Le "Olimpiadi più ecologiche di tutti i tempi" hanno sponsor inquinanti

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Foto: Greenbiz.it

Eravate davanti al televisore per guardare la cerimonia d’inaugurazione delle Olimpiadi diLondra? Le Olimpiadi che gli organizzatori definiscono “le più ecologiche di tutti i tempi”? Dolente di darvi una delusione, c’è sotto del greenwashing, quel fenomeno per cui le imprese assumono sembianze ecologiche prive di sostanza reale. Fra gli sponsor dell’evento ci sono infatti la Bp, quella della marea nera nel Golfo del Messico che è inoltre cointeressata allo sfruttamento delle sabbie bituminose del Canada. La Dow Chemical, che ha acquistato l’Union Carbide da cui uscì la grande nube tossica di Bhopal in India. La Rio Tinto, proprietaria di una miniera a cielo aperto negli Usa accusata diviolazione delle leggi sull’inquinamento atmosferico.

Sorvolo sui costi stratosferici e stralievitati delle Olimpiadi londinesi: soldi che a parer mio potevano essere spesi in modo migliore. Di impianti olimpici ormai è pieno il mondo (le prime Olimpiadi dell’età moderna furono nel 1896 ad Atene), basterebbe riciclare… Ma veniamo agli sponsor. Essi ovviamente (e non solo i tre in questione) hanno sborsato fior di quattrini per riverberare sulla propria immagine l’ombra verde delle Olimpiadi londinesi.

Un bell’articolo del quotidiano britannico Independent, già all’inizio di aprile, ha fatto il punto della questione, dando voce anche al Greenwash Gold, l’associazione che ha passato al setaccio le gesta degli sponsor londinesi sollevando il problema. English Al Jazeera ha approfondito in particolare la questione della miniera.

La Bp mette a disposizione il carburante per i 5.000 veicoli coinvolti a vario titolo nell’organizzazione. Dow, una multinazionale dell chimica, si occupa del telo da 41 milioni di sterline che avviluppa lo stadio, dell’erba artificiale (!) per i campi da hockey e dell’isolamento termico di alcuni tetti. La Rio Tinto fornisce la materia prima per le medaglie.

Oltre a tutto il resto, il gruppo Greenwash Gold rimprovera a Bp di non versare con sufficiente sollecitudine i risarcimenti alle persone danneggiate dal disastro nel Golfo del Messico, e a Dow di non volersi far carico dell’eredità di inquinamento lasciata dietro di sè dalla Union Carbide.

Ma nell’occhio del ciclone c’è soprattutto la Rio Tinto, che secondo Greenwash Gold merita la medaglia d’oro del greenwashing. La miniera di Kennecott posseduta da Rio Tinto nello Utah, dalla quale viene il 99% della materia prima per le medaglie è – si dice – il più grande buco a cielo aperto scavato dall’uomo: 3,22 chilometri di ampiezza e 1,2 di profondità. Sotto una veduta, sembra un paesaggio lunare: e fosse solo questo il problema…

Su questa miniera, situata a poche decine di chilometri da Salt Lake City, pende una causa giuiziaria per l’accusa (smentita dalla proprietà) di violazione delle leggi sull’inquinamento atmosferico per via soprattutto delle polveri che si levano dallo scavo. La portavoce di un comitato di madri che lottano contro la miniera ha dichiarato all’Independent che ad essa è attribuibile il 30% circa delle 1000-2000 morti annuali dovute all’inquinamento nello Utah.

Da Blogeko.iljournal.it

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