Farmaci negati

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Nonostante gli sfavillanti progressi della medicina, una manciata di malattie infettive continuano a falcidiare il Sud del mondo. Dal punto di vista di Medici Senza Frontiere (MSF) a uccidere milioni di uomini, donne e bambini non sono tanto le malattie in sé, quanto il mancato accesso alle cure che pure esistono o potrebbero esistere. I prezzi esorbitanti dei farmaci e l'assenza di ricerca sulle malattie che colpiscono i più poveri provocano più morti dei conflitti e delle guerre. Ma è proprio vero che i brevetti (e gli alti prezzi che da essi derivano) sono l'unico mezzo per incentivare la ricerca medica? Ed è accettabile che lo studio di nuove cure sia delegato alle sole industrie private che agiscono secondo logiche di profitto e non secondo i bisogni di salute? Di tutto ciò parleranno giuristi, politici, economisti e attivisti provenienti da tutto il mondo durante la giornata di studio organizzata da Medici Senza Frontiere:

Crisi dell'accesso ai farmaci
Venerdì 17 novembre 2006
Presso il Palazzo delle Stelline - Corso Magenta 61 - Milano
Ore 9.00-18.00
Ingresso libero

L'assistenza medica resta un miraggio per buona parte dell'umanità a causa di complessi fattori: inadeguatezza dei sistemi sanitari, scarsità di personale formato, assenza di infrastrutture, costi di prestazioni e farmaci troppo elevati. La mancanza di medicinali o il loro prezzo proibitivo sono, tra questi fattori, i più immediatamente misurabili e su di essi MSF lavora da anni con la Campagna per l'accesso ai farmaci essenziali. La situazione delle medicine contro l'Aids è emblematica: il costo delle terapie di "prima linea", nei Paesi a basso reddito, negli ultimi 5 anni è sceso da 10mila dollari a 400-150 dollari a paziente per anno, grazie esclusivamente alla concorrenza di farmaci generici, equivalenti a quelli delle multinazionali ma prodotti nel Sud del mondo, soprattutto in India. Questa conquista è costata anni di lotte e non è ancora soddisfacente visto che al mondo ci sono 5milioni di persone che necessitano urgentemente di cure contro l'Aids e appena un milione e 300mila le ricevono. Ancora più drammatica è la questione delle terapie di "seconda linea", necessarie quando nei pazienti insorgono resistenze virali o effetti tossici: in questi casi si devono utilizzare farmaci più recenti e innovativi e quindi meglio protetti dai brevetti che determinano un monopolio di fatto impedendo per almeno 20 anni la concorrenza dei generici e dunque l'abbassamento dei prezzi.

Fiumi di parole sono state scritte e dette sull'importanza del brevetto come strumento per incentivare la ricerca e l'innovazione, ma la questione vista con gli occhi dei malati è un'altra: il diritto a fare profitti e a vedere remunerati i propri investimenti può davvero fare terra bruciata del diritto alla vita e alla salute? I farmaci non sono una merce come le altre. Le norme sul commercio internazionale in parte riconoscono questa diversità e prevedono alcune "clausole di salvaguardia" per favorire la disponibilità di farmaci a prezzi accessibili superando la protezione dei brevetti e permettendo ai Paesi colpiti da emergenze sanitarie di produrre o importare farmaci a basso costo equivalenti a quelli "di marca". Ma queste norme restano quasi sempre sulla carta, inapplicate o annacquate dalla politica "tampone" delle donazioni occasionali da parte dei grandi "marchi" farmaceutici.

Il prezzo non è l'unica barriera. Per alcune malattie le terapie semplicemente non esistono. Flagelli come la malattia del sonno o il morbo di Chagas colpiscono esclusivamente le popolazioni con basso potere di acquisto e per questo nessuna industria è disposta a investire in ricerca.

Le case farmaceutiche multinazionali preferiscono studiare nuovi farmaci per trattare l'obesità, la calvizie o l'impotenza, pur se non vi sono ancora terapie adeguate per trattare la tubercolosi e la leishmaniosi che ancora uccidono in tutto il mondo. Su questo fronte si è però finalmente aperto uno spiraglio: l'OMS ha varato una risoluzione che punta a orientare la ricerca medica sui reali bisogni sanitari e non sulla previsione di profitti. Si promette così un cambiamento di rotta che vedrà - speriamo - Governi nazionali e istituzioni internazionali in prima linea nella ricerca medica, fin qui delegata quasi interamente alle industrie private.

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