda e umida e di ingenti quantità di fumo. 

Non è raro che nella stagione secca in Brasile si verifichino incendi, ma non in numero così elevato, di gran lunga superiore alle medie stagionali registrate. Un aumento che non dipende dalle condizioni climatiche, che pur favorendo la propagazione dei fuochi non possono però giustificare azioni umane deliberate.Ma quali motivi avrebbe l’uomo per distruggere il polmone della terra, luogo prezioso di biodiversità carbonio, essenziale per la funzione di “pompa biotica” (come spiegato in maniera essenziale in questo interessante contributo) nonché la più grande foresta pluviale al mondo? Il Brasile deve improvvisamente far fronte a un’impennata di piromani?

La situazione è decisamente più complicata: non si tratta di isolate e ripetute azioni di poveri diavoli. Si tratta di azioni organizzate attuate da quelle che possiamo benissimo chiamare “mafie”, il cui obiettivo è quello di liberare rapidamene spazio occupato dagli alberi a favore dell’allevamento del bestiame, dell’agricoltura intensiva e di altre attività analoghe, di gran lunga più produttive del garantire un futuro al Pianeta, giusto?

Jair Bolsonaro, notoriamente sostenitore impassibile di ogni logica economica di sviluppo incondizionato e insensibile a qualsiasi ragione di sostenibilità e tutela, ha impiegato giorni per far intervenire l’esercito a spegnere gli incendi. Era in vacanza? Non se n’era accorto? Possiamo addurre qualunque ipotesi, ma non cambia il risultato: uno scempio irresponsabile, che di fatto Bolsonaro con le sue politiche incoraggia. Taglialegna, agricoltori, allevatori e minatori abbattono alberi come se non ci fosse un domani – e non siamo lontani dal vero! Al momento e secondo dati governativi, il ritmo è di 3 campi da calcio al minuto,così da poter utilizzare quanta più terra possibile per interessi commerciali di multinazionali senza scrupoli (da quando Bolsonaro è in carica, la deforestazione è aumentata dell’88%). Non solo le grandi aziende però, anche i piccoli produttori si sentono legittimati a disboscare e bruciare a più non posso, anzi cercano di acquisire foreste pluviali quanto più rapidamente possibile, prima che le cose cambino a loro sfavore.Scopo: favorire lo sviluppo a scapito della conservazione, annullando in questo modo qualsiasi sforzo intrapreso dalle precedenti amministrazioni, che negli ultimi dieci anni avevano ridotto la deforestazione, potenziando al contrario non solo controlli e sanzioni ma anche progetti di recupero della foresta. Dove non vivono “soltanto” circa 3 milioni di specie animali e vegetali, anche 1 milione di indigeni, molti dei quali membri di quelle tribù incontattate che ora rischiano non solo di perdere la propria cultura, ma anche la propria vitaa scapito dello sfruttamento indiscriminato e cieco delle terre di cui vivono da centinaia di anni (guarda caso, gli omicidi dei difensori della terra sono aumentati esponenzialmente con l’aumentare della deforestazione).

Le conseguenze di queste azioni dissennate lasciano poco spazio all’intuizione, oltre che alla speranza: la diplomazia internazionale oppone qualche timido sussulto (Germania e Norvegia hanno annunciato di sospendere il finanziamento del Fondo Amazzonia, nato per la tutela delle foreste, bloccando circa 70 milioni di euro – fondo in cui la sola Norvegia ha investito complessivamente circa 800 milioni di euro in 11 anni), ma non è solo la vita di migliaia di persone ad essere messa in serio pericolo. Saranno incalcolabili anche le ripercussioni sul riscaldamento globale, di cui Bolsonaro, insieme a Trump e altri disinformati senza scrupoli, è convinto negazionista. Ecco perché i fuochi che bruciano l’Amazzonia non sono un problema del Brasile, ma di noi tutti. E sia chiaro, benissimo per le iniziative di ogni tipo, dalle meditazioni alle raccolte fondi con contributi anche di grandi star come Leonardo Di Caprio, accomunate dall’hashtag #prayforamazonia, benissimo anche per le condivisioni sui social per diffondere informazioni che troppo spesso rimangono ai margini dei palinsesti mediatici. Ma ricordiamoci che le nostre responsabilità ce le assumiamo soprattutto con le nostre azioni quotidiane (vedi vignette come questae con le scelte che possiamo fare in fase di voto. Non abbiamo moti strumenti di fronte all’incuria politica e mentale di chi ci governa, ma quelli che abbiamo… usiamoli bene.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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