Formazione alla cooperazione

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Dovremmo tutti imparare a pensare meno ai nostri piccoli interessi egoistici e cercare invece di interiorizzare e insegnare alle nuove generazioni norme di condotta che richiedono la solidarietà, il rispetto della natura e dell’ambiente, la cooperazione. (Giuliano Pontara)

 

Introduzione

Per “formazione alla cooperazione” si possono intendere molteplici esperienze a seconda del significato che diamo alla parola “cooperazione”. In questa scheda limiteremo il nostro campo di esplorazione alla formazione del personale, sia volontario che professionista, impiegato in progetti ed azioni di cooperazione internazionale, seppur facendo brevi incursioni nel campo più generale della “cooperazione” intesa come “comportamento cooperativo”, ovvero competenza trasversale spendibile in ogni campo dell’agire umano, e al campo della cosiddetta “educazione allo sviluppo” ovvero l’educazione dei giovani, e - di conseguenza - la formazione degli educatori, ai temi dello sviluppo e della cooperazione internazionale.

 

La formazione: un’esigenza non avvertita

Formare alla “cooperazione” non è mai stata un’esigenza di massa fin tanto che la cooperazione allo Sviluppo è rimasta chiusa all’interno di una ristretta cerchia di ong e cooperanti. Per tutti gli anni ’70-’80 infatti le ONG italiane hanno continuato ad inviare sul campo due ordini di “espatriati”: i tecnici e il personale di gestione. I primi avevano alle spalle esperienze relative alla loro professione, dal medico all’ingegnere, dal veterinario all’idraulico. I secondi, coloro i quali gestivano i progetti e costituivano il “management” della ong all’estero, quindi anche con funzioni di pubblica rappresentanza, erano in molti casi persone molto motivate e variamente ispirate.

A seconda del mondo culturale e politico di appartenenza gli espatriati avevano, non sempre ma spesso, competenze e comportamenti legate ai loro modelli di riferimento. Ogni federazione di ong ha dunque sviluppato il proprio percorso formativo che comunque era considerato come un servizio offerto alla struttura federata e non come una “conditio sine qua non” o come un obbligo. Molte ONG non prendevano in considerazione l’esigenza di formare il loro personale ai temi della cooperazione se non nell’ambito specifico in cui il progetto si svolgeva. E questo nonostante la legge n°49 del 1987 (“Nuova disciplina della cooperazione dell’Italia con i Paesi in via di sviluppo”, legge ancora oggi in vigore che regolamenta la cooperazione governativa e non-governativa) preveda all’articolo 2 “Attività di cooperazione” tra le attività che la legge considera e promuove la “formazione di personale italiano destinato a svolgere attività di cooperazione allo sviluppo”.

A conferma di quanto detto ricordiamo che le tre grandi federazioni di ONG italiane, (FOCSIV, COCIS e CIPSI) hanno strutturato un settore dedicato alla formazione relativamente tardi. La più grande di esse, ad esempio, la Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario (oggi “Volontari nel mondo – FOCSIV”) ha istituito solo nel 1991 la propria scuola di formazione, la SPICeS ovvero la Scuola di Politica Internazionale Cooperazione e Sviluppo, aperta a tutti, cooperanti e non. Anche il Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale promuove una Scuola di Alta Formazione dagli inizi degli anni ’90 con cui organizza corsi brevi di vario genere, mentre il Coordinamento delle Organizzazioni non governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo affida agli organismi membri l’iniziativa della formazione.

Questi corsi, però, non sono obbligatori per il personale espatriato prima di recarsi in un paese ad operare ma sono aperti al pubblico e sono per lo più rivolti ad informare l’opinione pubblica circa i principi ed i metodi della Cooperazione. Essi rispondono, pertanto, più ad un bisogno di comunicazione esterna che ad un reale fabbisogno di formazione od aggiornamento professionale, come ritroviamo nel “Manuale di Cooperazione allo Sviluppo” di Raimondi-Antonelli, un testo del 2001: “Negli ultimi anni si è assai diffuso, in corrispondenza peraltro al netto taglio dei fondi per l’APS, il convincimento secondo cui il consenso popolare attorno alla cooperazione stia calando. È significativo che i bisogni formativi ed educativi in materia di sviluppo stiano diventando un tema strategico per i ministeri e le agenzie governative competenti in materia di cooperazione. Anche le risorse stanziate in modo specifico per l’informazione e l’educazione allo sviluppo stanno conoscendo aumenti in diversi paesi (in particolare in Svezia, Australia, Giappone, Canada).”

 

La formazione come accesso alle carriere

Dunque, quando, in Italia e nel mondo, si è avvertita l’esigenza di dotarsi di strumenti formativi adeguati per la formazione e l’aggiornamento del personale impiegato nella cooperazione? Possiamo forse individuare la molla che da inizio a questo processo nella legge di mercato della domanda e dell’offerta. Quando, cioè, a partire dagli anni ’90, il mondo della cooperazione allo sviluppo conosce un significativo boom e le richieste da parte dei giovani di accedere alle carriere internazionali, siano esse intese in senso tradizionale (Organismi Internazionali, Corpi Diplomatici), siano esse intese come nuove professionalità nel campo delle relazioni internazionali (organizzazioni umanitarie, auto-sviluppo, ricerca e formazione, missioni di pace…) aumentano a dismisura.

Durante tutti gli anni ’90 ma soprattutto a partire dal duemila assistiamo ad un fiorire di corsi di studio e formazione sulla cooperazione internazionale e materie limitrofe, quali l’intervento umanitario e la riconciliazione, la gestione delle emergenze e la mediazione dei conflitti, settori questi che, dapprima in pieno contrasto con l’idea di “sviluppo” poi gradualmente in maniera integrata e sinergica, entrano a far parte del più complesso sistema delle relazioni internazionali. Due cose bisogna notare in questo percorso evolutivo.

La prima è che la domanda formativa non è una domanda interna al mondo professionale della cooperazione ma appartiene al corpo sociale in genere. È una formazione intesa soprattutto come porta di accesso alle carriere. Si radica moltissimo durante tutti gli anni duemila l’abitudine, per chi può permetterselo, a partecipare a Master post-universitari sul tema della cooperazione internazionale per poter accedere allo stage e quindi entrare nelle organizzazioni da un percorso “garantito” o quanto meno concreto. Risposta efficace non solo alla saturazione del mercato del lavoro ma anche alla strutturale mancanza di sistemi di apprendistato sul campo, soprattutto nel settore umanitario.

La seconda è che gran parte del merito di aver stimolato la formazione nell’ambito della cooperazione internazionale è da attribuire ai settori professionali adiacenti e non al mondo stesso della cooperazione allo sviluppo.

 

La formazione come risposta alla complessità

Quali sono questi settori adiacenti? Pacifismo ed ecologismo, innanzitutto. Ma va considerata anche l’evoluzione interna al mondo dello sviluppo che da tradizionalmente inteso si trasforma grazie alle nuove istanze provenienti dal territorio. Si affacciano le prime esperienze di cooperazione decentrata, di commercio equo e solidale, di turismo responsabile. Settori questi che la tradizionale cooperazione allo sviluppo, riesce in breve tempo ad assimilare, integrare e ristrutturare in una nuova visione globale dello sviluppo. Le nuove guerre, i nuovi scenari di crisi, radicalmente diversi dagli scenari degli anni della guerra fredda, necessitano di nuove strategie e pongono nuove sfide. Sono la sfida della sicurezza, la sfida della globalizzazione, la sfida dell’interdipendenza.

A partire dalla nuova lettura del fenomeno della povertà (i paesi che una volta erano semplicemente “poveri”, chiamati poi “in via di sviluppo” nella fase economicista della cooperazione, oggi li si preferisce chiamare “paesi impoveriti”) fino al moderno concetto di human security, tutti gli anni duemila sono dedicati all’analisi, alla conoscenza e rielaborazione di una complessità crescente che non può che essere affrontata con risposte e strategie integrate, multi-settoriali e multi-attoriali. Tutto ciò richiede formazione. Da qui la genesi di una miriade di iniziative formative rivolte al mondo della cooperazione.

Il primo fenomeno da riportare è senz’altro quello dell’istituzione (in seguito alla riforma dell’Università del 1999) di una nuova classe di corso di laurea, la classe 35, ovvero la “Classe delle lauree in scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace”. Alcune tra le più importanti Università italiane hanno attivato un corso del genere, ricordiamo la Cattolica di Milano, l’Orientale di Napoli, la Sapienza di Roma e poi l’Università degli Studi di Bergamo, di Cagliari, della Calabria, di Enna, di Firenze, di Lecce, di Palermo, di Parma, di Pavia, di Perugia, di Pisa, di Roma Tre, di Torino, di Urbino e l’Università per Stranieri di Perugia.

In seguito al successo ottenuto da questi nuovi corsi di laurea alcuni atenei hanno istituito anche le rispettive lauree specialistiche (biennio) afferenti alla Classe 88/S. Parimenti sono nati numerosissimi corsi di formazione attivati dalle più disparate istituzioni pubbliche e private, talmente numerose da rendere impossibile ricordarle in questa sede. Così come numerosi sono ormai in Italia i Master di primo e secondo livello su temi della cooperazione allo sviluppo, gestione delle emergenze e politiche di pace sorti in collaborazione tra gli stessi Atenei, le organizzazioni non governative e l’associazionismo della solidarietà internazionale.

 

La formazione dei funzionari pubblici

Non possiamo non notare, di fronte a questa ampia, eterogenea e ricchissima offerta formativa che il problema della formazione professionale e dell’aggiornamento del personale impiegato nei progetti rimane parzialmente irrisolto. I frequentatori di Corsi di Laurea e di Master, infatti, prima o poi, attraverso l’apprendimento teorico, la ricerca e, per i più fortunati, alcune esperienze formative sul campo, approderanno all’inizio della carriera con una buona formazione alle spalle; ma che ne è di tutti coloro i quali entrano nel mondo della cooperazione senza passare da un curriculum di studi come quello che si sta definendo in Italia e all’estero o magari perché ci si trovano dentro in maniera meno consapevole? Non è certo una situazione difficile da incontrare.

Basti pensare al forte sviluppo della cooperazione decentrata nel nostro paese e del numero sempre crescente di funzionari pubblici che si è trovato, più o meno all’improvviso, a dover applicare politiche di sviluppo, costruire e gestire reti di partenariato, selezionare e valutare progetti, quando non proprio recarsi sul campo o gestire programmi di cooperazione, dai gemellaggi ai network internazionali, in rappresentanza del proprio ente locale. Che tipo di formazione richiedono queste nuove funzioni pubbliche? È quello che si sono chiesti alcuni soggetti istituzionali e non, negli ultimi anni, ben sapendo che a questa esigenza non possono rispondere né i Corsi di Laurea, né i Master.

Tra i primi a proporre una formazione per i funzionari pubblici delle strutture impegnate nella cooperazione allo sviluppo ci sono le stesse associazioni degli Enti Locali: l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), l’UPI (Unione Provincie d’Italia), e l’OICS (Osservatorio Interregionale Cooperazione Sviluppo) attraverso un accordo quadro (in .pdf) con la Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo, ma soprattutto con il Progetto Solaria (2002-2003). Anche alcuni soggetti privati ci hanno provato.

Singolare è l’iniziativa dell’Università Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace (UNIP; un progetto nato dalla collaborazione della Provincia di Trento con la Fondazione Opera Campana dei Caduti e la Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto) che dopo aver prodotto per anni una ricchissima offerta formativa a carattere sia locale che nazionale ed internazionale sul tema della cooperazione decentrata e di comunità ha provato ad istituire corsi di formazione per operatori di ONG e per funzionari di Enti Locali. Di questi corsi sono state realizzate tre edizioni (Portogruaro 2004, Napoli 2005, Fiesole 2006). Mentre le richieste di partecipazione da parte dei giovani in accesso alle carriere tendevano a crescere, quelle degli operatori e dei funzionari stentavano ad arrivare.

 

Le esperienze dei territori

Ma allora, dopo questi primi dieci anni di boom dell’offerta formativa, il mondo della cooperazione continua a non percepire la formazione come un’esigenza fondamentale? In parte si, ma c’è sicuramente da osservare che in un decennio il personale delle ONG è quasi totalmente cambiato ed è entrato in ruolo buona parte di quegli studenti che sin dai primi anni novanta hanno avuto un approccio con la formazione di tipo più strutturato.

Altra cosa da osservare è la differenza di esperienze tra territori. In quelle regioni dove la cooperazione allo sviluppo è nata in ritardo e si è sviluppata con notevoli difficoltà, ovvero il mezzogiorno d’Italia, anche la formazione degli operatori è partita in ritardo e, anche se in parte ha recuperato sull’offerta prodotta al nord, può contare solo sui pochi atenei dei capoluoghi di regione e sull’esiguo numero di ONG presenti al Sud.

Non è un caso, forse, che le esperienze tra le più significative nel campo della formazione, siano nate nelle due province autonome di Trento e Bolzano, province che possono vantare due tra i maggiori budget pubblici destinati al comparto della cooperazione non governativa. A Trento, dalle spoglie della già citata UNIP, è nato nel febbraio 2008 il "Centro per la formazione alla solidarietà internazionale". A Bolzano, invece, la stessa provincia Autonoma è da ormai sei anni capofila di un progetto interregionale (con le Regioni Campania, Marche, Piemonte, Sardegna, Toscana e Umbria) per il riconoscimento della figura professionale del “mediatore dei conflitti e operatore di pace” che ha visto il consolidarsi di percorsi formativi innovativi con ampio spazio dedicato ai temi della cooperazione allo sviluppo, cooperazione decentrata, cooperazione di comunità, gestione delle emergenze e degli aiuti umanitari.

Punto qualificante di questi due percorsi è l’approccio nonviolento che si ritrova costantemente anche nelle competenze trasversali che la formazione cura e rafforza. Competenze quali le capacità relazionali e comunicative, le competenze emotive e la capacità di lavorare in gruppo. Tutte caratteristiche proprie di una nuova figura professionale che fa dell’agire cooperativo il proprio punto di forza, sia in ambito internazionale che territoriale.

 

La formazione alla cooperazione in Germania

In ambito internazionale, invece, la formazione del personale espatriato ha conosciuto uno sviluppo più marcato, sia da parte delle stesse ONG che da parte delle Istituzioni. Prendiamo l’esempio della Germania. Il Ministero per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo della Repubblica Federale finanzia le attività del Forum Servizi Civili di Pace, una associazione di ONG tedesche che si adopera in numerosi paesi in conflitto con progetti di cooperazione e riconciliazione. Il personale espatriato svolge un corso di formazione di sei mesi prima della partenza. Il Forum ha inoltre, grazie al finanziamento del Ministero e della regione Nord Reno Westfalia, istituito la “Accademia per la trasformazione dei conflitti”. Formazione in ambito economico e gestionale, invece, è fornita dal German Development Instititute attraverso un Postgraduate Training Prgramme. L’anno di fondazione di questo prestigioso istituto con sede a Bonn è addirittura il 1964.

Un discorso a parte va fatto invece per gli organismi internazionali, come le Nazioni Unite, ad esempio, le cui agenzie hanno sviluppato percorsi formativi specifici. Un caso sicuramente da segnalare è il corso di formazione in cooperazione allo sviluppo organizzato dal Development Cooperation Directorate del DAC/OECD (Development Assistance Commette dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo).

 

Bibliografia utile

AA.VV., Globalizzare la speranza, Quaderni per la pace UNIP, Rovereto 2007.

Cereghini M., La relazione non è un container. Formare alla cooperazione internazionale negli anni delle nuove guerre, in “Sperimentare percorsi di dialogo”, Quaderni per la pace UNIP, Rovereto 2007.

Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, L’Harmattan Italia, Torino 2004.

Ianni V., Verso una nuova visione dell’aiuto, ANCI, Roma 2004.

Pontara G., La personalità nonviolenta, Edizioni gruppo Abele, Torino 1996.

Raimondi A. e Antonelli G., Manuale di Cooperazione allo Sviluppo. Linee evolutive, spunti problematici, prospettive, Società Editrice Internazionale, 2001

 

Documenti utili

Carta di Trento

 

(Scheda realizzata con il contributo di Davide Berruti)

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